Roma 2014/ Masterclass con Wim Wenders

Masterclass con Wim Wenders

”Più invecchio e meno capisco la fotografia” confessa a Mario Sesti un sincero Wim Wenders alla Masterclass a lui dedicata al Festival di Roma. Occasione dell’incontro è l’imminente uscita del documentario Il sale della terra dedicato al fotografo Sebastião Salgado, intorno al quale il regista tedesco ha costruito un discorso cinematografico che è divenuto anche riflessione metalinguistica sul valore dei linguaggi visivi. Un film che parli di fotografia non può infatti che far emergere, anche involontariamente, le differenze fra i due media: in questo caso poi la cosa si impone con maggior forza, data l’originaria fascinazione per il mezzo fotografico di un Wenders che si è detto inizialmente diffidente verso il principio narrativo del montaggio. Peraltro, meno nota ma comunque presente è la sua carriera come fotografo di paesaggi urbani e no – solo pochi mesi fa era in mostra a Roma, il suo cicloUrban Solitudes – in una considerazione del gesto fotografico imprescindibile dall’atto di viaggiare. La parallela esperienza cinematografica, ha raccontato il regista, ha sviluppato in lui l’idea di ogni immagine come una relazione di campo (fotografia) e controcampo (colui che scatta), da cui recentemente è derivata la curiosità di scoprire cosa ci fosse dietro le viscerali fotografie di Salgado: un’esperienza che l’ha portato a dover rivedere il proprio concetto di tempo.

Inizialmente convinto, infatti, di poter terminare il film in poche settimane,Wenders ne ha realizzato una prima versione piuttosto convenzionale, secondo lo scherma domande/risposte/immagini; nel visionare il girato si è però reso conto che l’emozione del fotografo nel rivedere le proprie fotografie svaniva una volta rientrato nella dimensione dell’intervista. Da qui la scelta di effettuare una seconda serie di riprese, posizionando Salgado in una camera buia, con uno schermo a proiettare le immagini. Il regista, con la telecamera nascosta dietro lo schermo, riprendeva l’artista che, non più distratto, poteva perdersi completamente nelle emozioni e nei ricordi suscitati dalle fotografie. Un approccio lento che Wenders ha dovuto far proprio, per poter penetrare nella diversa concezione temporale presente nel lavoro del fotografo brasiliano.

Raramente la concezione dell’arte come totale devozione è stata meno esplicita come nella storia di Salgado che, nato come economista, ha iniziato a fotografare viaggiando e svanendo da casa per mesi e mesi, completamente assorbito dai luoghi che voleva raccontare. Dedicava moltissimo tempo solo a conoscerne gli abitanti, conquistare la loro fiducia, vivere e dormire con loro. Una scelta di vita che ha influenzato profondamente le dinamiche della sua famiglia, costretta ad abituarsi a continue e prolungate assenze di un marito e un padre lontano. Se la moglie ha condiviso sempre il lavoro di Salgado in qualità di editor e curatrice, solo una volta divenuto regista il figlio Juliano Ribeiro ha potuto superare le distanze prodotte dalle ripetute separazioni, diventando coautore insieme a Wenders di Il sale della terra.

Tra le domande fatte dal pubblico si è distinta una riflessione sul legame fra verità e bellezza in relazione al dilemma morale proposto dall’estetizzazione della tragedia. Wenders ha risposto attribuendo alla bellezza delle immagini un carattere involontario, contrapponendovi il valore superiore della verità. Un’ottima sintesi del racconto ascoltato alla masterclass : più che il piacere del guardare, vale la consapevolezza del sapere, per ricordare che creare può contribuire a diffondere il vero.

Da PointBlank

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