Neve – Stefano Incerti (2013)

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Titolo alternativo per Neve potrebbe essere il semanticamente contiguo Bianco: l’ambientazione del nuovo film di Stefano Incerti, con le sue distese innevate a perdita d’occhio, è di fatto un personaggio a parte nella storia, data la sua peculiare caratteristica di far da sfondo infinito e, allo stesso tempo, di far esaltare, con il suo candore abbacinante, le rare figure scure che vi si attardano. Donato, protetto da una maschera di banale convenzionalità, si muove per le strade dell’Abruzzo con studiata noncuranza, finché nel suo spazio visivo lattiginoso non compare una donna, Norah tacchi altissimi e abiti aderenti, bruscamente abbandonata da una macchina qualche metro più avanti. In quel bianco immenso la differenza fra i due non potrebbe essere più grande, ma forse è proprio l’aspetto comune di lui e l’apparenza chiassosa di lei a far da catalizzatore per un incontro nella vallata solitaria. Donato offre un passaggio alla donna, convinto di dover fare assieme solo poche centinaia di metri in auto prima di separarsi; ma, sia per il bisogno di una voce che rompa il silenzio del suo misterioso viaggio, o un’inedita spinta di protezione verso Norah, che sembra nascondersi dal figuro poco raccomandabile che prima l’ha lasciata in mezzo al nulla e ora le invia in continuazione sul telefono messaggi minacciosi, i due sono destinati a condividere la stessa strada, rivelando pian piano i motivi per cui sono finiti a vagare in un panorama di pura monotematicità visiva.

Giacché è l’atmosfera, e il confronto fra due personaggi apparentemente così diversi, a essere il punto focale del film, sarebbe errato valutare Neve all’interno del genere noir che certamente a prima vista sembra richiamare. Le intenzioni nascoste dei protagonisti, e i piani che celano i loro atteggiamenti fintamente disinvolti, sono sì l’intelaiatura fondamentale della storia, ma solo come base per uno studio dei caratteri umani. In questo, il confronto fra indole e aspetto fisico – quello dimesso e ordinario di Donato, e quello provocante e appariscente di Norah – può essere considerato come l’ennesima applicazione di un topos narrativo ricorrente, quello degli opposti che si incontrano per caso e che, malgrado tutte le differenze, riconoscono uno nell’altro una comune fragilità che li avvicina. Assegnata a questo sguardo la principale fonte di interesse della trama, i contenuti secondari delle intenzioni dei personaggi e delle ulteriori figure che entrano brevemente nel film hanno in realtà poco importanza ai fini della partecipazione alla storia da parte dello spettatore: conta solo la sensibilità del regista nel raccontare due esseri umani tesi fra il desiderio di un dimenticato contatto intimo con qualcun altro e le istintive difese che una vita di ferite ha insegnato loro ad alzare verso il mondo esterno. Aprirsi o pensare solo a se stessi? L’interrogativo non trova risposta in Neve, ed è forse proprio questa conclusione insoluta a rappresentare il vero mistero indagato nel film, che prescinde dalle situazioni specifiche per addentrarsi in un ben più generale campo di riflessioni sull’umano. Contribuiscono al buon esito della storia gli ottimi due interpreti principali, che rendono le dinamiche dei loro ruoli senza perdersi nella facile stereotipicità in cui la trama rischiava di cadeva; e uno sterminato paesaggio innevato, perfetta metafora dell’incertezza esistenziale in cui l’essere umano può perdersi.

Da PointBlank

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