Archivi del mese: marzo 2015

Robert Mapplethorpe – La Ninfa Fotografica

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Svelarsi attraverso la costrizione della forma è il paradosso per eccellenza di ogni linguaggio. Il processo stesso di tradurre un pensiero in un’espressione di qualsiasi genere comporta una distanza, uno spostamento fra una verità originaria e la sua effettiva concretizzazione. Ogni cosa, per acquistare un senso percepibile, deve costringersi all’interno di un perimetro che la escluda da tutto il resto, sia una forma materiale, un segno o una parola. L’inquadratura fotografica ne è il fondamentale paradigma visivo: un’immagine ritagliata dal costante scorrere del tempo, che si astrae dall’esistenza in movimento per assumere un senso autonomo, un contenuto imbrigliato in una struttura. Più il significato scalcia ai margini più questi lo trattengono rigidamente. Lo Schiavo Morente di Michelangelo rappresentava idealmente questa relazione fra significato e significante, con la pietra che si animava e allo stesso tempo lottava per straripare dal marmo.

Robert Mapplethorpe ha spesso rivelato di aver sempre avuto un’inclinazione verso la scultura. “Vedeva” le persone come statue, e solo per la particolare epoca storica in cui ha vissuto si è rivolto – dopo una prima esperienza con i collages – alla fotografia, da lui considerata il mezzo espressivo più congruo alla rapidità evolutiva del suo tempo: quel periodo fra la metà degli anni Sessanta e gli anni Ottanta dove l’ambiente underground gay americano raccoglieva i primi battiti di un profondo cambiamento culturale. Il modello di sessualità che questo offriva era in realtà un antimodello, una liberazione da ogni schema morale, che dava nuova dignità a tutte le esperienze fino ad allora considerate degradanti e proibite. Ma cosa succede quando questo Eros primigenio, questa forza pulsionale comune ad ogni individuo al di là delle differenze personali, che Mapplethorpe individuò nella pornografia e nella scena sadomasochista di New York, esige di concretizzarsi in immagine?

Nel volume da poco pubblicato da Skira Editore, Robert Mapplethorpe. La ninfa Fotografia, sono raccolti i maggiori contributi critici di Germano Celant sull’artista americano morto di Aids quasi ventisei anni fa: l’autore ne ripercorre l’intera carriera artistica sottolineandone i momenti salienti, e individua i fattori fondamentali della sua opera a partire da questo interesse per la sessualità in sé, avulsa dalla sovrastrutture culturali che impongono esperienze prestabilite. Un coinvolgimento nato dalla scoperta della pornografia, poi ampliato dall’esplorazione della dimensione omosessuale e BDSM cui Mapplethorpe rispose con una ricerca estetica ossessivamente controllata.

Il rapporto fra la primordiale energia sessuale e la forma tramite la quale esprimerla si realizza qui in una perfetta aderenza al terzo principio della dinamica: più violenta, istintiva e primigenia è la prima, più il significante interviene a mantenerla entro i propri limiti. Nelle immagini di Mapplethorpe, scrive Celant, la sessualità è sublimata, incarnata in un doppio ibrido che racchiude in sé tutti i generi e gli impulsi: corpi che contengono in egual misura il femminile e il maschile, come la donna-uomo rappresentata dai fisici diversamente androgini di Patti Smith e della bodybuilder Lysa Lion, a somiglianza di Meret Oppenheimer trasformata in una ragazza-ragazzo da Man Ray in Erotique voilée (1933). Un Eros pre-culturale, ancestrale e la sottintesa libertà di adoperarlo come meglio si desidera, colti entrambi però in una duplice cornice, quella dell’inquadratura fotografica e quella della superficie stessa delle figure, minuziosamente ritratta nella sua maggiore intensità fisica. Una pienezza sensoriale che è possibile rinchiudere in un oggetto, sia carnale che inerte. Intervengono qui le nature morte del fotografo, ad esempio quei fiori appena recisi da cui traspare un flusso vitale che è erotismo sopravvissuto anche nella materia esanime, desiderio e piacere fattisi allegorie visive.

