Archivi del mese: dicembre 2014

Empatie Cinematografiche – Aprire il mondo

hero_aspect_ratio_mommy_expand_3

Steve in Mommy di Xavier Dolan, che spalanca lo spazio della vita allargando lo schermo, la bellezza delle cose che straripa dall’inquadratura deformandola, spinta dalle note di Wonderwall,

un’idea di cinema come forza dello sguardo, capace di cambiare la realtà infantile, che si rivela potente come certi sogni fanciulleschi.

1 Commento

Archiviato in Cinema

Immobile di professione: il mestiere della modella d’arte

1779_1062779335863_5097_n

Due anni fa mi è scaduta la carta d’identità, per cui ho dovuto recarmi in municipio a fare le dichiarazioni necessarie per il rinnovamento. Quando mi è stato chiesto cosa preferissi mettere come impiego, la me laureata e lavoratrice precaria ha esitato, per poi scegliere “disoccupata” come risposta.

Non era del tutto vero: benché effettivamente senza lavoro per quasi metà dell’anno, un mestiere che mi garantisca un reddito minimo ce l’avevo e ce l’ho ancora, ma la sua definizione mi è sempre sembrata ambigua vista nel contesto storico attuale. Faccio la modella, uso il mio corpo per offrire un’immagine specifica a chi mi guarda.

Lavoro con artisti, studenti d’arte e appassionati di disegno e pittura, collaboro con accademie, scuole di fumetto, illustrazione, laboratori e associazioni culturali, ed è un mondo molto diverso da quello che i più oggi identificano nell’icona della modella di moda.

Una soluzione è il termine modella d’arte, ma devo spesso accompagnarlo con una spiegazione dei miei compiti, ed strano, perché il nostro è storicamente il paese artistico per eccellenza, e i corpi nudi presenti nelle rappresentazioni figurative ci sono ben familiari: sarebbe bene ricordare che molti di questi appartenevano a persone reali, che hanno offerto la propria presenza all’occhio di chi voleva riprodurla o prenderne ispirazione.

Nel mio caso furono piccoli episodi sparsi nella mia adolescenza a delineare un interesse per questo ruolo, da cose ingenue come il fascino che mi aveva trasmesso la scena del ritratto di Rose in Titanic – una splendida, morbidissima Kate Winslet – al successivo innamoramento per i nudi stilizzati di Modigliani, tutti curve e masse di colore.

C’era per me una specie di poesia, un’empatia e una consapevolezza di sé in quel esserci di fronte all’artista che mi attraeva profondamente, ma credevo che quel mondo avesse ormai assorbito i canoni della perfetta magrezza occidentale ed ero certa di non piacere. In pratica, pensavo di essere troppo brutta per poterlo fare.

Tutto cambiò quando a vent’anni mi prese la passione per la fotografia e iniziai a ritrarmi nel modo più anticonvenzionale possibile. Qualunque sia stato il risultato, la pratica costante mi abituò a vedere il mio corpo fuori dagli schemi che si erano sedimentati nel mio cervello e lo studio dell’arte confermò la libertà con cui si poteva guardare la carne da cui erano rivestiti gli esseri umani. Nello stesso periodo una mia amica iniziò a seguire un laboratorio di pittura e così, raccogliendo il coraggio, mi presentai una sera con la mia vestaglia e posai per la prima volta.

Da allora sono passati sette anni e, splendido paradosso per una persona cerebrale come la sottoscritta, lavorare come modella è diventata la cosa più vicina a un lavoro fisso che abbia mai avuto. Da novembre a giugno passo metà del mio tempo nuda e immobile in una stanza davanti a delle persone che mi ritraggono, fisso la sveglia, ascolto le lezioni dei docenti su pittura, scultura e disegno. Nel mio stato sono un’eccezione: la maggior parte dei modelli solitamente hanno esperienza di lavoro col corpo, dal teatro alla danza, e possiede una personale inclinazione per il disegno, tutte e due esperienze e doti che non mi appartengono.

