Venezia 2014/ Asha Jaoar Majhe (Labour of Love) – Aditya Vikram Sengupta

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L’idea comune di artisti, letterati, e narratori in generale, è che non ci sia nulla di più interessante ed inesauribile del racconto della vita umana. Inseguire l’uomo nella sua quotidianità colta da un occhio diverso e penetrare nei significati nascosti nella sua immagine è il tema prediletta da ogni narratore. Sul confine di questo dato di fatto si pone Asha Jaoar Majhe (Labour of Love), opera decisa a fermare nell’inquadratura ogni istante vissuto, al limite del taglio documentaristico, accettando perfino con ciò di esasperare la pazienza dello spettatore cui non viene mai consegnata una storia ben delineata quanto sequenze di una giornata qualunque nella vita di una persona.

Sullo sfondo della crisi economica bengalese, raccontata dagli speaker delle radio, si svolgono in assoluto silenzio immerso nel frastuono della città di Calcutta, due vite apparentemente divise, un uomo e una donna: il loro andare al lavoro, mangiare, tornare a casa, stendere i panni. Nient’altro viene detto delle loro esistenze, personalità. Non viene pronunciata nemmeno una parola che non sia il resoconto radiofonico del problema della disoccupazione bengalese. La routine giornaliera in tempi del genere non può d’altronde che ridursi alla pura sopravvivenza, è un’abitudine fatta di gesti automatici tesi alla soddisfazione dei bisogni primari: lavorare per mangiare, riposarsi, appendere i panni in cortile per avere di che vestirsi.

Il film di Aditya Vikram Sengupta è un’opera volontariamente noiosa, un registro formale ostico ma necessario per un racconto che vuole trasmettere a pelle il tedio di giorni composto solo da doveri, la gabbia vitale della povertà che non può permettersi scintille di emozioni estranee alla rigida monotonia autoconservativa.

La forma come pellicola respingente per una trama dove i personaggi stessi sono rigettati dalla società, nella medesima misura in cui il film li priva di un nome e di una storia: macchine che ripetono automaticamente gli stessi gesti, soli in una massa di comparse dall’identico destino. Asha Jaoar Majhe (Labour of Love) deriva da un’idea di cinema che predilige il senso della storia che narra a tal punto da impregnarsi del tedio che la contraddistingue. L’amore diviene allora sogno di cui è possibile godere per pochi attimi, in un’ambientazione fantastica ove il tempo del dovere casalingo svanisce nel piacere di un solo momento condiviso dopo tanta solitudine: una fantasia, certo, che scompare allo sguardo dell’orologio. È già tardi, è ora di andare di lavorare.

Trattasi pertanto qui di un’opera che lascia coincidere significante e significato fino a far della noia, della stanchezza e della frustrazione dei personaggi un sentimento condiviso dagli spettatori. Un modo di costruire il film sì interessante per chi vuole o può immedesimarsi completamente nella storia, ma onestamente soporifero fino al sonno in poltrona per tutti gli altri.

Da PointBlank

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