Archivi del mese: agosto 2014

Venezia 2014/ Ich Seh Ich Seh (Goodnight Mommy) – Veronika Franz, Severin Fiala

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I piccoli Lukas ed Elias sono fratelli gemelli in vacanza nella casa di campagna. Inseparabili, non possono stare un attimo l’uno senza l’altro, pertanto passano insieme più tempo possibile, dediti alle normali occupazioni dei bambini: corse nei campi, nascondino, uniti alla scoperta del misterioso universo naturale che si stende davanti a loro. Ogni giorno, al ritorno dagli inseguimenti lungo le grandi distese d’acqua, le foreste e i prati incolti c’è la loro madre ad aspettarli, nella loro elegante abitazione perfettamente arredata. Un quadro idilliaco, se non fosse che la mamma premurosa che conoscevano ha ora il volto nascosto dalle bende dopo un misterioso incidente, è continuamente stanca e nervosa e non li tratta più come una volta. Un dubbio inizia lentamente ad assalire i due ragazzini: ma quella donna che non si fa mai vedere in volto; che sembra ignorare sempre Lukas in favore di Elias, sempre nascosta in camera da letto, sempre arrabbiata; potrà essere davvero lei la loro vecchia madre?

A volte il linguaggio cinematografico comunica dallo schermo con una potenza tale da annichilire ogni pretesa narrativa. Mastica e ingloba le storie col solo scopo di farne nutrimento per la propria volontà espressiva. In Ich Seh Ich Seh (Goodnight Mommy) la struttura stilistica padroneggia ogni altro elemento del film, prediligendo un orientamento specifico verso ogni assenza che possa accrescere la tensione. Un’opera così visivamente sbilanciata verso il latente trasforma ogni sequenza in una riflessione su ciò che manca nell’inquadratura: un volto materno e con esso la rassicurante identità che portava con sé, fotografie tolte dalle pareti e dall’album di famiglia, un fratello sempre presente che ogni tanto pare svanire nel nulla e unita a tutto questo l’orribile sensazione che la sconosciuta che afferma essere loro madre voglia inspiegabilmente separarli per sempre.
La paura generata dall’assenza, e dal significato che può celarsi negli spazi vuoti dà vita al terrore, all’odio per l’oscurità della situazione vissuta, arrivando a un’aggressività potenzialmente distruttiva per il prossimo. Il film di Veronika FranzSeverin Fiala si abissa nelle profondità dell’animo umano colto durante la perdita di ogni punto di riferimento, laddove ogni viso familiare, anche il più caro, diventa cosa da legare al letto e interrogare, perfino torturare, purché riporti tutto alla normalità e restituisca quella madre tenera e affettuosa ora introvabile dentro quel corpo femminile stanco e urlante.

Ma se la paranoia cresce con tal violenza è perché il timore dell’abbandono nasce da un duplice sentimento amoroso troppo forte per essere pacificato: il disperato bisogno di trovare l’antico conforto materno, e un legame fraterno ossessivo che non può concepire il minimo distacco. La complicità fra Lukas ed Elias – splendidamente interpretati dagli omonimi due piccoli attori – alleati identici vestiti in assetto da guerra , pronti a combattere la battaglia contro l’estranea/madre e il mondo esterno con rustiche armi artigianali, posti di vedetta, trappole, e portando avanti una minuziosa indagine segreta, è perfettamente trasposta in immagini insieme tenere e minacciose. La famiglia e la fratellanza come assiomi in virtù dei quali, non importa l’età, è ammissibile ogni azione, perfino quella più tragica; una logica stringente ma anche sconcertante quando così magistralmente resa al cinema.

