Archivi del mese: ottobre 2014

Roma 2014/ Tre tocchi – Marco Risi

Tre tocchi

Tre tocchi è puro caos: una confusione di personaggi e situazioni costretti a forza a condividere lo stesso spazio filmico, entro un rabberciato concentramento di voci. L’unico filo conduttore rintracciabile è un’audizione importante cui tentano di partecipano tutti i protagonisti, un gruppo di attori di varia età e fama che si incontra periodicamente nello spogliatoio del campo dove si allenano a calcio. Questo prezioso provino, potenziale trampolino di lancio per la terra dorata del successo, viene provato, ripetuto e interpretato continuamente per tutto il film, facendosi portavoce della comune angoscia di vivere che avvicina i personaggi invischiati in relazioni egoiste e morbose. La medesima pulsione sessuale si concretizza in fantasie omosessuali, o amplessi freddi e violenti, ed è in tale senso il film di Marco Risi si caratterizza come un’opera profondamente maschile, secondo il significato più scadente della parola. Le donne con cui si confrontano Max, Leandro, Emiliano, Vincenzo, Antonio e Gilles sono figure che non vengono mai comprese – nemmeno dal regista – esponendo un corpo considerato disponibile anche oltre ogni rifiuto; caratteristica peraltro questa che impedisce ogni possibile immedesimazione con i protagonisti, troppo egocentrici e presi dai propri impulsi per fare un passo verso l’Altro, o conquistare l’attenzione del pubblico.

Cosa resta di Tre Tocchi allora se non uno sfogo pulsionale tanto urgente quanto vomitato sullo schermo, fatto di sogni erotici e coiti gelidi giustificati da una nemmeno tanto latente disperazione – che guardacaso riguarda solo gli uomini e non le donne che li circondano? Nient’altro, dal momento che il contenuto emotivo poggia su una struttura narrativa davvero troppo esile. Così perfino il dato sociale suggerito dal film si trasforma in un lungo elenco di macchiette, che si discostano dalle figure che probabilmente Risi pensava di raccontare; l’esistenza mediamente frustrante dell’attore che si trovi a vivere e lavorare oggi in Italia, diviso fra lavori impegnati scarsamente considerati e, quando si è fortunati, esperienze televisive, perde, filtrata dall’occhio miope del regista, ogni spessore, per accontentarsi di bozzetti malamente disegnati.

Una serie di camei importanti – Luca Argentero, Claudio Santamaria,Valentina Ludovini e perfino un Paolo Sorrentino assunto a simbolo del regista di talento da conquistare – supporta ed enfatizza il lavoro degli interpreti, ma se l’intento di Risi era di descrivere un mondo che certamente per nascita e curriculum conosce bene, tale esperienza non è integrata da un racconto efficace, o che si possa definire almeno empatico. Il film soccombe sotto la pesantezza di un numero eccessivo di protagonisti, peraltro infelicemente resi, lasciando un gusto amaro in bocca, e un certo fastidio per alcune scene risolte rifugiandosi nella caricatura puerile o, al contrario, nell’esplosione emotiva, che non sorretta da un adeguato sentimento di comprensione per i personaggi risulta perlopiù prepotente, meschina e autoassolutoria. E così, vien persa ogni possibilità di penetrare questa latente depressione, questo continuo senso di colpa per cosa si è diventati, e la sotterranea speranza insensata di potercela ancora fare: lasciando solo noia e, unica emozione, una leggera irritazione.

Da PointBlank

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Cinema

Roma 2014/ Buoni a nulla – Gianni De Gregorio

foto di Fabrizio Di Giulio

Usciti dalla visione di Buoni a nulla si resta un poco perplessi, incerti su come definire la costruzione narrativa del film. Incerto sul limite tra slapstick e commedia, l’opera di Gianni Di Gregorio traballa in cerca di una propria identità, ma i margini del film sono troppo slabbrati per contenere una struttura coerente. L’idea di base era certamente interessante: rappresentare la parabola dell’uomo mite costantemente soggetto alle prevaricazioni altrui, e il suo conseguente tentativo di rivalsa, descrivendo una particolare filosofia di vita. Nella vicenda di Gianni – ennesimo alter ego del regista – impiegato prossimo alla pensione che si vede costretto ad accettare altri tre anni in azienda a causa della recente riforma lavorativa, c’è tutta la potenziale amara ironia di una secolare pazienza tradotta in continui vessamenti. Laddove modernità significa prepotenza, l’antico stile della calma, dedito al godimento dei piaceri o diversamente, all’incontro verso gli altri, è sinonimo di debolezza e stupidità, anche quando si nasconde nelle persone più preparate o più gentili. Gemello involontario di Gianni è Marco, compagno nella nuova sede di lavoro, che attempone ai propri bisogni le esigenze altrui, sobbarcandosi il lavoro di colleghi altrimenti incapaci di eseguire i propri compiti. In seguito a uno svenimento Gianni decide di scoprire da quale malessere è affetto, per concludere che il problema è mentale e non fisico. Per guarire inizia a dire i no che si è sempre tenuti chiusi in bocca, imparando a trarre il buono dalla situazioni anche quando ciò significa mettere in difficoltà gli altri. La ripresa è immediata: sul piano lavorativo e sentimentale tutto si volge al meglio, motivo per il quale l’uomo esaltato dal proprio successo prova a convertire al proprio metodo l’amico collega, ottenendone però risultati ben più deludenti; ma la reiterata abitudine a mostrarsi sicuro di sé rischia di mettere in crisi proprio i rapporti personali che aveva aiutato a costruire.