A contenerla, la limpida, perfetta armonia estetica che Robert Mapplethorpe riprende dall’arte classica e rinascimentale in un maniacale studio sulla luce, sulla materia e la forma, che lo porta a prediligere le linee forti e nette, i volumi plastici, e i chiaroscuri estremi; finché nell’avvicinarsi della morte, sopraggiunta la malattia, questa pulsione vitale così incarnata in un oggetto-corpo che tratteneva in sé molteplici sessualità inizia a esaurirsi, lasciando spazio alla materia tornata inerte. Nell’ultimo Self Portrait (1988) l’artista stringe fra le mani un bastone alla cui sommità poggia un piccolo cranio umano, tutto ciò che rimane dell’uomo dopo la sua morte, mentre Mapplethorpe si pone in secondo piano, sfocato. Oramai pronto ad andare via. Congedo finale da una vita e da un lavoro artistico in cui l’inquadratura fotografica è stata principalmente mezzo di ritenzione di questa energia universale, che è l’istinto sessuale; quasi a suggerire che esprimere qualcosa è innanzitutto un esercizio di controllo, trattenimento del significato. L’unico modo, in fondo, per poter comprendere il flusso di esperienze nel quale siamo coinvolti.

da Doppiozero 

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Vergine giurata – Laura Bispuri (2015)

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“Il Kanun è un codice legislativo albanese, elaborato nel Medioevo e tramandato da allora di generazione in generazione fino a oggi. Benché la sua prima forma scritta risalga al XV secolo, le regole che disciplinavano la vita collettiva in ogni suo ambito sono state trasmesse principalmente in via orale, offrendo la rigida visione di una società patriarcale fondata sull’onore e la vendetta. Secondo questa lettura le donne sono mere serve subordinate al padre e al marito, e la loro esistenza è giustificata solo dalla garanzia di una completa obbedienza. Ancora adesso in alcune zone dell’Albania permane il rispetto di questo codice e ciò significa, per le donne che oggi devono sottomettercisi, rinunciare ad ogni possibile autonomia. C’è però un’eccezione: una donna può rinunciare alla propria femminilità prestando un giuramento di assoluta castità, diventando agli occhi di tutti un maschio. Da allora potrà lavorare, bere e discutere con gli uomini, disporre dei propri beni e non dovrà più abbassare gli occhi di fronte a nessuno. Sarà una Vergine Giurata, ibrido generato da una cultura che prevede ruoli sociali monolitici. ” continua su Pb

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Io sono Mateusz – Maciej Pieprzyca (2013)

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“Solo nel 2008 Robert Downey Jr o confessò apertamente in Tropic Thunder, ma in fondo erano decenni che lo si pensava senza ammetterlo: al cinema trionfano solo i disabili mentali che compensano i propri deficit con un genio inaudito, o le storie coraggiose di persone comuni che perdono il controllo del proprio corpo/cervello e devono lottare per inventarsi una vita diversamente normale. Ma prendiamo la storia di Mateuz (personaggio ispirato alla vita reale di un disabile di nome Przemek), affetto sin dalla nascita da paralisi celebrale: incapace di camminare, di parlare, di muoversi in maniera coerente, considerato dai suoi stessi medici alla stregua di un vegetale. A parte un flusso di reazioni che possono andare dalla sincera compassione, alla derisione o all’ipocrita carità che nasconde il sollievo di non essere in quelle condizioni, quale possibile empatia può sperare di suscitare nello spettatore questo tipo di personaggio?” continua su Pb

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Suite Francese – Saul Dibb (2015)

