Archivi del mese: febbraio 2015

Cinquanta Sfumature di Grigio – Sam Taylor Johnson

Cinquanta Sfumature  di Grigio

Doveva pur arrivare prima o poi sullo schermo Cinquanta Sfumature di Grigio, l’adattamento cinematografico del bestseller erotico di E. L. James, uno dei successi editoriali più derisi da chi non l’aveva letto, o al massimo l’aveva fatto solo per la (dubbia) fama. Sembrerebbe che non resti altro ora che ignorarlo o farci sopra qualche risata, ma gli oltre cento milioni di lettori in tutto il mondo richiedono, per onestà intellettuale, il tentativo di analizzare oggettivamente il fenomeno, relazionando libro e film.

La trama è nota: Anastasia Steele, una timida studentessa, deve fare per conto di un’amica un’intervista a un importante uomo d’affari, Christian Grey, che si rivela sorprendentemente tanto impenetrabile quanto dotato di fascino. L’attrazione è duplice e istantanea, ma l’evoluzione del rapporto è caratterizzata dalla scoperta della personalità sadomasochista dell’uomo, che gestisce i propri rapporti personali all’interno di un contesto di pieno dominio dell’altro. La donna, turbata ma sedotta, conosce sulla propria pelle fruste, corde e manette, ma non sa decidersi: firmerà il contratto, redatto da Grey, che dovrebbe decretare la sua piena sottomissione all’amante? Celebre è il precedente storico, Histoire d’O di Pauline Réage, un’altra storia di umiliazione e abbandono sessuale dove l’appartenenza al padrone era testimoniata non da un semplice pezzo di carta, ma da un più violento marchio a fuoco sulla pelle; è innegabile però che la nuova variazione sul tema proposta da Cinquanta Sfumature di Grigio, che in realtà nacque come fan fiction erotica di Twilight, manchi di un qualsiasi spessore letterario. Volendo essere clementi, si potrebbe definire il libro come una lunga e ridondante serie di descrizioni sulle azioni di Christian e le sensazioni di Anastasia, scritta in uno stile elementare associato a un testo paratattico di estrema comprensibilità – le coordinate prevalgono sulle subordinate – che onestamente non offre molto sul piano dell’interiorizzazione del racconto.

Il fatto però, è che questo non ha alcuna importanza né influenza sull’esito dell’opera, perché è nella natura stessa di molti prodotti della narrativa romantica prediligere il contenuto alla forma: milioni di romanzi rosa vengono venduti ogni anno con lo scopo ben preciso di offrire ai lettori la pura evasione. Sono storie in cui i personaggi o la trama sono scuse per la realizzazione di un sogno, non troppo diversamente dai canovacci scalcagnati presenti in moltissima pornografia. Cinquanta Sfumature di Grigio ne condivide la centralità della fantasia a scapito di ogni altro elemento stilistico, ed è in effetti una situazione davvero ideale quella che propone. Innanzitutto tanto sesso, che non è quello misogino e indifferente che taluni hanno rimproverato a E. L James, quanto una richiesta di intimità e condivisione fra le più profonde. Christian chiede ad Anastasia di abbandonarsi completamente a lui, ed è un’esigenza di possesso che seduce perché implica un bisogno estremo della donna, del suo corpo, della sua volontà. Dunque non può che far capolino anche l’amore romantico, mentre il contesto narrativo appaga e rassicura allo stesso tempo: si ama una persona ricca, bella, intelligente, affascinante ma anche bisognosa di protezione, mentre la protagonista non rischia di provocare nessun complesso di inferiorità, carina ma imperfetta com’è.

