Roma 2014/ Il sale della terra – Wim Wenders & Juliano Ribeiro Salgado

Il sale della terra

L’esperienza di Il sale della terra sembra offrire una soluzione lapalissiana per chiunque voglia creare: fare arte è facilissimo, basta dedicarvici completamente. Una risposta solo apparentemente conclusiva, che nasconde invece difficoltà pratiche e mentali spesso insormontabili. La storia di Sebastião Salgado ne offre un perfetto esempio, nel suo lungo elenco di luoghi e popoli visitati abdicando quasi completamente al proprio ruolo di marito e madre, nonché assorbendo da ogni posto la bellezza e il dolore, fino a saturarsi l’anima. Venire incontro alla sua opera significa allora prendere su di sé questa completa dedizione al racconto; ed è in questo senso che Wim Wenders opera, promuovendo un movimento cinematografico verso la fotografia, assieme al figlio di Salgado,Juliano Riberio, che ne condivide in forma di coregista la penetrazione nelle immagini e nelle parole, come scoperta e comprensione di un padre perennemente assente durante la sua giovinezza.

Lo sforzo attuato dal fotografo per incarnare nell’immagine il senso di ciò che vedeva è lo stesso che i due registi profondono nel contribuire alle fotografie con gli specifici stilemi cinematografici, quasi per poterle rianimare con il mezzo cinema. Che ogni medium possa bastare a se stesso è quesito non ancora risolto nel campo della comunicazione, ma questo non nega l’attrazione fra le due parti: fotografia come fotogramma, cinema come evoluzione dell’immagine, entrambi i media dialogano sul confine dell’integrità delle proprie strutture.

Se dunque Il sale della terra si denota come riflessione metalinguistica, dimostrandosi ben più di un semplice documentario, è perché l’oggetto stesso del suo discorso supera i limiti della semplice professione fotografica, per addentrarsi nelle innumerevoli pieghe del vissuto che racconta. L’intelligente mossa di Wenders di scomparire dall’intervista, lasciando Salgado solo di fronte allo schermo lungo il quale venivano proiettate le sue fotografie – che era anche il luogo dove era collocata la macchina da presa – lascia che sia il suo volto stesso, diretto agli spettatori, a descrivere le immagini. Ed è una narrazione intima, profondamente coinvolta, che rivela un uomo deciso ad accettare tutto ciò che viene dal fotografare: il tempo necessario per visitare e comprendere, la fatica di adattarsi, pazientare, accettare, essere sempre disponibili verso il mondo che si vuole conoscere, nonché la forza di sopportare anche tutto il dolore che può venirne, come il tragico reportage in Ruanda dal quale, confessa Salgado, ne uscì con l’anima contagiata dalla continua esposizione alla violenza.

A questo la regia risponde trattando ogni immagine come un’inquadratura filmica, con voci e suoni in sottofondo a risvegliare il ricordo di aver visto come persona, prima ancora di aver rappresentato in vece di artista, quella realtà. L’arte come il vissuto intenso delle cose: ed è davvero fondamentale nel film questa perfetta aderenza emotiva fra forma cinematografica e contenuto fotografico, perché trasporta dagli occhi di Salgado/Wenders a quelli di chi guarda l’impeto delle sensazioni descritte, in un’esperienza che è anche intrinseca immedesimazione. Dono prezioso, questo offerto da Il sale della terra: dimostrare ancora una volta, che la vista può essere una cosa davvero meravigliosa.

Da PointBlank

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