Qui e lì si coglie in Buoni a Nulla una parvenza di sincero sentimento, purtroppo sopraffatto da un’eccessiva tendenza macchiettistica che propende per il ritratto stereotipato, dal tratto grosso, di personaggi troppo caricati per essere verosimili. La vecchia vicina di casa petulante, l’impiegata sensuale che affida il proprio lavoro ai colleghi che ne subiscono il fascino, vuota (ma non troppo), il dentista santone-psicologo, l’amico buono ma debole, sono tutti caratteri che richiamano l’immaginario dello spettatore ma non offrono nulla più di un mero spunto di intrattenimento. Ma anche qualora si voglia ascrivere al film di De Gregorio una funzione umoristica bisogna però riconoscervi in questo caso un uso troppo scontato delle classiche figure caricaturali, offerte da interpreti costretti a recitare ruoli monotematici. Ed è un peccato, perché nei protagonisti del film era possibile intravedere una possibile evoluzione del discorso sull’anima di un popolo, che nella sua mollezza trova sia il suo pregio che il suo limite. Al suo posto un’opera ugualmente rilassata, che si compiace giusto di rallegrare con leggerezza il suo pubblico; solo che divertimento e interesse sono ora diluiti qua e là.

Da PointBlank

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Cinema

Roma 2014/ Il sale della terra – Wim Wenders & Juliano Ribeiro Salgado

Il sale della terra

L’esperienza di Il sale della terra sembra offrire una soluzione lapalissiana per chiunque voglia creare: fare arte è facilissimo, basta dedicarvici completamente. Una risposta solo apparentemente conclusiva, che nasconde invece difficoltà pratiche e mentali spesso insormontabili. La storia di Sebastião Salgado ne offre un perfetto esempio, nel suo lungo elenco di luoghi e popoli visitati abdicando quasi completamente al proprio ruolo di marito e madre, nonché assorbendo da ogni posto la bellezza e il dolore, fino a saturarsi l’anima. Venire incontro alla sua opera significa allora prendere su di sé questa completa dedizione al racconto; ed è in questo senso che Wim Wenders opera, promuovendo un movimento cinematografico verso la fotografia, assieme al figlio di Salgado,Juliano Riberio, che ne condivide in forma di coregista la penetrazione nelle immagini e nelle parole, come scoperta e comprensione di un padre perennemente assente durante la sua giovinezza.

Lo sforzo attuato dal fotografo per incarnare nell’immagine il senso di ciò che vedeva è lo stesso che i due registi profondono nel contribuire alle fotografie con gli specifici stilemi cinematografici, quasi per poterle rianimare con il mezzo cinema. Che ogni medium possa bastare a se stesso è quesito non ancora risolto nel campo della comunicazione, ma questo non nega l’attrazione fra le due parti: fotografia come fotogramma, cinema come evoluzione dell’immagine, entrambi i media dialogano sul confine dell’integrità delle proprie strutture.

Se dunque Il sale della terra si denota come riflessione metalinguistica, dimostrandosi ben più di un semplice documentario, è perché l’oggetto stesso del suo discorso supera i limiti della semplice professione fotografica, per addentrarsi nelle innumerevoli pieghe del vissuto che racconta. L’intelligente mossa di Wenders di scomparire dall’intervista, lasciando Salgado solo di fronte allo schermo lungo il quale venivano proiettate le sue fotografie – che era anche il luogo dove era collocata la macchina da presa – lascia che sia il suo volto stesso, diretto agli spettatori, a descrivere le immagini. Ed è una narrazione intima, profondamente coinvolta, che rivela un uomo deciso ad accettare tutto ciò che viene dal fotografare: il tempo necessario per visitare e comprendere, la fatica di adattarsi, pazientare, accettare, essere sempre disponibili verso il mondo che si vuole conoscere, nonché la forza di sopportare anche tutto il dolore che può venirne, come il tragico reportage in Ruanda dal quale, confessa Salgado, ne uscì con l’anima contagiata dalla continua esposizione alla violenza.