Il passaggio da letteratura al cinema pretende però un approccio diverso alla struttura, pertanto anche la fruizione finale del film sarà esperienza diversa rispetto alla lettura del libro. Realizzare il sogno perfetto in immagini significa un trattamento nuovo della forma, per fare in modo che la storia sia qualcosa in più dell’esperienza pornografica che effettivamente è, nei termini di una immediata e precisa rappresentazione di una fantasia erotica. Lo stile di Sam Taylor-Johnson, regista convenzionale malgrado la carriera da artista concettuale, è quello prevedibile di un erotismo patinato elegante, ed è proprio questa composizione pulita che fa emergere tutte le insensatezze e assurdità di una trama ridicola: Christian Grey, è prima di tutto, un folle stalker e a nostro parere è il suo inseguire la protagonista in ogni dove – perfino introducendosi abusivamente nel suo appartamento! – che dovrebbe ben più intimorirla della sua stanza dei giochi piena di fruste, frustini e manette. Non che Anastasia non si riscatti un poco rispetto al personaggio originale, le cui impressioni presenti nel libro ci vengono qui risparmiate a favore del visetto candido e innocente di Dakota Johnson. Ma ciò che si poteva sognare nascosti nelle pagine di un libro, l’unico fattore che ancora poteva giustificare il senso dell’opera, è ora, alla luce del cinema, traslato in un racconto imbarazzante per quanto stilisticamente accurato e discreto. Soprattutto è ogni residuo di erotismo a farne le spese: inevitabilmente edulcorate per le grandi masse di spettatori, le scene di sesso presenti nel film sono orchestrate secondo raffinate coreografie, condotte da corpi glabri e sodi che eseguono esercizi di aerobica in ambienti ben arredati. Sarebbe dunque errato bollare Cinquanta Sfumature di Grigio come opera oscena, perché è ben lontana dall’essere scandalosa. L’amore, alla fine, è il solito scopo centrale: solo per quello ci si fa legare, frustare, sculacciare. Anastasia non è la Bella di Giorno di Luis Buñuel, non crea la fantasia ma la subisce soltanto per avere Christian (la cui perversione peraltro è accettata come conseguenza di un trauma infantile). Nessuna reale rivendicazione sessuale, o un’espressione della propria personalità, ma la solita storia del far l’amore per trovar l’amore, cosa legittima solo se non viene usata come mezzo per mettere a tacere ogni altro elemento, stavolta sì osceno e scandaloso, della sessualità. Quella di E. L. James e Sam Taylor-Johnson è in definitiva un’opera davvero insoddisfacente, dettaglio paradossale per un racconto che si proponeva in primo luogo di gratificare il lettore/spettatore. Allora, lo si dica una volta per tutte: dell’ennesima, noiosa normalizzazione del desiderio non ne facciamo niente.

Da PointBlank

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Selma – Ava DuVernay (2014)

Selma - La strada per la liberta

Se ogni racconto è una forma di metabolismo del vissuto, si potrebbe ben dire, a guardare la produzione cinematografica degli ultimi anni, che due sono i principali traumi storici che la cultura occidentale sembra aver finito per assimilare completamente: la deportazione ebraica compiuta dal Nazismo e il trattamento subito dai neri americani prima con il fenomeno dello schiavismo e dopo, con la segregazione razziale. A partire dall’elezione di Obama come Presidente degli Stati Uniti nel 2008, il cinema americano ha moltiplicato le storie di schiavitù (12 anni schiavo) e di rivalsa razziale, come le due pellicole che il regista Lee Daniels ha dedicato all’argomento, Precious e The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca; al punto tale che, con un tocco di malignità, si potrebbe affermare che ormai da qualche tempo ogni anno, oltre al prevedibile film sull’Olocausto sempre in uscita nelle sale intorno al 27 Gennaio, Giorno della Memoria, è possibile aspettarsi un altro film su una persona di colore che cerca di superare le avversità del razzismo.