Sulla carta mi vengono bene solo stelline, cuori e fiorellini, a scuola ero fra quelli meno capaci di padroneggiare matite e pennelli, e a quattro anni ho abbandonato danza dopo la terza lezione, terrorizzata di star senza la mamma per un’ora (eh già).

Però la figura umana mi interessa, come immagine in movimento, e all’università nomi come Pina Bausch e Sylvie Guillem mi aprirono gli occhi sulle immense possibilità del concetto di corpo. Ho dovuto impararlo sulla mia pelle, scoprendo la forza e i limiti dei muscoli, sperimentando la resistenza e la concentrazione mentale. Devo allenarmi per sopportare lo sforzo di pose lunghe anche un’ora, e tenermi elastica per poter presentare nuove variazioni.

I compiti sono solo due: non muoversi e offrire figure sempre interessanti, che qui significa complesse, plastiche, voluminose. Lo studente di fronte al modello si trova nella stessa posizione di chi deve risolvere un’equazione matematica, e maggiore è la difficoltà dell’esercizio, migliore diviene l’abilità tecnica a intuire le linee fondamentali del corpo, conoscerne scheletro e muscoli.

Per me è diventato normale – e lo è – e mi ci sono abituata, ma uscendo fuori dal contesto lavorativo ho dovuto confrontarmi con diversi pregiudizi ed etichette. Il punto è sostanzialmente uno: il corpo nudo possiede nella nostra società una valenza quasi esclusivamente sessuale, e chi si spoglia lo fa per esprimere e richiamare desiderio fisico.

Certo, è lecito che ognuno possa rifiutare di dover mostrarsi agli altri, ma questo non significa che in chi lo fa ci debba essere per forza un’inclinazione nascosta o perlomeno una notevole sicurezza, se non la chiara ostentazione venale che mi attribuì una ragazza quando mi definì “un’esibizionista”.

Ciò che lo rende strano è che sono una persona quasi totalmente incapace di parlare in pubblico, dura a trovare le parole con gli sconosciuti, sempre lì a rimuginare su ogni frase. La fiducia l’ho acquistata solo grazie alle reazioni positive che il mio lavoro ha suscitato.

Non c’entra la bellezza, solo il carattere che si riesce a imprimere ai propri gesti, la capacità di offrire un senso espanso alla lettura del corpo, suggerire nuove idee creative. Il sesso è l’ultima cosa cui pensi quando devi controllare i crampi e ignorare la zanzara che ondeggia sul tuo naso, soffrendo il freddo che non sempre le stufe riescono ad attenuare; motivo per cui digrigno feroce i denti di fronte a chi dice che tutto sommato, non faccio niente tutto il tempo.

In fondo la questione è una sola: si ha difficoltà a concepire il nudo come materia visiva, racconto personale o espressione artistica, astraendolo dalla pulsione sessuale (la quale, peraltro, non ha nulla di negativo in sé, se non quando viene associata a idee sessiste).
Eppure ho acquisito dal mio impiego una notevole consapevolezza di quanto possa essere interessante la figura umana in tutte le sue sfaccettature, ma anche di me, dei miei sensi; ho guadagnato inoltre un’inaspettata padronanza dei miei arti.

Non è tutto rose e fiori, perché è un lavoro gratificante solo se fatto in un contesto di pieno coinvolgimento da entrambe le parti. Non è scontato ricevere il riscaldamento adeguato o il completo interesse di chi è nell’aula e il rispetto per il proprio corpo, e bisogna imparare a farsi valere e sottolineare le proprie esigenze (stufe, pause fra una posa e l’altra, fotografie solo a richiesta). Né è qualcosa che si può fare per sempre. La schiena fa male, i muscoli si indolenziscono, e pur con tutti gli accorgimenti star nuda tutto l’inverno anche per otto, nove ore al giorno, tre-quattro volte la settimana, comporta, per tipe freddolose come me, periodici mal di gola e influenze. In un certo senso è stata una scelta di vita, che mi ha portato a confrontarmi con la necessità di conoscere la storia dell’arte, i limiti del mio fisico e modi efficaci per non morire di noia durante la posa.

