Archivi del mese: gennaio 2015

Corri ragazzo corri – Pepe Danquart (2013)

Run Boy Run–Lauf Junge Lauf

Primo Levi insegnava che la storia dei sommersi è sempre ben diversa da quella dei salvati, in virtù del fatto che solo questi ultimi hanno potuto raccontare la propria storia, che è primariamente racconto di sopravvivenza, vittoria contro le avversità. Corri ragazzo corri racconta la storia vera di uno di questi, Yoram Fredman, che fuggito bambino dal ghetto di Varsavia durante la Seconda Guerra Mondiale visse da fuggiasco per villaggi e foreste, braccato o aiutato secondo il caso. Abbandonata la famiglia, l’ultimo ordine del padre, pronto a sacrificarsi per salvare il figlio, è di celare ad ogni costo la propria identità di ebreo. Il ragazzo si inventa una nuova identità e impara così a vivere all’addiaccio di nascosto, o offrendo lavoro nelle fattorie in cambio di un posto dove dormire, pronto a fuggire qualora il suo segreto venga scoperto. L’esito finale delle vicende di Yoram, ora denominatosi Yurek, dipenderà dalla sua capacità di adattarsi agli eventi e dall’animo benevolo o meno delle persone che via via incontrerà sul suo percorso.

In situazioni tanto estreme, in caso di sopravvivenza è difficile capire quanto merito dare al talento rispetto al caso: perché se Yoram/Yurek dimostra una notevole maestria nel reinventarsi una soluzione giorno dopo giorno, i volti delle persone che sfilano nel film appartengono in egual misura a delatori, partigiani, gente pronta a tradire come dar rifugio. Così se la storie dei sommersi e dei salvati dalla persecuzione nazista divergono per il finale, è solo per un miscuglio di fortuna e dote personale, in cui la fatica regna sovrana. Astraendo il racconto dal contesto, la vicenda del protagonista potrebbe essere riassunta in un susseguirsi di sforzi fisici – sopportare il freddo, rubare vestiti e da mangiare, lavorare nelle fattorie – cui solo in un secondo tempo segue l’impegno mentale di rimuovere i ricordi e i dettagli pericolosi e costruirsi un nuovo passato e nuove abitudini. Yurek imparerà a comportarsi da cristiano, declamando le preghiere e ricevendo i sacramenti, mentre i volti della sua vera infanzia diverranno figure vaghe presenti solo nei sogni: è un sacrificio necessario per non venir distrutti.

D’altra parte mettere un bambino al centro di un film del genere significa eliminare dallo schermo, e dalla storia, ogni sovrastruttura morale per puntare l’occhio sull’unica cosa che conta in uno sguardo infantile: non morire, fisicamente e spiritualmente. La contraddizione fra il sospetto acquisito verso gli altri e una spontanea vitalità si concretizzano in un personaggio che all’inizio quasi crea frustrazioni per come, rispetto a ruoli più adulti, viva il suo dramma senza domande, ma è proprio nella fanciullezza rapportata all’orrore che Corri ragazzo corri si costruisce una sua rispettabile integrità narrativa, rifiutandosi di dipingere Yorek come un eroe coraggioso o, al contrario, una vittima inerme. L’assoluta semplicità dei suoi istinti, che si rispecchia in quelli di chi lo accoglie o lo insegue, descrive un umanità in un certo senso ugualmente infantile, che non ha bisogno di parole altisonanti per definire le sue gesta più nobili o atroci, poiché le esegue senza interrogarcisi sopra. La riflessione, il dilemma, la consapevolezza, arriveranno solo crescendo: ma se è certo che Yoram/Yurek è diventato adulto, perché è qui per raccontarci la sua storia, lo stesso non possiamo garantire dell’umanità in generale.

Da PointBlank

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Il nome del figlio – Francesca Archibugi (2015)

Il nome del figlio

Ah, i sessantottini italiani e i loro figli meglio cresciuti, nutriti a edizioni Adelphi e impegno critico! Pensiamoci bene: in un periodo in cui il vile danaro spinge la mente a riflessione più materialistiche, la casta della nostrana borghesia “illuminata” che giudizio ispira? Per quanto il vanto di una presunta superiorità morale sia stato spesso strumentalizzato in argomentazioni pretestuosamente contro-intellettuali, tale orgoglio è senza dubbio presente in molti soggetti della specie; ed è proprio in un contesto antropologico che si colloca Il nome del figlio che riprende dal soggetto di una commedia francese di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, Le Prenom, poi portata al cinema come Cena fra Amici l’idea di impronta teatrale di chiudere un gruppo di persone in un ambiente chiuso con premesse apparentemente rassicuranti per poi accendere la miccia e dar inizio allo scontro.