Selma – La strada per la libertà è, in questo senso, una sorta di ribaltamento rispetto al The Butler uscito l’anno scorso, di cui ripropone anche alcuni interpreti (Cuba Gooding Jr e Oprah Winfrey, inarrestabile paladina televisiva e no dei diritti civili afroamericani) e situazioni. Se però nel film di Lee Daniels la violenza degli scontri era solo parzialmente rappresentata e il protagonista si trovava al servizio della Casa Bianca, qui tutto cambia, e l’uomo venuto a parlare con il Presidente Lyndon B. Johnson nulla ha di remissivo e accondiscendente. Si tratta di Martin Luther King, che alla fine del 1964 decise di dedicare tutto il suo impegno alla rivendicazione del diritto al voto delle persone di colore. Sulla carta erano sì già libere di farlo, ma nei fatti osteggiate in ogni modo, in special modo dalle amministrazioni del Sud ancora legate al passato schiavista.

Il braccio di ferro fra il pastore e il presidente si concretizzò in una serie di marce storiche a partire da Selma, città dell’Alabama – uno degli stati più razzisti del paese – i cui partecipanti subirono da parte della polizia, in collaborazione con i cittadini bianchi del posto, ripetute, violente aggressioni di massa. Malgrado la tensione, le minacce e le pressioni King tenne duro e vinse: nella primavera del 1965 Johnson annunciò al Congresso che avrebbe presentato una nuova legge sul voto (la Voting Rights Act, che fu varata 5 mesi dopo), ma questa vittoria civile non avrebbe impedito al reverendo di andare incontro alla morte nel 1968, ucciso da un colpo alla testa in circostanze ancora oggi misteriose.

Narrare eventi così gravi comporta sempre il rischio della retorica, in particolare quella relativa al martirio: lo testimonia l’inevitabile stereotipizzazione della persecuzione nazista e i risultati scolastici, da compitino delle medie, degli ultimi film, citati all’inizio di questo articolo, sulla lotta per i diritti civili afroamericani. Selma – La strada per la libertà non è esente da questi errori, e la voglia di risultare allo stesso tempo un film biografico e un collettivo racconto storico genera spesso uno stile manierato, conscio di raccontare un pezzo di storia con la S maiuscola. Eppure, in un momento così strano dal punto di vista dell’etica dei valori, mentre si piange la perdita degli ideali o al contrario la loro furiosa estremizzazione fanatica, una vicenda di ingiustizia così palese e in fondo recente – non a caso gli scontri di Ferguson, avvenuti l’anno scorso dopo l’assassinio di un afroamericano disarmato da parte di un agente di polizia, rivelano un problema culturale irrisolto – sembra interrogare lo spettatore su concetti forse dati per scontato, o cinicamente ridimensionati. Ma a quanto pare Libertà, Giustizia, o semplicemente il diritto elementare di vedersi riconosciuti come persone con una dignità, sono temi che non detengono ancora un ruolo preciso e indiscutibile nella nostra civiltà, per cui non rimane da chiedersi, Quante strade deve percorrere un uomo prima che lo si possa chiamare uomo?

Da PointBlank

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American Sniper – La morte nel controcampo

(Pb dedica la copertina di Febbraio ad American Sniper. Qui l’introduzione di Matteo Berardini, e sotto il mio contributo;

ma attenzione, contiene Spoiler! )

American Sniper

La scena fondamentale di American Sniper arriva solo alla fine del film: dopo aver combattuto, ed essere sopravvissuto a quattro spedizioni in Iraq, Chris Kyle, il cecchino americano più letale nella storia del suo paese, incontra l’uomo che lo ucciderà, un ex veterano in preda al disturbo post traumatico da stress di cui anche Kyle aveva sofferto. Il futuro assassino è nella scena solo una rapida comparsa cui il protagonista (Bradley Cooper), disarmato, va incontro con la massima disponibilità. Solo la moglie (Sienna Miller) osserva i due con un improvviso timore, e non è un caso: nell’opera diClint Eastwood i due punti di vista combaceranno rapidamente.