Da PointBlank

 

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Venezia 2014/ Ghesseha (Tales) – Rakhshan Banietemad

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La vita è piena di incontri casuali, lunghi il tempo di un’occhiata: nella quotidiana abitudine di pensare solo a se stessi , gli altri appaiono comparse sul nostro percorso, di nessuna importanza rispetto ai propri pensieri, ma ogni vita è un mondo a parte, e se solo potessimo leggere le storie di chi sta in fila davanti a noi alla posta, o siede nel sedile dietro al nostro sul tram, saremo colpiti dalla varietà di racconti personali che ognuno porta con sé. Concepito come una staffetta narrativa, Ghasseha (Tales) di Rakhshan Banietemad non si concentra su un solo personaggio, ma a partire dal primo che appare sullo schermo si sofferma brevemente sulle esistenze che incrociano per un minuto o un’ora la la stessa strada. Un autista che incontra un’amica di infanzia, le lunghe attese frustranti negli uffici statali, un centro di recupero, e la medesima miseria sociale ed economica di fondo. Rakhshan Banietemad racconta l’Iran frantumandone la superficie con una macchina da presa che ruba da ogni frammento il senso di un dramma collettivo, fatto di povertà, repressione politica e diffusione a macchia d’olio della dipendenza da eroina. Un macrocosmo che si riflette in minuti, anonimi microcosmi. Lo stato che domina prepotentemente il popolo regna su individui che hanno appreso la sopraffazione dell’altro come unico mezzo di sopravvivenza.

La questione politica iraniana è anche una questione di relazioni individuali basate sull’evidente disparità presente fra i singoli. Il forte travolge il piccolo, il ricco ignora il povero, il marito pretende assoluta dedizione e sacrificio dalla moglie; la droga è l’unico mezzo a disposizione per trovare pace in un’esistenza tanto difficile. In Ghasseha (Tales) c’è una grande pietà per i personaggi costretti a indossare un ruolo ogni giorno per proteggersi dagli assalti del mondo; esseri deboli che aggrediscono esseri ancora più deboli per difendersi, facendosi forza delle briciole di potere che sono riusciti a conquistare. Gli uomini sublimano la fragilità facendosi forti della superiorità sessuale che società e governo hanno attribuito loro, gli impiegati statali esibiscono la loro noia di fronte ai cittadini che dopo una lunga attesa si vedono sbattere la porta in faccia, si reprimono con le minacce tutti i tentativi di protestare o documentare lo stato del paese. Il cinema serve qui a superare le barriere delle persone barricate dietro muri di freddezza, per rivelarle in tutta la loro pietosa paura di soffrire: l’opera di Rakhshan Banietemad toglie la maschera e scopre uomini abbrutiti dalla crisi economica, umiliati per il ruolo sociale di scarso rilievo che la povertà ha loro assegnato, incapaci di esprimere la loro paura di perdere gli affetti più cari se non con lo scontro, fermi tra la voglia di combattere le ingiustizie e la paura di subire per questo maggiori ritorsioni dai potenti. Non che le persone più autorevoli riescano a essere più felici, ridotte come sono a godere unicamente della limitata influenza che possono esercitare – preferendo accentuarla con l’altrui umiliazione ¬– ma come tutti sottoposti a superiori più potenti cui devono forzatamente prostrarsi.

Lo sguardo di Ghasseha (Tales) per quanto amaro non vuole però costringere l’umanità in una visione esclusivamente negativa. La pietà nasconde l’affetto, un’empatia per la miseria dell’uomo e il bisogno di amore che vi si nasconde: in un ultimo splendido frammento, una conversazione fra un uomo e una donna, ognuno in assetto da guerra, pronto a ribattere e attaccare l’altro, riesce a sfociare con molto sforzo in un dialogo sincero, spaventato, vulnerabile, fermando sullo schermo quel momento fondamentale in cui due individui scelgono di aprirsi e rivelare tutta la propria terrorizzata verità. E’ un attimo da voler mettersi a piangere per la tenerezza di una battaglia momentaneamente interrotta, una sequenza che definisce una grande voglia di fare un cinema sincero, disincantato ma sensibile: un inaspettato contatto che fa fiorire un giardino nel perenne deserto dell’animo umano.