Una mia cara collega colombiana, che credo faccia questo mestiere da almeno trent’anni, ha scritto un libro, al momento disponibile solo in spagnolo, che ripercorre la storia del modello d’arte fin dalla sue origini, citandone i nomi più famosi fino a oggi, e aggiungendovi un elenco di modalità di lavoro, e dei diritti che bisogna pretendere dai datori.

Ho consigliato a molte mie amiche di sperimentare questo lavoro come guadagno extra, perché per il tempi che richiede paga bene e si ha poca concorrenza: molti ci provano, pochi continuano, a causa di un costante esercizio fisico. Alcune hanno detto di non poter sopportare lo sforzo, o giustamente ribadito il proprio personale concetto di pudore, altre hanno addotto motivazioni più preoccupanti sul rischio di essere etichettate come poche di buono e sul disaccordo dei fidanzati.

Quella di modella è talvolta un’esperienza davvero impegnativa, ma mi ha dato moltissimo. Anche una volta smesso di posare, non potrò dimenticare la potenza e la particolarità di ogni parte del corpo che mi ha rivelato: è diventato un pezzo di vita che mi descrive in profondità, ribadendo il continuo rinnovarsi dello stupore per quello che è essere carne.

Da SoftRevolution

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Personale/I Me Mine, Società

Neve – Stefano Incerti (2013)

190754514-d3709058-0cf4-4b7a-bd15-59e2b0fbcb2b

Titolo alternativo per Neve potrebbe essere il semanticamente contiguo Bianco: l’ambientazione del nuovo film di Stefano Incerti, con le sue distese innevate a perdita d’occhio, è di fatto un personaggio a parte nella storia, data la sua peculiare caratteristica di far da sfondo infinito e, allo stesso tempo, di far esaltare, con il suo candore abbacinante, le rare figure scure che vi si attardano. Donato, protetto da una maschera di banale convenzionalità, si muove per le strade dell’Abruzzo con studiata noncuranza, finché nel suo spazio visivo lattiginoso non compare una donna, Norah tacchi altissimi e abiti aderenti, bruscamente abbandonata da una macchina qualche metro più avanti. In quel bianco immenso la differenza fra i due non potrebbe essere più grande, ma forse è proprio l’aspetto comune di lui e l’apparenza chiassosa di lei a far da catalizzatore per un incontro nella vallata solitaria. Donato offre un passaggio alla donna, convinto di dover fare assieme solo poche centinaia di metri in auto prima di separarsi; ma, sia per il bisogno di una voce che rompa il silenzio del suo misterioso viaggio, o un’inedita spinta di protezione verso Norah, che sembra nascondersi dal figuro poco raccomandabile che prima l’ha lasciata in mezzo al nulla e ora le invia in continuazione sul telefono messaggi minacciosi, i due sono destinati a condividere la stessa strada, rivelando pian piano i motivi per cui sono finiti a vagare in un panorama di pura monotematicità visiva.

Giacché è l’atmosfera, e il confronto fra due personaggi apparentemente così diversi, a essere il punto focale del film, sarebbe errato valutare Neve all’interno del genere noir che certamente a prima vista sembra richiamare. Le intenzioni nascoste dei protagonisti, e i piani che celano i loro atteggiamenti fintamente disinvolti, sono sì l’intelaiatura fondamentale della storia, ma solo come base per uno studio dei caratteri umani. In questo, il confronto fra indole e aspetto fisico – quello dimesso e ordinario di Donato, e quello provocante e appariscente di Norah – può essere considerato come l’ennesima applicazione di un topos narrativo ricorrente, quello degli opposti che si incontrano per caso e che, malgrado tutte le differenze, riconoscono uno nell’altro una comune fragilità che li avvicina. Assegnata a questo sguardo la principale fonte di interesse della trama, i contenuti secondari delle intenzioni dei personaggi e delle ulteriori figure che entrano brevemente nel film hanno in realtà poco importanza ai fini della partecipazione alla storia da parte dello spettatore: conta solo la sensibilità del regista nel raccontare due esseri umani tesi fra il desiderio di un dimenticato contatto intimo con qualcun altro e le istintive difese che una vita di ferite ha insegnato loro ad alzare verso il mondo esterno. Aprirsi o pensare solo a se stessi? L’interrogativo non trova risposta in Neve, ed è forse proprio questa conclusione insoluta a rappresentare il vero mistero indagato nel film, che prescinde dalle situazioni specifiche per addentrarsi in un ben più generale campo di riflessioni sull’umano. Contribuiscono al buon esito della storia gli ottimi due interpreti principali, che rendono le dinamiche dei loro ruoli senza perdersi nella facile stereotipicità in cui la trama rischiava di cadeva; e uno sterminato paesaggio innevato, perfetta metafora dell’incertezza esistenziale in cui l’essere umano può perdersi.