Come leggere cinematograficamente una morte posizionata quasi al limite del fuoricampo, pronta a ghermire un uomo che proprio attraverso lo sguardo uccideva proteggendo i propri compagni? Forse come una sconfitta della verità dell’immagine? Per quanto immersi in una cultura che sulla riproduzione e manipolazione visiva ha fondato le proprie fondamenta, l’odierna bulimia del guardare, con le sue conseguenti demistificazioni, non è riuscita a intaccare realmente l’istintiva fiducia umana nel credere ai propri occhi. Si tratta di quella sospensione della credulità necessaria per abbandonarsi ad ogni storia, tramite la quale nel cinema lo spettatore accetta come possibile lo sguardo che il film proietta nelle sue pupille. In altri termini, un appropriarsi dello sguardo altrui che è diventare l’Altro: un processo duplicato in American Sniper, dal momento che lo spettatore vede nel mirino gli obiettivi di Chris Kyle e con lui li punta, non molto diversamente da un qualsiasi moderno videogioco di guerra. Mirare-sparare, fare punti, non perdere le vite che si hanno, arrivando a dimenticare la differenza fra sfida e realtà; Kyle diverrà la Leggenda, il migliore fra i suoi compagni, (almeno 160 morti accertati fatti fra i nemici) semplicemente perché molto bravo nel gioco dello sparare. .

C’è però, in questa tecnica del cinema di incollare a chi guarda un altro vedere una certa sotterranea violenza, la forzata immedesimazione in un Altro da noi. Perché, viste con gli occhi di Kyle, che esternamente potrebbe essere anche definito come appartenente a una cultura machista, religiosa e nazionalista, le sue scelte e le sue azioni acquistano una coerenza inattaccabile. Proteggere anche con la violenza: saranno le immagine delle ambasciate americane in fiamme a convincerlo a dedicarsi alla difesa della Patria e dei suoi valori tramite l’omicidio, che giudica un male necessario, grazie alle lezioni del padre su come difendere i deboli usando la forza. Questo ha imparato, questo crede giusto, e questo insegnerà ai propri figli, portandoli a caccia fin da piccoli. Un pensiero probabilmente discutibile, ma della cui buonafede non si può certo dubitare.

Ma proprio quando lo spettatore ha introiettato completamente il punto di vista di Kyle, Eastwood opera una violenta disgregazione del personaggio. Chris torna a casa, è convinto della giustezza delle proprie azioni, ma non riesce a rientrare nel mondo. Peggio, non riesce a vederlo, mentalmente assente a casa malgrado le continue disperate esortazioni della moglie a smettere di pensare alla guerra, che ha preso possesso dell’immagine facendo della vita famigliare un altro fuoricampo. I due d’altronde non riescono mai a guardare le stesse cose: l’unico momento in cui lei farà esperienza della vita del marito non sarà con gli occhi, ma con le orecchie, al telefono durante un combattimento.

Se allora è possibile ancora credere alla verità insita in un immagine, bisogna sempre tener conto che ogni inquadratura è appunto un ritaglio da una porzione più ampia, e che tutto ciò che sosta fuori i margini del campo visivo mantiene anch’esso un significato indiscutibile. Il mirino di Kyle è nitido, implacabile, come il suo sguardo puntato sull’obiettivo, ma lascia fuori inevitabilmente tutto il resto: un concetto meno granitico di omicidio, di difesa della Patria, di ciò è giusto o meno, e soprattutto, la morte stessa che arriva in altri vesti, unico nemico mai inquadrato, una crepa della sicurezza dell’immagine che è frattura degli ideali, di ciò che è normale, facendo fuoriuscire la follia dell’uccidersi a vicenda. Kyle, crollato e poi ripresosi da un esaurimento nervoso, verrà ucciso da un altro uomo impazzito a causa della guerra: vittime entrambi di ciò che sta ai bordi dell’inquadratura di una nazione fiduciosa nei propri valori.