Da PointBlank

 

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Under the Skin – Jonathan Glazer (2013)

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Come ha dimostrato l’ambivalente accoglienza allo scorso festival di Venezia, la natura estetica di Under the Skin rischia di venir fraintesa fin dal suo incipit visionario. Malgrado il film di Johathan Glazer nasca come l’adattamento dell’omonimo romanzo di Michel Faber, la storia della metamorfosi di Laura un’aliena in una conturbante sconosciuta alla guida di un furgone che abborda gli uomini soli per catturarli e farne cibo per la propria razza, è solo un espediente per raccontare l’esperienza sensoriale del vivere in un corpo. Non una narrazione letteraria dunque, ma prettamente visiva: l’esasperazione sonora e percettiva, che potrà spazientire gli spettatori in cerca di un racconto convenzionale, cela un’interesse insistente per la graduale consapevolezza dell’essere racchiusi nella carne diametralmente opposto dal dramma vissuto nel libro dalla protagonista. Laddove questa si considerava una creatura mutilata, costretta in una gabbia di pelle esteticamente incomprensibile, colma di rimpianto per l’originario fisico alieno, qui Scarlet Johansson indossa con sguardo assente un corpo sconosciuto che solo lentamente inizia ad assumere nuovo significato ai suoi occhi; e particolare adatta qui è in effetti la scelta di un’attrice il cui aspetto fisico si è così potentemente consolidato nell’immaginario culturale, quel corpo quasi impersonale, freddo, nella sua idealizzazione mediatica che in medesima misura nel racconto serve solo a catturare l’attenzione altrui.

Ma il corpo vive anche una seconda vita propria distaccata dalle intenzioni di chi lo abita, la quotidianità di un organismo autonomo ed è nell’interrogarsi sulle possibilità di quel vestito di carne che porta addosso che la protagonista di Under the Skin inizia a cercare un modo per esperire la propria pelle fittizia sollecitandola: è una ricerca che prelude al dramma di vivere dentro, non attraverso un corpo. Privata del proprio aspetto originario e dotata di un travestimento carnale che solo esteriormente richiama l’apparenza umana, Laura non può che divenire un’emarginata, abitante apolide di una splendida e sinuosa epidermide inerte che non può essere nutrita, penetrata, soddisfatta, pura visione priva di ogni altra funzione.

La consapevolezza corporea, o di quello che il corpo umano potrebbe essere, genera comprensione ed empatia verso coloro che prima parevano solo animali, e in un secondo ribaltamento narrativo dal libro al film le prede della bella sconosciuta, descritte da Michel Faber nella loro progressiva disumanizzazione tipica degli allevamenti intensivi, divengono persone reali, uno distinto dall’altra. Qualcuno può perfino rivelarsi similarmente straniero e deforme nella propria pelle.. Emergono i canoni estetici, la simpatia o la crudeltà dei singoli esseri; e come sempre accade, l’empatia rende vulnerabili, al punto da rischiare di trasformare i predatori in vittime.

L’esercizio stilistico di Johathan Glazer si declina su un piano ipersensoriale per meglio accentuare il numero di informazioni tradotte dai sensi umani/alieni: una dimensione aumentata di suoni e luci talvolta ardui da definire, alieni nella misura in cui possono apparire a occhi estranei, un miscuglio caotico e talvolta indecifrabile che costringe Under the Skin in un registro cinematografico sperimentale, quasi respingente; ma che in cambio regala un’esperienza visiva che al di fuori da ogni interrogativo per le dinamiche della storia appaga e insieme stressa i sensi e fornisce la possibilità di riconsiderare questo corpo quasi scontato nell’abitudine quotidiana. Una carne nuova, inedita, del tutto impenetrabile che vive per se stessa. Metri e metri di epidermide in cui avvolgersi, per diventare quell’Altro che non sapevamo di essere.

Da PointBlank

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Venezia 2014/ Messi – Álex De la Iglesia

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Lionel Messi è l’ultima icona calcistica consolidatasi nell’immaginario culturale collettivo. Non poteva essere altrimenti, visto un talento tanto grande unito a un corpo minuto, al limite del nanismo. Costretto a una cura ormonale da adolescente per poter raggiungere un’altezza minima, il calciatore dovette dimostrare tutta la sua abilità per fugare i pregiudizi di chi non credeva che un essere tanto piccolo potesse sopravvivere in campo. Ed ecco, a un ristorante, amici, colleghi e allenatori si riuniscono in un docu-film di Álex De la Iglesia, tra filmati d’epoca e ricostruzioni ad hoc con attori per raccontare la storia di un mito, più che di un essere umano.