A questo la regia risponde trattando ogni immagine come un’inquadratura filmica, con voci e suoni in sottofondo a risvegliare il ricordo di aver visto come persona, prima ancora di aver rappresentato in vece di artista, quella realtà. L’arte come il vissuto intenso delle cose: ed è davvero fondamentale nel film questa perfetta aderenza emotiva fra forma cinematografica e contenuto fotografico, perché trasporta dagli occhi di Salgado/Wenders a quelli di chi guarda l’impeto delle sensazioni descritte, in un’esperienza che è anche intrinseca immedesimazione. Dono prezioso, questo offerto da Il sale della terra: dimostrare ancora una volta, che la vista può essere una cosa davvero meravigliosa.

Da PointBlank

Lascia un commento

Archiviato in Arte & Fotografia, Articoli, Cinema

Roma 2014/ Masterclass con Wim Wenders

Masterclass con Wim Wenders

”Più invecchio e meno capisco la fotografia” confessa a Mario Sesti un sincero Wim Wenders alla Masterclass a lui dedicata al Festival di Roma. Occasione dell’incontro è l’imminente uscita del documentario Il sale della terra dedicato al fotografo Sebastião Salgado, intorno al quale il regista tedesco ha costruito un discorso cinematografico che è divenuto anche riflessione metalinguistica sul valore dei linguaggi visivi. Un film che parli di fotografia non può infatti che far emergere, anche involontariamente, le differenze fra i due media: in questo caso poi la cosa si impone con maggior forza, data l’originaria fascinazione per il mezzo fotografico di un Wenders che si è detto inizialmente diffidente verso il principio narrativo del montaggio. Peraltro, meno nota ma comunque presente è la sua carriera come fotografo di paesaggi urbani e no – solo pochi mesi fa era in mostra a Roma, il suo cicloUrban Solitudes – in una considerazione del gesto fotografico imprescindibile dall’atto di viaggiare. La parallela esperienza cinematografica, ha raccontato il regista, ha sviluppato in lui l’idea di ogni immagine come una relazione di campo (fotografia) e controcampo (colui che scatta), da cui recentemente è derivata la curiosità di scoprire cosa ci fosse dietro le viscerali fotografie di Salgado: un’esperienza che l’ha portato a dover rivedere il proprio concetto di tempo.

Inizialmente convinto, infatti, di poter terminare il film in poche settimane,Wenders ne ha realizzato una prima versione piuttosto convenzionale, secondo lo scherma domande/risposte/immagini; nel visionare il girato si è però reso conto che l’emozione del fotografo nel rivedere le proprie fotografie svaniva una volta rientrato nella dimensione dell’intervista. Da qui la scelta di effettuare una seconda serie di riprese, posizionando Salgado in una camera buia, con uno schermo a proiettare le immagini. Il regista, con la telecamera nascosta dietro lo schermo, riprendeva l’artista che, non più distratto, poteva perdersi completamente nelle emozioni e nei ricordi suscitati dalle fotografie. Un approccio lento che Wenders ha dovuto far proprio, per poter penetrare nella diversa concezione temporale presente nel lavoro del fotografo brasiliano.

Raramente la concezione dell’arte come totale devozione è stata meno esplicita come nella storia di Salgado che, nato come economista, ha iniziato a fotografare viaggiando e svanendo da casa per mesi e mesi, completamente assorbito dai luoghi che voleva raccontare. Dedicava moltissimo tempo solo a conoscerne gli abitanti, conquistare la loro fiducia, vivere e dormire con loro. Una scelta di vita che ha influenzato profondamente le dinamiche della sua famiglia, costretta ad abituarsi a continue e prolungate assenze di un marito e un padre lontano. Se la moglie ha condiviso sempre il lavoro di Salgado in qualità di editor e curatrice, solo una volta divenuto regista il figlio Juliano Ribeiro ha potuto superare le distanze prodotte dalle ripetute separazioni, diventando coautore insieme a Wenders di Il sale della terra.

Tra le domande fatte dal pubblico si è distinta una riflessione sul legame fra verità e bellezza in relazione al dilemma morale proposto dall’estetizzazione della tragedia. Wenders ha risposto attribuendo alla bellezza delle immagini un carattere involontario, contrapponendovi il valore superiore della verità. Un’ottima sintesi del racconto ascoltato alla masterclass : più che il piacere del guardare, vale la consapevolezza del sapere, per ricordare che creare può contribuire a diffondere il vero.