Da PointBlank

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Cinema

Pride – Matthew Warchus (2014)

pride

Pride si inserisce nel filone cinematografico, ormai consolidato, dedito a narrare le vicende relative al famoso sciopero dei minatori inglesi tra il 1984 e il 1985: un anno di durissimi bracci di ferro fra i lavoratori e l’algido Primo Ministro Margaret Thatcher – che aveva promulgato la chiusura di venti miniere di carbone – amaramente concluso con la resa dopo 51 settimane di spossante resistenza. La linea di lettura del film di Matthew Warchus è però oltremodo originale pur nella sua totale veridicità di fondo, data la scelta di raccontare l’episodio finora inedito del sostegno della causa da parte di un’altra minoranza, quella fortemente stigmatizzata dei gay inglesi. A metà fra abile strategia politica e sincera empatia, un gruppo di omosessuali londinese, conscio della propria invisibilità sul piano sociale fonda i Lesbians and Gays Support The Miners (Gay e Lesbiche supportano i Minatori) e inizia una raccolta fondi a favore degli scioperanti in una minuscola comunità gallese, rivelandosi il gruppo di supporto più fruttuoso. Un incontro fra le parti diviene dunque necessario, malgrado le riserve degli abitanti della comunità rurale, conservatrice e bigotta, e costringe entrambi gli interlocutori a un superamento, talora anche arduo, dei propri pregiudizi. Come è facile immaginare, i paesani, modellati su un canone di virilità fortemente irrigidita, guardano con sospetto, se non con ostilità, i più liberi omosessuali, che d’altra canto rivedono nei minatori i beceri oppressori della propria giovinezza; superare la comune diffidenza non sarà facile.

La struttura narrativa di Pride è, in fin dei conti, davvero convenzionale: l’incontro/scontro fra due culture diverse, e l’esito esilarante che ne consegue. Nel trattare la tematica della rivendicazione omosessuale in un periodo teso come gli anni Ottanta, agli albori del dramma dell’Aids, sono presenti tutte le figure caratteristiche che è scontato incontrare in racconti del genere. C’è il leader carismatico – cui fa l’eco il rappresentante locale dei minatori – il giovane ragazzo che di nascosto dal proprio ambiente familiare compie tutto il percorso di emancipazione personale dalla paura di esporsi, l’anziana progressista e la compaesana puritana che si oppone all’arrivo dei nuovi compagni di lotta; sullo sfondo, la preziosa riflessione su quanto ogni causa civile non appartenga mai esclusivamente a chi ne è coinvolto, ma riguardi il diritto fondamentale alla dignità di ogni essere umano. Certo, così ben congegnato nella sua forma di commedia impegnata, il film rischiava di mancare di reale partecipazione, ma è proprio questo timore che vogliamo qui affrettarci a sciogliere: Pride commuove pur nella sua costruzione sistematica, perché infonde sincero sentimento ai suoi protagonisti, ed è davvero difficile non affezionarsi alle loro storie, dal momento che il regista evita di dividere i personaggi fra stereotipati buoni e cattivi preferendo soffermarsi sull’umanità complessa di ognuno di loro. Ed è allora che la rivendicazione di un comune diritto di libertà appare allo spettatore tanto ovvia quanto deve essere sembrata a coloro che in quel tempo scelsero di riconoscersi, oltre ogni differenza personale, medesime vittime di un sistema oppressivo. Nelle lacrime di chi risente dopo anni il dialetto del paese che si è dovuto abbandonare per la propria omosessualità, e nell’ostinata opposizione di una comunità a un governo che vuol negare il lavoro, è riconoscibile l’identica esigenza, imprescindibile, di essere riconosciuti cittadini con diritti e doveri dallo Stato. Lottare per qualcosa che è di tutti: la solidarietà in fondo, consiste solo in questo.