Una certa retorica celebrativa è inevitabile in questo contesto: Messi è definito più volte il più grande, un fenomeno incredibile ai limiti del sovrannaturale. Accompagnano il registro agiografico i ricordi della nonna, scatenata tifosa di calcio, che profetizza al nipote il suo grande avvenire, una famiglia pronta a aiutare e seguire il ragazzo in ogni modo, amici nostalgici e conversazioni fra glorie di ieri e oggi –Johan Cruyff, Gerard Piqué, Andres Iniesta – che commentano il genio al limite della predestinazione del giovane argentino. Proprio in virtù della sua natura commemorativa Messi è quasi risibile se preso in considerazione come opera documentaristica: non c’è uno sguardo reale, un discorso concreto sulle difficoltà di riuscire nel mondo del calcio. Al suo posto una bella favola moderna – il piccolo anatroccolo diventato cigno che si fa amare da tutti – che non possiede alcun valore né sul piano cinematografico né su quello sportivo se non quello di ripetere l’importanza del mito, e la necessità che sia in effetti il medium più divistico di tutti a raccontarlo.

Se un ragazzo di oggi sogna di diventare un grande calciatore, non è solo per i gli stipendi strapagati, la fama e uno stuolo di tifosi pronti a mettersi in ginocchio davanti ai loro beniamini; non è solo questione di apparire in tv o sui giornali, di fidanzarsi con veline dal corpo scolpito. Il calcio mantiene oggi la sua presa sulla società perché rielabora in chiave moderna le icone della mitologia classica. Gli eroi moderni sono tali perché traslano in contesti contemporanei, in questo caso il campo da gioco, topoi epici: più degli dei, che sono nati immortali e invincibili, si fissano maggiormente nel cuore degli uomini coloro che malgrado, o proprio in virtù delle loro debolezze, superano il peso della propria umanità imperfetta per raggiungere le vette del sublime. Il cinema è il medium che più di ogni altro ha teatralizzato, magnificato e messo su un piedistallo l’uomo piccolo contro le immense avversità della vita; è inevitabile, perché non c’è storia che dia più speranza di questa, nulla si può contro la forza propulsiva del vecchio detto del credi in te stesso e riuscirai in tutto. Il cinema e il calcio si nutrono soprattutto di ciò, perché i supereroi e gli dei possono stupire ma non commuovere quanto la forza della volontà umana.
L’altro rovescio della medaglia è l’ampollosità mielosa delle strutture narrative, la ripetitività delle formule elogiative che vedono i personaggi del grande schermo e del campo calcistico costretti a irrigidirsi in figure sacrali, con l’unica libertà di essere i soli a conoscere realmente la realtà della propria esistenza. In Messi del campione rimangono le azioni di gioco filmate dalla tv, i vecchi filmati, qualche intervista, le parole di chi crede in lui, ma non la sua voce interrogata sul vivere il gioco del pallone, l’antica ossessione di mettere sempre a centro. La sua verità rimane ingabbiata in quel corpo ormai cresciuto a livelli accettabili che continua a sfrecciare per il campo; ma non importa. Basterà, per chi si accontenta di nutrirsi del mito.

Da PointBlank (sito nuovo, dateci un’occhiata!)

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Tra discriminazioni lavorative e maternità: un vicolo cieco?

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In tempo di crisi economica, il valore culturale del lavoro è enormemente tornato alla ribalta nella sua funzione di rafforzamento delle opportunità di ognuno di noi di gestire la vita secondo la nostra volontà.Partiti gli uomini al fronte, rimasero le figlie, sorelle, mogli e madri a mandare avanti la baracca, trovando spazio nelle fabbriche, nelle università, sperimentando l’autonomia economica e lavorativa.Nel Novecento, oltre alla graduale conquista del diritto al voto, all’aborto e al divorzio, le grandi occasioni per affrancarsi dai doveri a senso unico di casalinghe e mamme furono le due Guerre Mondiali.