Nello specifico, si tratta di un convivio fra amici di vecchia data. Paolo Pontecorvo (Alessandro Gassman) sta per avere un figlio dalla sua neo moglie Simona (Micaela Ramazzotti), ex ragazza di periferia diventata famosa dopo la pubblicazione di un libro a tinte rosse. Sandro (Luigi Lo Cascio), vecchio amico di Paolo e marito di sua sorella Betta (Valeria Golino) gli ha sempre sottilmente rimproverato la mancanza di quell’impegno civile che aveva contraddistinto il padre, il defunto Emanuele Pontecorvo, intellettuale ebreo e comunista cresciuto sotto il regime fascista, con cui da ragazzo intratteneva un rapporto quasi filiale. Se Paolo è diventato un frivolo agente immobiliare, lui ha seguito ben altra strada, è docente universitario, scrittore e si rifiuta di perdere un posto all’agorà virtuale del momento, scambiando decine di tweet. La moglie cucina pasti bio e fa ginnastica isometrica mentre si aggira per stanze ingombre di libri per star dietro al marito, ai figli e alla casa, confidandosi quando può con un comune amico, Claudio (Rocco Papaleo), che fa da spettatore ai continui battibecchi fra tutti. Un equilibro fragile fra affetto e insofferenza che rischia di venir meno quando Paolo rivela agli amici il nome pensato con la moglie per il nascituro: un nome proibito, che richiama un personaggio devastante della storia italiana del Novecento.

Come studio sociologico il film di Francesca Archibugi sfiora forse in qualche punto la caricatura, senza però mai scadere nell’inverosimile. Ciò non toglie che più che l’analisi di costume sia il meccanismo della commedia a venire meglio alla regista, perché è nel passaggio fra dibattito morale a gioco di equivoci che Il nome del figlio raggiunge il suo apice. Un complicato intreccio di segreti e sottintesi mal interpretati costituisce la base per le scene più esilaranti e allo stesso tempo più intime, con un ottimo lavoro attoriale di gruppo. Se c’è da fare un appunto, è solo all’intento di voler contrapporre a questi intellettuali invecchiati convinti, almeno a parole, di poter cambiare il mondo o almeno di aver diritto di dire ciò che è bene e ciò che è male, una figura ancor più parodistica, come la popolana ignorante ma dalla fine sensibilità che tanto spesso ha abbondato sugli schermi italiani. Figura vincente replicata, semplificata e data per scontata fino a perdere l’iniziale valore narrativo. Tra tutti il personaggio di Micaela Ramazzotti è l’unica vera caricatura: beffa paradossale per un film, riuscito ma anche troppo edulcorato, su quanto alcuni appartenenti all’élite culturale del nostro paese siano diventati le maschere di se stessi.

Da PointBlank

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Cenerentola – Carlo Verdone (2014)

Cenerentola

Arriva sul grande schermo, solo per un giorno, la versione cinematografica dell’opera teatrale Cenerentola, musicata da Gioacchino Rossini, andata in onda in diretta due anni in mondovisione su RaiUno per la regia di Carlo Verdone. Non è la prima volta che l’autore romano si cimenta nella direzione di un melodramma, poiché già nel 1992 portava in scena al Teatro dell’Opera Il Barbiere di Siviglia anch’esso di firma rossiniana; ma, come è facile immaginare, la sfida odierna di integrare linguaggio teatrale e cinematografico con un profondo rispetto per la materia musicale di riferimento non poteva che suggerire nuove possibilità espressive. In primo luogo, l’aggiunta di un’integrazione narrativa in forma di animazione – a cura di Annalisa Corsi e Maurizio Forestieri – cui affidare il ruolo di introduzione onirica e fantasiosa alle vicende della giovane fanciulla, ex bambina felice, costretta al lavoro di serva dal patrigno che le ha sempre negato ogni riconoscimento filiale, preferendole le dispettose sorellastre. Patrigno e non matrigna, come nella versione più popolare della favola: nel libretto di Jacopo Ferretti mancano infatti zucche-carrozze, scarpine di cristallo e fate madrine. Vi si preferisce il gusto per l’equivoco e le scene di gruppo caotiche, trasposto nei celebri, parossistici crescendo rossiniani. Deux ex machina della vicenda è Alidoro, precettore di un un principe ormai costretto a prender moglie per assicurare la discendenza al trono. Poiché siamo in una favola, il ragazzo sogna il vero amore e affida al maestro il compito di trovare la fanciulla che possa esser degna di lui per virtù e bontà. L’uomo, nascosto sullo sfondo sotto le vesti lacere di un mendicante, tesserà gradualmente una trama intricata, avviluppando fra loro tutti i personaggi della storia, fino allo scioglimento finale delle ambiguità, rivelando i segreti della bella e misteriosa dama che si presenta a un ballo reale, e di un principe travestito da scudiero.