Da PointBlank

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Cinema

Melbourne – Nima Javidi (2014)

melbourne1-675

Amir e Sara stanno per cambiare vita. I due sono in procinto di partire insieme dall’Iran per andare a studiare in ’Australia, per godere di preziosi anni di libertà che li renderanno definitivamente adulti e indipendenti. L’ansia degli ultimi bagagli da preparare serpeggia per la casa oramai vuota, tra cellulari che squillano e videochiamate sul portatile. Nella stanza da letto dorme la figlia neonata di un vicino, lasciata frettolosamente dalla babysitter qualche ora prima con la promessa di tornare a riprenderla a breve. Ma quando il vento fa sbattere la porta a vetri rompendola in mille pezzi, Amir, corso dalla bambina che credeva sveglia e in lacrime, la scopre immobile. La piccola non respira.

Melbourne pone una domanda schietta allo spettatore: tu cosa faresti?. Come in uno studio antropologico il regista Nima Javidi, qui al suo esordio cinematografico, colloca i protagonisti in un contesto specifico, scatena un tragico deux ex machina e poi sta a guardare cosa succede. Perché di tutte le cose che potrebbero inventarsi Amir e Sara trovandosi una neonata senza vita in casa, l’unica che non fanno è chiamare la polizia. Eppure sarebbe forse la soluzione più semplice: ma la paura e il sospetto avvelenano il buon senso, ed entra poi in mezzo anche il desiderio di capire da soli l’evento. Cosa è successo alla bambina, e quando è successo?

La costruzione solida su cui poggia il film prefigura una specifica struttura spazio-temporale: la coppia è prigioniera della propria abitazione ed è vittima dello svolgersi dei fatti, sempre paralleli a un determinato intervento sonoro. I rumori in Melbourne acquistano un valore diegetico fondamentale, contribuendo a provocare i fatti – la porta a vetri rotta che rivela lo stato della piccola – e a interrompere i momenti di riflessione dei personaggi facendoli desistere dai propositi appena fatti. Il mondo entra continuamente nella casa di Amir e Sara, dai telefoni, dai computer e dal videocitofono, madri, sorelle, vicini, amici, suonerie ridondanti che riempiono le stanze deserte, negando alla tragedia la sua dimensione privata. Il senso profondo di una coppia è messo a dura prova quando l’unico modo per dichiararsi innocente è accusare l’altro, peraltro senza che questo attenui il senso di colpa; e allora si ripercorre la giornata, ogni gesto, ci si interroga a vicenda, si cercano le prove, si fanno congetture. Perché l’opera di Nima Javidi in realtà è un’indagine nell’indagine, uno sguardo alla ricerca della verità da parte dei protagonisti che è anche constatazione della loro fragilità. C’è la paura di essere considerati assassini, che sconfina poi nella paranoia; il bisogno dell’altro, che ispira però un’inedita diffidenza. Sarebbe allora poco corretto valutare inverosimile la trama del film, benché certamente manipolata ad hoc per sostenere un soggetto così particolare:Melbourne affronta le emozioni più elementari incastonandole in un testo laboriosamente ordito senza che questo le snaturi. D’altra parte è bene sottolineare la forte presenza qui di un’interesse per la grammatica cinematografica, una passione per le regole narrative  del giallo – con striature hitchcookiane – che non prescinde da un’intensa riflessione umana. Il cinema fatto in qualche stanza, due protagonisti e molte comparse: uno spazio minimale riempito da una storia coinvolgente. A volte non basta altro.

Da PointBlank

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Cinema