Una volta finiti i conflitti, molte di loro vennero innaturalmente costrette a lasciare a chi tornava ciò che avevano conquistato, riadagiandosi nella routine familiare afflitte da quel certo “problema senza nome” che Betty Friedan ha analizzato nella sua La mistica della femminilitàNon si trattava solo di pressioni concrete, dalle disparità salariali al mobbing coercitivo; in senso più ampio, gli stessi media si premunivano di bombardare la società offrendo alle donne, come spiega Friedan, “ il senso di un’identità” incanalando ogni possibile malinconia nel sollievo offerto dall’unico potere ancora loro permesso, quello di acquistare cose.

L’analisi del secolo scorso ci descrive un’alternanza di conquiste e conseguenti reazioni negative al nuovo ruolo di donna indipendente, in particolare la lavoratrice. La risposta al suo interessamento per un raggiungimento del potere oltre il perimetro della famiglia, descritta da Susan Faludi in Contrattacco, era di definire ogni esistenza vissuta al di fuori delle aspettative patriarcali come infelice e frustrante, in alcuni casi manipolando gli stessi dati statistici a sua disposizione. Lo si può vedere dalla risposta mediatica degli anni Ottanta alle conquiste femministe del decennio precedente, poggiata sullo stereotipo della fredda donna in carriera infilata in un tailleur, cui l’immaginario culturale opponeva un ideale di donna fragile,bisognosa di attenzione, stretta in abiti pretenziosi e lontana dal voler agire come “un uomo”. Ultima mossa, aggiunge Faludi, è gridare a gran voce, anche protestando, che questa benedetta parità è stata raggiunta, le donne sono ovunque; quasi a dire che non se ne può più, meglio parlare di altro. Invece, come sappiamo, la soluzione del problema è ancora lontana. Oggi la questione del potere femminile sembra ormai orientata verso due capisaldi: la parità salariale e la possibilità di far coincidere lavoro e famiglia.

Non perciò in primis il possedere o meno un lavoro, caso che purtroppo riguarda una sempre maggior fetta di popolo, quanto riuscirlo a mantenere senza dover subire un trattamento di sfavore, che può concretizzarsi o nell’essere pagate di meno rispetto ai colleghi maschi, o nel dover rinunciare del tutto alle proprie aspirazioni di maternità secondo una visione che vede inspiegabilmente solo le donne, e non gli uomini, a dover decidere fra la professione e la famiglia.

 Abbiamo già parlato su SR di politiche familiari, ma al di là della questione legislativa è la cultura stessa del lavoro a dover cambiare: e perché questa si modifichi, deve collegarsi a un ripensamento del concetto della maternità. La discriminazione lavorativa si basa su un fondamento biologico che fa coincidere ogni donna con il suo ruolo materno, e dunque la vede o solo pienamente madre o solo pienamente lavoratrice. La donna che viene scartata o viene licenziata perché possibile futura madre o già madre è colei che vive in un mondo dove l’esperienza genitoriale viene attribuita in gran parte a una sola persona. Se in una realtà ideale avere figli fosse socialmente considerato un evento ugualmente importante a livello di consumo di energia e dedizione per entrambi i genitori – vedi la questione dei congedi familiari o degli asili nido – non si potrebbe più mandare a casa una madre perché “se sei donna ti occupi primariamente dei figli”. Non si potrebbe pretendere da lei orari e salari incompatibili con le sue esigenze, in un dilemma che inspiegabilmente non riguarda allo stesso livello i suoi colleghi maschi.

Anche perché è chiaro: nel caso si debba scegliere, oltre ogni ideale tradizionale oggi vince il lavoro contro la voglia di fare figli. Lo dice la bassa natalità del nostro paese e lo dice il buon senso: se vogliamo tornare a procreare dobbiamo avere la possibilità di poter sostentare una famiglia. Siamo in un vicolo cieco: se vogliamo lavorare, dobbiamo rinunciare alla maternità, o viverla al collasso delle proprie forze; se non lavoriamo, non possiamo permetterci di avere figli. Finché ci vedremo rifiutare il potere di mantenerci da noi saremo sempre meno madri.

Da SoftRevolution

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