Da PointBlank

Lascia un commento

Archiviato in Arte & Fotografia, Articoli, Cinema

Roma 2014/ Last Summer – Leonardo Guerra Seragnoli

lastsummer_rinkokikuchi_kenbradyr5_01020080

C’è tanto silenzio in Last Summer, lunghe sequenze di immobilità: ed è certo l’estenuante lentezza della pellicola a costituire il primo e fondamentale ostacolo alla visione, coadiuvato dai problemi inerenti la comprensione della storia. Ciò che è noto fin dall’inizio è solo l’incontro fra una madre e il figlio su una barca in mezzo al mare, circondati da un equipaggio tanto premuroso quanto diffidente. La donna ha perso la custodia del bambino, e le rimangono solo quattro giorni per salutare il piccolo prima di non rivederlo per molto, molto tempo; ma il figlio, forse manipolato dalla famiglia del padre, o smarrito dalla prolungata assenza della madre, sfugge ogni attenzione di quest\’ultima. A questa, prigioniera di un’atmosfera di cordiale ostilità, non resta che inventarsi continui piccoli approcci fisici e verbali per poter ricreare un legame che si mantenga saldo nell’imminente lontananza.
Il vuoto degli spazi aperti in cui si muovono i personaggi, è paradossalmente claustrofobico. Non vi sono posti dove scappare, impossibile non entrare prima o poi a contatto con qualcuno sulla barca, o coglierne le conversazioni bisbigliate. Una situazione tesa non solo per la protagonista, ma per lo stesso spettatore che si scontra coi ripetuti primi piani del volto muto della donna, senza poterne penetrare i pensieri. La stanchezza che ne deriva allenta l’attenzione e la comprensione, rischiando anche di minare l’interesse per il film, fino a che l’incontro inevitabile fra madre e figlio, a lungo ritardato, ostacolato e deviato, non si compie, partendo dall’uso e la condivisione della medesima lingua – la donna ha avuto il bambino da un uomo occidentale, pertanto è bilingue – per evolversi poi nel contatto fisico. La seconda parte del film, forse la più apprezzabile, è infatti la cronaca di questo graduale riavvicinamento epidermico fra i due, laddove finalmente il vuoto viene riempito dai movimenti reciproci verso l’altro, in forma di smorfie, mani strette e pelli respirate.
Opera pertanto ambigua, ambivalente,Last Summer sembra mancare di una linea narrativa forte, abbandonando i personaggi a loro stessi per poi recuperarli nella parte finale del film. Ciò che a prima vista appare come l’esperienza di un addio, preparato e vissuto come l’ultimo scampolo di tempo prima della separazione definitiva, è in realtà il tentativo di mettere radici nell’assenza. Rimanere come ricordo, presenza forte nella mente: ribadendo almeno il valore di un rapporto imprescindibile al di là delle influenze esterne. La madre, inizialmente rappresentata nella sua gelida eleganza esteriore, si anima gradualmente nel momento in cui riesce a trovare un canale di comunicazione produttivo col bambino.
Ma se lo smarrimento dei personaggi riecheggia in una macchina da presa dallo sguardo rallentato, talvolta immobile, ciò fa sì che lo svolgimento stesso della storia risulti soffocante e inconcludente, pregiudicando la piena comprensione dei fatti, nonché ogni coinvolgimento per questi. Altalenando fra divagazioni e sequenze maggiormente azzeccati Last Summer ondeggia come i suoi protagonisti, per trovare un suolo stabile solo dopo un lungo tragitto sconnesso.

Da PointBlank

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Cinema

Roma 2014/ My Italian Secret – The Forgotten Heroes – Oren Jacoby

ITALY BARTALI OBIT

L’ambiguità della questione razziale in Italia alla fine degli anni Trenta, diversamente dalla rigida posizione degli alleati tedeschi, potrebbe essere ricondotta alla tradizionale doppia considerazione dell’etnia italiana, tesa tra il sublime e il subumano. Così pur venendo varate nel 1938 le vergognose Leggi razziali fasciste, ultima conseguenza di un ventennio di dittatura, le statistiche sembrano dimostrare un minore accanimento verso gli ebrei, supportato anzi da molteplici testimonianze di aiuto, anche sotto il rischio della morte, da parte di molti italiani. My Italian Secret – The Forgotten Heroes parte dal presupposto di raccogliere qualcuna di queste storie sotto l’egidia della figura di Gino Bartali, l’eroe del ciclismo di cui da qualche anno si è conosciuto anche l’impegno nel mettere in salvo centinaia di rifugiati nascondendo documenti falsi utili alla loro partenza nel telaio della bicicletta, durante lunghi viaggi spacciati per allenamenti sportivi. Il ciclista è però solo il nome di rilievo di un racconto che unisce le voci dei sopravvissuti a quelle dei parenti di chi li nascose: dalla gentildonna che offriva le stanze del suo sontuoso palazzo, al medico che si inventò una malattia letale per tener lontano i tedeschi dal reparto dove teneva gli ebrei in fuga, il film è uno sfilare di volti e voci talvolta rotte dall’emozione.

