Roma 2014/ Last Summer – Leonardo Guerra Seragnoli

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C’è tanto silenzio in Last Summer, lunghe sequenze di immobilità: ed è certo l’estenuante lentezza della pellicola a costituire il primo e fondamentale ostacolo alla visione, coadiuvato dai problemi inerenti la comprensione della storia. Ciò che è noto fin dall’inizio è solo l’incontro fra una madre e il figlio su una barca in mezzo al mare, circondati da un equipaggio tanto premuroso quanto diffidente. La donna ha perso la custodia del bambino, e le rimangono solo quattro giorni per salutare il piccolo prima di non rivederlo per molto, molto tempo; ma il figlio, forse manipolato dalla famiglia del padre, o smarrito dalla prolungata assenza della madre, sfugge ogni attenzione di quest\’ultima. A questa, prigioniera di un’atmosfera di cordiale ostilità, non resta che inventarsi continui piccoli approcci fisici e verbali per poter ricreare un legame che si mantenga saldo nell’imminente lontananza.
Il vuoto degli spazi aperti in cui si muovono i personaggi, è paradossalmente claustrofobico. Non vi sono posti dove scappare, impossibile non entrare prima o poi a contatto con qualcuno sulla barca, o coglierne le conversazioni bisbigliate. Una situazione tesa non solo per la protagonista, ma per lo stesso spettatore che si scontra coi ripetuti primi piani del volto muto della donna, senza poterne penetrare i pensieri. La stanchezza che ne deriva allenta l’attenzione e la comprensione, rischiando anche di minare l’interesse per il film, fino a che l’incontro inevitabile fra madre e figlio, a lungo ritardato, ostacolato e deviato, non si compie, partendo dall’uso e la condivisione della medesima lingua – la donna ha avuto il bambino da un uomo occidentale, pertanto è bilingue – per evolversi poi nel contatto fisico. La seconda parte del film, forse la più apprezzabile, è infatti la cronaca di questo graduale riavvicinamento epidermico fra i due, laddove finalmente il vuoto viene riempito dai movimenti reciproci verso l’altro, in forma di smorfie, mani strette e pelli respirate.
Opera pertanto ambigua, ambivalente,Last Summer sembra mancare di una linea narrativa forte, abbandonando i personaggi a loro stessi per poi recuperarli nella parte finale del film. Ciò che a prima vista appare come l’esperienza di un addio, preparato e vissuto come l’ultimo scampolo di tempo prima della separazione definitiva, è in realtà il tentativo di mettere radici nell’assenza. Rimanere come ricordo, presenza forte nella mente: ribadendo almeno il valore di un rapporto imprescindibile al di là delle influenze esterne. La madre, inizialmente rappresentata nella sua gelida eleganza esteriore, si anima gradualmente nel momento in cui riesce a trovare un canale di comunicazione produttivo col bambino.
Ma se lo smarrimento dei personaggi riecheggia in una macchina da presa dallo sguardo rallentato, talvolta immobile, ciò fa sì che lo svolgimento stesso della storia risulti soffocante e inconcludente, pregiudicando la piena comprensione dei fatti, nonché ogni coinvolgimento per questi. Altalenando fra divagazioni e sequenze maggiormente azzeccati Last Summer ondeggia come i suoi protagonisti, per trovare un suolo stabile solo dopo un lungo tragitto sconnesso.

Da PointBlank

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