L’incontro fra teatro e cinema raggiunge nella Cenerentola diretta da Verdone una strana forma finale, poiché l’inevitabile staticità di alcune sequenze si alterna a un’esasperata manifestazione mimica. I frequenti ritorni sui volti dei personaggi, colti nelle loro smorfie grottesche o nella loro passione, comunicano una ricerca minuziosa delle emozioni che possono emergere dalle espressioni facciali, e trasformano gli interpreti in maschere enfatizzate dei propri ruoli. Su tutte la protagonista., una mite e innocenteLena Belkina che rende la lieve ingenuità dell’eroina principale fino a sfiorare una soave stupidità. Cenerentola nulla chiede per sé e tutto perdona; la sola pretesa che le esce dalle labbra è il desiderio prepotente di andare al ballo (Ah! sempre fra la cenere /Sempre dovrò restar?), tutto il resto lo ottiene per la sua semplice, pura presenza. Non può che ispirare amore, né la provvidenza si guarda bene dall’ignorarla. D’altra parte è di una favola trasposta in musica che qui si parla, moti dell’animo cristallizzati in figure ideali:. tal proposito si vuole segnalare, per onestà l’incapacità di chi scrive di giudicare la resa sonora e il valore degli strumenti vocali e orchestrali presenti nell’opera così interpretata dal direttore d’orchestra Gianluigi Gelmetti. Una volta chiarito questo, è però possibile proporre un’analisi visiva di un prodotto che a prescindere dalle proprie doti musicali fonda gran parte della propria struttura su un’impostazione cinematografica tradotta in una lettura ravvicinata dei volti presi dalla propria vicenda: è ed, laCenerentola di Verdone, sostanzialmente ingenua e infantile come la sua protagonista. Il desiderio di rendere uguale merito al lato teatrale rispetto quello televisivo crea alcuni momenti di fissità che lasciano male il passo ai vigorosi piani ravvicinati, e il dolce candore dell’opera segna i confini della sua medesima vacuità, offrendo una regia in cui la dose massima consigliata di zucchero rasenta i limiti consentiti.

Da PointBlank

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Rä di Martino: The Show Mas Go On

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Ci siamo andati tutti a Roma. Da adolescenti, quando con diecimila lire non si poteva entrare in nessun altro posto, da adulti, che in tempi di crisi una spesa al risparmio serve sempre, a volte solo per guardare la fauna di ragazzini, anziani in pensione e immigrati. Perfino nelle guide turistiche sono stati citati. Negozio di abbigliamento di ogni tipo a basso costo, o outlet come si dice al giorno d’oggi, i Magazzini allo Statuto (Mas), presenti a Piazza Vittorio da almeno un secolo fra continue chiusure e riaperture, sono un monumento urbano a una certo modo di essere romani che è divenuto mito, eredità storica. Comprensibile dunque che la notizia alla fine del 2013 della sua imminente, e stavolta definitiva, chiusura abbia suscitato un certo scalpore, abbia ispirato la videoartista Rä di Martino sollecitandola a elaborare un breve tributo cinematografico sospeso fra storia e fantasia.

La rapidità del racconto in The Show Mas Go On è da attribuire ai tempi stretti della produzione – si è iniziato a girare subito dopo la scrittura del soggetto, grazie ai fondi di una campagna crowdfunding online – ma è anche chiaro segno dell’intento della regista di riproporre sul grande schermo quel senso di un qual tipico surreale custodito nel quotidiano più popolare. La ricostruzione della fondazione e degli anni cruciali dei magazzini vengono pertanto affidati a una Iaia Forte felicemente sopra le righe, e non mancano i momenti esplicitamente visionari, come un’improvvisa storia nella storia, interpretata da Maya Sansa e Sandra Ceccarelli, che costituisce nella sua forma fantascientifica un omaggio volontario a un episodio della serie televisiva degli anni Cinquanta Twilight Zone/Ai Confini della Realtà.

La fascinazione per il mondo della finzione è infatti un dato fondamentale per comprendere il successo del negozio, da anni meta di costumisti alla ricerca di abiti adatti ai personaggi dei film o degli spettacoli teatrali. Come dire, una garanzia della fiducia di poter trovare fra gli scaffali dell’enorme magazzino un vestito giusto per ogni personalità, un riflesso della presenza dell’umanità brulicante e caotica che si dava appuntamento nei suoi spazi fantasmagorici. Il rimpianto per la fine di Mas non è per la chiusura di un’impresa commerciale, quanto per la perdita di uno spazio scenografico, soggetto narrativo e allo stesso tempo luogo di ambientazione di infinite minuscole storie. The Show Mas Go On sembra allora voler offrire un omaggio finale e insieme un ultimo ritorno del cinema italiano a un ostinato lido atemporale da cui ha preso spunto per decenni.

Ma chiuderà poi davvero Mas? A vedere ora il sito con la scritta I Magazzini Mas rimangono aperti, sembra proprio di no; e forse, chissà, ha contribuito in minima parte alla sua testarda sopravvivenza anche il lavoro di Rä di Martino, e in particolare la sua ode appassionata al secolare esercizio e alle sua magica atmosfera, eseguita da un Filippo Timi, voluttuosamente coperto fino al collo da un cumulo di pancere a tre euro, che intona una riscrittura ad hoc di Perfect Day di Lou Reed.

Da Doppiozero

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Buon Anno…e attenti a bere troppe orzate!

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