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“A pensarci adesso sembra assurdo, ma dieci anni fa in Italia non si sapeva nemmeno chi fosse Irene Nemirovsky. Solo la tardiva quanto provvidenziale pubblicazione nel 2005 da parte della casa editrice Adelphi di Suite Francese, opera inedita riscoperta un anno prima in Francia, aveva rivelato un prodigioso talento letterario che la Storia era quasi riuscita a dissimulare. Ora che le librerie traboccano dei romanzi e racconti della scrittrice, nata in Ucraina, vissuta in Francia e morta in un campo di concentramento a nemmeno quarant’anni, sono venute alla luce anche le origini rocambolesche del suo romanzo più celebre, rimasto prima chiuso in una valigia e poi conservato senza mai essere letto dalla sua primogenita, Denise, convinta che si trattasse di un diario materno troppo doloroso per essere affrontato. Avendo concordato però, negli anni Novanta, di donare il manoscritto a un archivio francese, la figlia si decide infine di dattilografarlo, scoprendo un’opera molto diversa da quella che immaginava.” continua su Pb

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National Gallery – Frederick Wiseman (2014)

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“Un modo per descrivere lo stile di Frederick Wiseman a chi non ha mai visto un suo film potrebbe essereestremamente curioso. Basta scorrere la sua filmografia per rendersi conto di quanto questa affermazione sia pertinente: fondamentalmente il lavoro di Wiseman consiste nell’interessarsi a un organismo sociale, entrare al suo interno e riprendere qualsiasi cosa succeda. A partire dal suo primo lavoro, Titicut Follies(1967) incentrato su un manicomio criminale americano (l’equivalente degli odierni ospedali psichiatrici giudiziari) il regista ha negli anni successivi girato documentari su ogni tipo di luogo, dall’università di Berkeley ai grandi magazzini, passando per tribunali, palestre, corpi di ballo, con un approccio imparziale all’osservazione che solo al momento del montaggio veniva organizzato secondo una struttura personale. In altre parole, per sua stessa ammissione Wiseman tende, nella prima fase di lavorazione – lo sguardo – a riprendere tutto per poi solo in fase di postproduzione attingere a questo sterminato flusso visivo e operare la selezione che poi costituirà la sua lettura finale dell’oggetto indagato.” continua su Pb

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The Search – Michel Hazanavicius (2014)

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The Search compare in un difficile momento storico dove inizia a traballare l’antica sicurezza vecchia di settant’anni, per la quale la guerra non è più una cosa che ci riguarda in prima persona, ma piuttosto ciò che se accade succede in un altro contesto lontano dalla nostra “pace” occidentale (questo ovviamente considerato nell’ottica dell’esperienza dell’autrice di questo articolo, che presume non si differenzi molto da quella dei suoi probabili immediati lettori). In questo contesto il nuovo film di Michel Hazanavicius sembra racchiudere in sé i principali tre modelli narrativi cui è solita far riferimento la cinematografica bellica: la guerra vista da chi la fa, da chi la subisce e da chi la osserva in una posizione neutrale.” continua su Pb

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Nessuno si salva da solo – Sergio Castellitto (2015)

(Avviso ai lettori: da oggi, per motivi legati all’indicizzazione di Google, tutti i miei articoli per PointBlank saranno pubblicati solo parzialmente per poi reinviare per una completa lettura al sito originale. Questo blog è un archivio, ma ci tengo che i siti per cui scrivo sopravvivano e vengano letti quindi questo è quanto; se poi ogni tanto cliccate sui banner pubblicitari mi fate un ulteriore favore. Grazie Mille)!

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“Possiamo immaginare, fra il serio e il faceto, le discussioni della squadra Castellitto-Mazzantini al riguardo dell’adattamento cinematografico del libro scritto da lei; un processo lavorativo questo, peraltro ormai rodato, dato che Nessuno si salva da solo è già il terzo volume scritto da Margaret che la coppia porta sul grande schermo. Le buone intenzioni, in fase di scrittura, non saranno certo mancate: ci sarà stata una gran voglia di raccontare con realismo la bellezza e la difficoltà dell’amarsi e del crescere una famiglia, incarnandole nella storia di Gae (Riccardo Scamarcio) e Delia (Jasmine Trinca) che si innamorano, si sposano e poi si allontanano, finendo col litigare – e piangere – al tavolo di un ristorante sui cocci di un’amore che sembra ormai finito.” continua su Pb

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