Peccato però che non bastino le buone intenzioni a tenere in piedi un’opera riuscita solo a metà, appesantita da uno sguardo televisivo troppo convenzionale – nella formula della testimonianza seguita dalla ricostruzione filmica degli eventi – teso a un’analisi semplicistica, affatto approfondita, della vicenda razziale italiana. In primis l’abitudine di una certa lettura mediatica a fare del fascismo un’esperienza forzata e non voluta dagli italiani, o perlomeno una brutta faccenda sopportata a fatica: uno di quei casi in cui lasciare la parola solo ai vincitori riscrive, a discapito di una comprensione storica, anche i pensieri dei vinti. Così le gesta di alcuni divengono le gesta di tutti, e ci vuol poco a trarre daMy Italian Secret – The Forgotten Heroes la rassicurante quanto errata idea di un popolo fermamente antifascista e antirazzista opposto a una parte contraria in egual misura, quando i fatti, una volta fugate le emozioni, descrivono una realtà ben più complessa ( sconfortante); a ennesima dimostrazione di quanto raccontare, usando come tramite esclusivo i sentimenti di chi parla, possa suscitare l’empatia del pubblico senza con questo garantire un reale e proficuo approfondimento storico.

In questi termini appare lungimirante la scelta di Bartali di mantenere per decenni il segreto sulle sue attività clandestine nel periodo bellico, in perfetta coerenza con il medesimo atteggiamento di chi, ripudiando la caratterizzazione astratta degli esseri umani, preferisce giudicarli per l’evolversi delle loro esistenze. Comprensibile timore, infatti, vista la reiterata tendenza da parte della collettività sociale a costruire il mito degli eroi, contrapposto alle figure dei “cattivi”, riducendo l’elemento umano a parte residuale in un discorso altrimenti declinato all’estremizzazione morale; quasi che il passato non ci avesse insegnato che male e bene non sono concetti aprioristici, presenti in grandezze prestabilite alla nascita negli individui, ma scelte effettuate e ripensate giorno dopo giorno.

Da PointBlank

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Cinema

La moglie del cuoco – Anne Le Ny (2014)

La moglie del cuoco 11

Si sa, il cibo è un ottimo surrogato qualora un film voglia affrontare il desiderio senza troppo addentrarsi in scene di sesso: il nutrimento per bocca è la metafora ideale di un futuro appagamento fisico, è promessa di soddisfazione dell’appetito in una forma diversa dalla degustazione di un dolce. Così, cibo e amore camminano di pari passo nel cinema, e La moglie del cuocoè solo l’ultima delle pellicole che raccontano la nascita di un sentimento tramite il gusto. Le schermaglie amorose e i tradizionali triangoli sono però qui inseriti in un contesto leggermente diverso: tutto inizia in un centro di formazione lavorativa, dove Marithé, esperta nell’assegnare ai suoi clienti un lavoro adatto alle loro competenze, incontra Carole, che è sì in cerca di un nuovo progetto professionale, ma come reazione alla ferrea vita in comune col talento culinario del marito. Il canovaccio richiede ora la complicazione di un innamoramento subitaneo fra quest’ultimo e Marithé, che dà inizio a una complicata strategia di convincimento per spingere Carole all’emancipazione…e sostituirsi a lei nelle braccia dell’uomo.

Un secondo elemento che potrebbe conquistarsi la simpatia del pubblico è la rappresentazione delle protagoniste come due donne alla soglia della maturità, le quali, una volta conquistati determinati obiettivi – nel campo materno e lavorativo – sentono un vuoto da riempire alternativamente con un nuovo impiego o perché no, un amante capace di prendere per la gola. Così a spruzzate di leggerissima ironia, qualche incursione nelle tematiche del vivere moderno e una lieve dose di femminismo, La moglie del cuoco avanza senza troppi intoppi, forse consapevole della sua scarsa memorabilità ma onesto nella sua inconsistenza narrativa. I suoi personaggi, delineati a grossi tratti, sono figure approssimative appesantite dal carattere che devono esprimere: la donna forte che in realtà si sente debole, la donna insicura che però sa gestire situazioni di forte stress, l’uomo innamorato del cibo e di chi sa suscitargli nuovi accostamenti di sapori, ritratti così ben tenuti a mente da poter già immaginare a metà storia quale sarà il finale.

