Tra discriminazioni lavorative e maternità: un vicolo cieco?

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In tempo di crisi economica, il valore culturale del lavoro è enormemente tornato alla ribalta nella sua funzione di rafforzamento delle opportunità di ognuno di noi di gestire la vita secondo la nostra volontà.Partiti gli uomini al fronte, rimasero le figlie, sorelle, mogli e madri a mandare avanti la baracca, trovando spazio nelle fabbriche, nelle università, sperimentando l’autonomia economica e lavorativa.Nel Novecento, oltre alla graduale conquista del diritto al voto, all’aborto e al divorzio, le grandi occasioni per affrancarsi dai doveri a senso unico di casalinghe e mamme furono le due Guerre Mondiali.

Una volta finiti i conflitti, molte di loro vennero innaturalmente costrette a lasciare a chi tornava ciò che avevano conquistato, riadagiandosi nella routine familiare afflitte da quel certo “problema senza nome” che Betty Friedan ha analizzato nella sua La mistica della femminilitàNon si trattava solo di pressioni concrete, dalle disparità salariali al mobbing coercitivo; in senso più ampio, gli stessi media si premunivano di bombardare la società offrendo alle donne, come spiega Friedan, “ il senso di un’identità” incanalando ogni possibile malinconia nel sollievo offerto dall’unico potere ancora loro permesso, quello di acquistare cose.

L’analisi del secolo scorso ci descrive un’alternanza di conquiste e conseguenti reazioni negative al nuovo ruolo di donna indipendente, in particolare la lavoratrice. La risposta al suo interessamento per un raggiungimento del potere oltre il perimetro della famiglia, descritta da Susan Faludi in Contrattacco, era di definire ogni esistenza vissuta al di fuori delle aspettative patriarcali come infelice e frustrante, in alcuni casi manipolando gli stessi dati statistici a sua disposizione. Lo si può vedere dalla risposta mediatica degli anni Ottanta alle conquiste femministe del decennio precedente, poggiata sullo stereotipo della fredda donna in carriera infilata in un tailleur, cui l’immaginario culturale opponeva un ideale di donna fragile,bisognosa di attenzione, stretta in abiti pretenziosi e lontana dal voler agire come “un uomo”. Ultima mossa, aggiunge Faludi, è gridare a gran voce, anche protestando, che questa benedetta parità è stata raggiunta, le donne sono ovunque; quasi a dire che non se ne può più, meglio parlare di altro. Invece, come sappiamo, la soluzione del problema è ancora lontana. Oggi la questione del potere femminile sembra ormai orientata verso due capisaldi: la parità salariale e la possibilità di far coincidere lavoro e famiglia.

Non perciò in primis il possedere o meno un lavoro, caso che purtroppo riguarda una sempre maggior fetta di popolo, quanto riuscirlo a mantenere senza dover subire un trattamento di sfavore, che può concretizzarsi o nell’essere pagate di meno rispetto ai colleghi maschi, o nel dover rinunciare del tutto alle proprie aspirazioni di maternità secondo una visione che vede inspiegabilmente solo le donne, e non gli uomini, a dover decidere fra la professione e la famiglia.

 Abbiamo già parlato su SR di politiche familiari, ma al di là della questione legislativa è la cultura stessa del lavoro a dover cambiare: e perché questa si modifichi, deve collegarsi a un ripensamento del concetto della maternità. La discriminazione lavorativa si basa su un fondamento biologico che fa coincidere ogni donna con il suo ruolo materno, e dunque la vede o solo pienamente madre o solo pienamente lavoratrice. La donna che viene scartata o viene licenziata perché possibile futura madre o già madre è colei che vive in un mondo dove l’esperienza genitoriale viene attribuita in gran parte a una sola persona. Se in una realtà ideale avere figli fosse socialmente considerato un evento ugualmente importante a livello di consumo di energia e dedizione per entrambi i genitori – vedi la questione dei congedi familiari o degli asili nido – non si potrebbe più mandare a casa una madre perché “se sei donna ti occupi primariamente dei figli”. Non si potrebbe pretendere da lei orari e salari incompatibili con le sue esigenze, in un dilemma che inspiegabilmente non riguarda allo stesso livello i suoi colleghi maschi.

Anche perché è chiaro: nel caso si debba scegliere, oltre ogni ideale tradizionale oggi vince il lavoro contro la voglia di fare figli. Lo dice la bassa natalità del nostro paese e lo dice il buon senso: se vogliamo tornare a procreare dobbiamo avere la possibilità di poter sostentare una famiglia. Siamo in un vicolo cieco: se vogliamo lavorare, dobbiamo rinunciare alla maternità, o viverla al collasso delle proprie forze; se non lavoriamo, non possiamo permetterci di avere figli. Finché ci vedremo rifiutare il potere di mantenerci da noi saremo sempre meno madri.

Da SoftRevolution

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