Venezia 2014/ Ich Seh Ich Seh (Goodnight Mommy) – Veronika Franz, Severin Fiala

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I piccoli Lukas ed Elias sono fratelli gemelli in vacanza nella casa di campagna. Inseparabili, non possono stare un attimo l’uno senza l’altro, pertanto passano insieme più tempo possibile, dediti alle normali occupazioni dei bambini: corse nei campi, nascondino, uniti alla scoperta del misterioso universo naturale che si stende davanti a loro. Ogni giorno, al ritorno dagli inseguimenti lungo le grandi distese d’acqua, le foreste e i prati incolti c’è la loro madre ad aspettarli, nella loro elegante abitazione perfettamente arredata. Un quadro idilliaco, se non fosse che la mamma premurosa che conoscevano ha ora il volto nascosto dalle bende dopo un misterioso incidente, è continuamente stanca e nervosa e non li tratta più come una volta. Un dubbio inizia lentamente ad assalire i due ragazzini: ma quella donna che non si fa mai vedere in volto; che sembra ignorare sempre Lukas in favore di Elias, sempre nascosta in camera da letto, sempre arrabbiata; potrà essere davvero lei la loro vecchia madre?

A volte il linguaggio cinematografico comunica dallo schermo con una potenza tale da annichilire ogni pretesa narrativa. Mastica e ingloba le storie col solo scopo di farne nutrimento per la propria volontà espressiva. In Ich Seh Ich Seh (Goodnight Mommy) la struttura stilistica padroneggia ogni altro elemento del film, prediligendo un orientamento specifico verso ogni assenza che possa accrescere la tensione. Un’opera così visivamente sbilanciata verso il latente trasforma ogni sequenza in una riflessione su ciò che manca nell’inquadratura: un volto materno e con esso la rassicurante identità che portava con sé, fotografie tolte dalle pareti e dall’album di famiglia, un fratello sempre presente che ogni tanto pare svanire nel nulla e unita a tutto questo l’orribile sensazione che la sconosciuta che afferma essere loro madre voglia inspiegabilmente separarli per sempre.
La paura generata dall’assenza, e dal significato che può celarsi negli spazi vuoti dà vita al terrore, all’odio per l’oscurità della situazione vissuta, arrivando a un’aggressività potenzialmente distruttiva per il prossimo. Il film di Veronika FranzSeverin Fiala si abissa nelle profondità dell’animo umano colto durante la perdita di ogni punto di riferimento, laddove ogni viso familiare, anche il più caro, diventa cosa da legare al letto e interrogare, perfino torturare, purché riporti tutto alla normalità e restituisca quella madre tenera e affettuosa ora introvabile dentro quel corpo femminile stanco e urlante.

Ma se la paranoia cresce con tal violenza è perché il timore dell’abbandono nasce da un duplice sentimento amoroso troppo forte per essere pacificato: il disperato bisogno di trovare l’antico conforto materno, e un legame fraterno ossessivo che non può concepire il minimo distacco. La complicità fra Lukas ed Elias – splendidamente interpretati dagli omonimi due piccoli attori – alleati identici vestiti in assetto da guerra , pronti a combattere la battaglia contro l’estranea/madre e il mondo esterno con rustiche armi artigianali, posti di vedetta, trappole, e portando avanti una minuziosa indagine segreta, è perfettamente trasposta in immagini insieme tenere e minacciose. La famiglia e la fratellanza come assiomi in virtù dei quali, non importa l’età, è ammissibile ogni azione, perfino quella più tragica; una logica stringente ma anche sconcertante quando così magistralmente resa al cinema.

Da PointBlank

 

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