Ma, come in molte opere, non conta il cosa, ma il come, e nel film questo è espresso con disinvoltura, come quei pasti consumato di fretta per placare la gran fame, che riempiono lo stomaco ma non si fanno ricordare. Interessante, ai margini della narrazione, è il riferimento al centro di ricollocazione professionale come luogo di riqualificazione dei lavoratori disoccupati in cerca di una nuova occupazione: una realtà poco conosciuta dove si cerca di far combaciare la passione – cosa mi piace fare – con la competenza – cosa posso fare – , questione non di secondo piano nel periodo attuale. Per il resto, con il suo groviglio di relazioni, colpi di fulmini e tradimenti, La moglie del cuoco si rivela un’opera semplice, poco pretenziosa e con qualche buona intuizione. Niente di meno e niente di più certo, ma coerente con lo scopo di intrattenere lo spettatore per una buona oretta e mezza nonché utile a reiterare una verità mai abbastanza proclamata: la conquista amorosa inizia (quasi) sempre da una buona cena.

Da PointBlank

 

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Cinema

Vivian Maier – L’intima solitudine del gesto fotografico

vivian_maier_film_1

Sembra sia impossibile scindere oggi l’opera di Vivian Maier dalla sua biografia: dalla scoperta fin troppo tardiva del suo lavoro, trovato per caso dal collezionista John Maloof in occasione dell’acquisto di una scatola di negativi all’asta, l’indagine intorno a questa fotografa misteriosa, autrice in vita di migliaia di immagini, in maggior parte mai sviluppata, ha assunto i contorni di un thriller psicologico. Tralasceremo i dettagli personali, che competono più il gossip che la critica, per descrivere solamente a grandi tratti la figura che è emersa dalla ricerca di John Maloof, poi concretizzatasi in due progetti, la lenta catalogazione in fieri di tutte le sue fotografie e un documentario, Alla ricerca di Vivian Maier, uscito nelle sale italiane la scorsa primavera, edito poi in dvd dalla Feltrinelli Real Cinema.

Di mestiere bambinaia, costantemente ossessionata dalla propria privacy fino a cambiare di volta in volta nome e nazionalità di fronte agli sconosciuti, Maier sviluppò in totale segreto la sua passione per il mondo immortalandone infiniti ritratti dove la perfezione formale, che combacia con uno sguardo acuto verso la realtà, richiama alla memoria la straight photography di Robert Frank, Walker Evans con talvolta un sottotono grottesco proprio dello sguardo di Lisette Model e Diane Arbus. Ma come reazione a questa visione famelica verso l’esterno, la donna non accettava di subire lo sguardo degli altri addosso, quasi non potesse sopportare su di sé l’energia con cui scrutava i volti catturati per le strade; e se non fosse per la fortuita rivelazione postuma.di questi suoi lavori, come della storia della sua vita e del suo carattere, non sarebbe rimasto niente dopo la morte, avvenuta nel 2009 in totale miseria e isolamento.

Così bisognerà collegare l’inedita fama odierna di Vivian Maier alla creazione del personaggio che oggi è rimasto a farne le veci: affetta da paranoia, misantropa, malata mentale? Chissà, forse il modo in cui è stata mostrata al mondo potrebbe dire più della società che l’ha scoperta, e in generale della difficoltà antropologica ad accettare la riservatezza e il silenzio delle persone, tacciandoli come difetti patologici. Per non parlare poi della mancata ricerca in vita di un arricchimento professionale per fortuna prontamente compensata dagli eredi, i quali, scoperta l’esistenza di una parente geniale, non hanno esitato a iniziare ora battaglie legali fra vari presunti – e si intende, affezionatissimi – pronipoti.

Ma di un’artista che crea incessantemente, sazia solo del suo fare, e di gran lunga molto meno interessata allo sviluppo e al commercio delle sue opere, resta innanzitutto, a prescindere dalle indagini biografiche in cui la filologia si mischia pericolosamente al pettegolezzo, una dedizione all’atto della fotografia, più che al suo prodotto, incarnato dal muoversi, perdersi per le strade di Vivian, talvolta accompagnata dai recalcitranti bambini di cui si prendeva cura.

