Venezia 2014/ Messi – Álex De la Iglesia

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Lionel Messi è l’ultima icona calcistica consolidatasi nell’immaginario culturale collettivo. Non poteva essere altrimenti, visto un talento tanto grande unito a un corpo minuto, al limite del nanismo. Costretto a una cura ormonale da adolescente per poter raggiungere un’altezza minima, il calciatore dovette dimostrare tutta la sua abilità per fugare i pregiudizi di chi non credeva che un essere tanto piccolo potesse sopravvivere in campo. Ed ecco, a un ristorante, amici, colleghi e allenatori si riuniscono in un docu-film di Álex De la Iglesia, tra filmati d’epoca e ricostruzioni ad hoc con attori per raccontare la storia di un mito, più che di un essere umano.

Una certa retorica celebrativa è inevitabile in questo contesto: Messi è definito più volte il più grande, un fenomeno incredibile ai limiti del sovrannaturale. Accompagnano il registro agiografico i ricordi della nonna, scatenata tifosa di calcio, che profetizza al nipote il suo grande avvenire, una famiglia pronta a aiutare e seguire il ragazzo in ogni modo, amici nostalgici e conversazioni fra glorie di ieri e oggi –Johan Cruyff, Gerard Piqué, Andres Iniesta – che commentano il genio al limite della predestinazione del giovane argentino. Proprio in virtù della sua natura commemorativa Messi è quasi risibile se preso in considerazione come opera documentaristica: non c’è uno sguardo reale, un discorso concreto sulle difficoltà di riuscire nel mondo del calcio. Al suo posto una bella favola moderna – il piccolo anatroccolo diventato cigno che si fa amare da tutti – che non possiede alcun valore né sul piano cinematografico né su quello sportivo se non quello di ripetere l’importanza del mito, e la necessità che sia in effetti il medium più divistico di tutti a raccontarlo.

Se un ragazzo di oggi sogna di diventare un grande calciatore, non è solo per i gli stipendi strapagati, la fama e uno stuolo di tifosi pronti a mettersi in ginocchio davanti ai loro beniamini; non è solo questione di apparire in tv o sui giornali, di fidanzarsi con veline dal corpo scolpito. Il calcio mantiene oggi la sua presa sulla società perché rielabora in chiave moderna le icone della mitologia classica. Gli eroi moderni sono tali perché traslano in contesti contemporanei, in questo caso il campo da gioco, topoi epici: più degli dei, che sono nati immortali e invincibili, si fissano maggiormente nel cuore degli uomini coloro che malgrado, o proprio in virtù delle loro debolezze, superano il peso della propria umanità imperfetta per raggiungere le vette del sublime. Il cinema è il medium che più di ogni altro ha teatralizzato, magnificato e messo su un piedistallo l’uomo piccolo contro le immense avversità della vita; è inevitabile, perché non c’è storia che dia più speranza di questa, nulla si può contro la forza propulsiva del vecchio detto del credi in te stesso e riuscirai in tutto. Il cinema e il calcio si nutrono soprattutto di ciò, perché i supereroi e gli dei possono stupire ma non commuovere quanto la forza della volontà umana.
L’altro rovescio della medaglia è l’ampollosità mielosa delle strutture narrative, la ripetitività delle formule elogiative che vedono i personaggi del grande schermo e del campo calcistico costretti a irrigidirsi in figure sacrali, con l’unica libertà di essere i soli a conoscere realmente la realtà della propria esistenza. In Messi del campione rimangono le azioni di gioco filmate dalla tv, i vecchi filmati, qualche intervista, le parole di chi crede in lui, ma non la sua voce interrogata sul vivere il gioco del pallone, l’antica ossessione di mettere sempre a centro. La sua verità rimane ingabbiata in quel corpo ormai cresciuto a livelli accettabili che continua a sfrecciare per il campo; ma non importa. Basterà, per chi si accontenta di nutrirsi del mito.

Da PointBlank (sito nuovo, dateci un’occhiata!)

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