Da PointBlank

 

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Olive Kitteridge – Lisa Cholodenko (2014)

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È facile pensare che i buoni sentimenti, la parola stessa lo dice, appartengano ai “buoni”. Ma l’amore, la tenerezza, l’istinto di protezione sono elementi talmente universali che ecco, anche i cattivi, i meschini, gli egoisti amano sinceramente, con il cuore in mano; e non ce n’è da stupirsene, anzi, tali emozioni assumono, in un contesto spirituale più arido e coriaceo, il ruolo di segrete e fortissime testimonianze di come si è stati, malgrado tutto, umani e vulnerabili esattamente come tutti gli altri, quei “buoni” che si maltrattano quotidianamente con frecciate crudeli e un’infinita, apparente indifferenza.

Olive Kitteridge, miniserie HBO tratta dall’omonima opera letteraria di Elizabeth Strout, premio Pulitzer per la narrativa 2009, racconta la storia di una donna poco gradevole. Da adulta, è un’insegnante intransigente, moglie e madre critica e severa; da vecchia, qualora i nodi vengono al pettine e le persone amate rivelano, con le parole o andandosene, quanto sono stata ferite da lei, diviene lo spauracchio dei bambini che al suo passaggio, intuendone l’asprezza, scappano definendola una strega cattiva. Come spesso accade, un personaggio tanto inflessibile si accompagna a un partner dal carattere opposto, e così Olive (una straordinaria Frances McDormand) ha sposato un uomo che è tutto il suo contrario. Henry Kitteridge (Richard Jenkins), farmacista, è definito in città l’uomo più gentile che si possa incontrare, ed è vero: sorride a tutti, non lesina una parola dolce a nessuno e si prende a cuore i più sfortunati come nel caso di Denise, giovane vedova ingenua e allegra, con cui svilupperà un rapporto protettivo fra il paterno e l’innamorato.

L’adattamento televisivo di Lisa Cholodenko ha alleggerito il corpus di storie che costituiva l’opera letteraria originale, per concentrarsi principalmente sui componenti della famiglia Kitteridge, rappresentando sullo schermo l’antica quasi mai risolta questione relativa a quanto la felicità presupponga un certo ottundimento della mente. La depressione è un fattore endemico, praticamente genetico nella storia di Olive, che l’ha prima esperita col padre suicida e poi in se stessa e nel figlio, ma diviene anche l’arma con la quale oppone al mondo esterno la propria irriducibile consapevolezza. Gli stupidi sono sempre felici, ma gli intelligenti non possono esserlo se vogliono rimanere appunto intelligenti; bisogna sempre pretendere dagli altri e da sé il massimo, anche a costo di apparire insensibili e senza cuore; perdonare, edulcorare i fatti, lasciarsi andare al sentimentalismo è cosa puerile e idiota. Una celebrazione della razionalità che concretamente non lascia respiro e soffoca gli animi altrui, pur meritando la nomea di onesta fedeltà al proprio pensiero.

Eppure, intorno a Olive le persone muoiono lo stesso di disperazione, la medesima angoscia che turba lei stessa, o si consumano in essa pian piano: e malgrado lei non possa fare a meno di amarle quasi in segreto, anche nella perdita non riesce a toccarle. Olive Kitteridge è per questo un perfetto compendio di come l’amore, idealmente buono, generoso, illimitato, si realizzi spesso nella vita reale come un labirinto intricato di egoismo, furia e lancinante tenerezza, una continua lotta contro l’altro che desideriamo e rigettiamo allo stesso modo per il bisogno che abbiamo di lui, rendendoci deboli e rabbiosi. I sentimenti sono talmente complicati che nessuno ideale amoroso può minimamente renderne l’intensità. Rimane solo l’istinto del racconto, letterario o cinematografico che sia, ultimo tentativo di descrivere quel che ci succede in petto, “buoni” o “cattivi” come siamo.

Da PointBlank

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