Un atto solitario, che esula dalla condivisione finale dell’immagine con gli altri, la cui consuetudine ha rafforzato l’idea per cui si scatta (e in generale si crea) proprio per essere fruiti dal mondo. Un’inclinazione del genere, a metà fra egocentrismo e anarchia, richiama al discorso sul diritto dell’autore di privare i possibili consumatori dei suoi elaborati, e si interroga riguardo in quale misura ogni creazione, una volta partorita, possa ritenersi indipendenza da chi l’ha generata. Il sospiro di sollievo con cui noi lettori accogliamo la notizia che Kafka fallì nel suo desiderio di vedere distrutta tutta la sua opera sembra dirci che egoismo per egoismo, una volta che volontariamente o meno ci si lascia sfuggire il prodotto del proprio ingegno esso non ci appartiene più se non di nome.

Se però ogni tentativo di penetrare nel mistero Vivian Maier può nei migliori dei casi portare a un ritratto sommariamente abbozzato di una donna che ha vissuto nel silenzio per scelta personale, al suo posto rimane un corpus di opere sterminato la cui disamina si protrarrà ancora anni e anni. Un utile effetto collaterale di tutta la faccenda, in un’epoca dove l’attenzione all’esposizione dell’immagine prevarica l’attimo in cui si è soli con la macchina fotografica – secondo il moderno paradigma per cui vale più l’essere visti che vedere – potrà essere allora riallacciare la genesi della sua opera a un nuovo sguardo sull’intima solitudine del gesto fotografico, nell’ipotesi che farne esperienza in tutta la sua pienezza possa poi portare a un produzione finale realmente consapevole.

Da Doppiozero (con una prima riflessione di Silvia Mazzucchelli)

Lascia un commento

Archiviato in Arte & Fotografia, Articoli

Il regno d’inverno. Winter Sleep – Nuri Bilge Ceylan (2014)

1400861306552_0570x0367_1400861324417

Il testo è un mezzo per comunicare, volgersi all’esterno, proiettarsi nel mondo. Ma è anche un muro, una lastra di vetro che illude con la sua trasparenza di mostrare il vero. Un’opera cinematografica che decida di fare della letterarietà lo stilema principale rivela la sua autenticità nel senso che guarda al dialogo come un luogo di confessione o al contrario, di nascondiglio. Nel caso di Il regno d’inverno – Winter Sleep, Palma d’Oro a Cannes per il regista turco Nuri Bilge Ceylan, il discorso si fa metalinguistico, poiché l’uso del linguaggio racconta non solo la ritrosia dei protagonisti ma anche dello stesso autore verso una sincera analisi dell’animo umano.

In effetti Il regno d’ inverno – Winter Sleep si muove dentro l’intelaiatura di un’autorialità più esteriore che reale: i personaggi, calati in un contesto teatrale di sequenze dialogiche, rispondono alle aspettative di un pubblico letterario, vivendo un dramma dal respiro ottocentesco. Aydin è il classico uomo buono ma ignavo, facile a giustificare la propria immobilità morale con la continua rivendicazione di un credo filosofico volto all’armonia e alla giustizia, colto in un mondo – un piccolo albergo innevato in un villaggio dell’Anatolia – che respinge la sua integrità mai messa alla prova con esplosioni di rabbia, dalla giovane moglie alla ricerca di un’indipendenza mentale, alla sorella costretta a vivere con fratello dopo aver abbandonato il marito. Sullo sfondo le famiglie povere cui Aydin affitta case, punite con pignoramenti e sfratti ogni volta che mancano un pagamento: in particolare un uomo alcolizzato e il figlio, che ha visto il padre pestato dalla polizia a causa dei debiti, riveleranno col proprio odio l’ipocrisia delle buone intenzioni dei padroni tanto educati, gentili e pronti a girarsi dall’altra parte quando i servi devono fare il lavoro sporco al posto loro.

Facile tacitare il film di eccessiva durata (tre ore abbondanti) e verbosità, ma la questione qui non riguarda il tempo dell’opera, ma l’uso che se ne fa. Ceylan possiede gli stessi difetti che descrive in Aydin, quel cercare l’approvazione altrui attraverso la citazione di quei termini che sa risultare profondi all’interlocutore: come il frequente far ricorso ai proverbi del suo protagonista, il regista turco nasconde la mancanza di una sincera vena narrativa negli splendidi scenari dell’Anatolia invernale, nella teatralità di sequenze lunghissime in campo controcampo nella quali in teoria i personaggi dovrebbero confessare le proprie debolezze per toccare il vertice di un’analisi spietata sulla natura umana. Nulla manca nella forma a Il regno d’inverno – Winter Sleepper essere un grande film, e non a caso, la giuria di Cannes, forse incantata dallo splendido prodotto culturale così efficacemente confezionato, gli ha consegnato il premio più importante; nulla, se non quell’onestà che impedisce a Aydin di farsi amare da chi gli sta intorno, e allo spettatore di abbandonarsi al racconto di Ceylan.

Laddove la verbosità diviene sinonimo di menzogna, sono i personaggi muti, padre e figlio chiusi in un silenzio assordante, a mostrare qualche scintilla di reale emozione, qualora rinnegano le belle parole con la violenza delle proprie azioni. Soldi gettati nel fuoco, sassi lanciati contro i vetri, raccontano le potenzialità di un racconto maggiormente incisivo, un’occasione perduta nell’ansia di toccare l’altro con la pretesa puerile, però, di non svelarsi mai. Per Aydin e Ceylan, una doppia sconfitta.

Da PointBlank

 

1 Commento

Archiviato in Articoli, Cinema

Maze Runner – Wes Bell (2014)

The-Maze-Runner-Movie

Un ragazzo si risveglia in un ascensore in salita che lo porta in un posto sconosciuto. Si tratta della Radura, un pezzo di terra circondato da altissime mura. Thomas non ricorda niente di sé, solo il proprio nome, e una volta conosciuti gli altri ragazzi che vivono lì può solo raccogliere pochi brandelli di informazioni su cosa è successo: ogni mese da tre anni un ragazzo dalla memoria cancellata arriva e tenta assieme agli altri di sopravvivere come può. Uscire è impossibile, perché dietro le pareti si nasconde un labirinto in movimento che ospita misteriosi mostri, i Dolenti, che uccidono chiunque incontrino. Nel tempo i ragazzi si sono dati delle regole e un leader, Alby, dividendosi in gruppi secondo le specifiche esigenze della comunità. In particolare i Corridori, i ragazzi più veloci, hanno il compito di perlustrare il Labirinto per farne una mappa e trovare una via d’uscita, consci di dover far ritorno ogni giorno prima che le porte si chiudano al tramonto, pena la morte per mano dei Dolenti. Una situazione apparentemente senza via di uscita, che sembra cambiare quando per la prima volta dall’ascensore esce una ragazza, anch’essa priva di memoria, che riconosce però il volto di Thomas. Sorpresi dall’inedita speranza di capire cosa è successo alle loro vite, alcuni membri del gruppo, spinti dalle recenti novità, decidono di correre il rischio di morire per entrare nel Labirinto e scoprire la verità, osteggiati da chi preferisce rimanere vivo e immobile nella Radura.

Maze Runner – Il labirinto si muove per continui rilanci fin dalla prima sequenza: chi è Thomas? Perché non si può uscire dal Labirinto, e perché tanti ragazzi vi sono stati imprigionati? Il film, tratto dall’omonima trilogia letteraria di James Dashner e primo della sua serie distopica, parebbe una novella versione bucolica di The Cube, salvo l’assoluta dimenticanza dei suoi protagonisti. Solo i sogni, o la malattia che assale i ragazzi quando vengono punti dai Dolenti e che fa loro riacquistare la memoria, riescono a rivelare frammenti di verità che il regista Wes Ball distilla lentamente lungo il corso della storia per mantenere viva l’attenzione dello spettatore. Infatti qui più che la trama conta il suo graduale manifestarsi sullo schermo, offrendo di tanto in tanto piccole spiegazioni che possano soddisfare la curiosità senza per questo spegnere l’interesse per il mistero proposto, che non viene risolto quando aperto nelle proprie pieghe.

Il racconto di Maze Runner– Il labirinto è in effetti assai convenzionale, come gli elementi su cui basa la propria struttura narrativa, in particolare il tema antico del labirinto e della prigionia, che offre delle sue vittime una doppia lettura: o sono prigionieri perché colpevoli, o perché colpevoli sono i loro carcerieri.
Il valore aggiunto a una trama piuttosto classica è pertanto il modo in cui essa viene dipanata in immagini, senza mai abbassare il ritmo né proporre soluzioni inverosimili che facciano venir meno la credibilità della storia. Certamente, trattandosi di una trilogia cinematografica in fieri, sulla falsariga dell’omonima saga letteraria, il film più che spiegare può solo presentare gli elementi principali della vicenda, consegnando alle altre due future opere il ruolo di approfondire i temi qui appena introdotti; ma di sicuro, se il buongiorno si vede dal mattino, è possibile dichiarare che perlomeno Maze Runner – Il labirinto ha tutte le carte per aggiudicarsi la fiducia del pubblico.

Da PointBlank

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Cinema