Robert Mapplethorpe – La Ninfa Fotografica

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Svelarsi attraverso la costrizione della forma è il paradosso per eccellenza di ogni linguaggio. Il processo stesso di tradurre un pensiero in un’espressione di qualsiasi genere comporta una distanza, uno spostamento fra una verità originaria e la sua effettiva concretizzazione. Ogni cosa, per acquistare un senso percepibile, deve costringersi all’interno di un perimetro che la escluda da tutto il resto, sia una forma materiale, un segno o una parola. L’inquadratura fotografica ne è il fondamentale paradigma visivo: un’immagine ritagliata dal costante scorrere del tempo, che si astrae dall’esistenza in movimento per assumere un senso autonomo, un contenuto imbrigliato in una struttura. Più il significato scalcia ai margini più questi lo trattengono rigidamente. Lo Schiavo Morente di Michelangelo rappresentava idealmente questa relazione fra significato e significante, con la pietra che si animava e allo stesso tempo lottava per straripare dal marmo.

Robert Mapplethorpe ha spesso rivelato di aver sempre avuto un’inclinazione verso la scultura. “Vedeva” le persone come statue, e solo per la particolare epoca storica in cui ha vissuto si è rivolto – dopo una prima esperienza con i collages – alla fotografia, da lui considerata il mezzo espressivo più congruo alla rapidità evolutiva del suo tempo: quel periodo fra la metà degli anni Sessanta e gli anni Ottanta dove l’ambiente underground gay americano raccoglieva i primi battiti di un profondo cambiamento culturale. Il modello di sessualità che questo offriva era in realtà un antimodello, una liberazione da ogni schema morale, che dava nuova dignità a tutte le esperienze fino ad allora considerate degradanti e proibite. Ma cosa succede quando questo Eros primigenio, questa forza pulsionale comune ad ogni individuo al di là delle differenze personali, che Mapplethorpe individuò nella pornografia e nella scena sadomasochista di New York, esige di concretizzarsi in immagine?

Nel volume da poco pubblicato da Skira Editore, Robert Mapplethorpe. La ninfa Fotografia, sono raccolti i maggiori contributi critici di Germano Celant sull’artista americano morto di Aids quasi ventisei anni fa: l’autore ne ripercorre l’intera carriera artistica sottolineandone i momenti salienti, e individua i fattori fondamentali della sua opera a partire da questo interesse per la sessualità in sé, avulsa dalla sovrastrutture culturali che impongono esperienze prestabilite. Un coinvolgimento nato dalla scoperta della pornografia, poi ampliato dall’esplorazione della dimensione omosessuale e BDSM cui Mapplethorpe rispose con una ricerca estetica ossessivamente controllata.

Il rapporto fra la primordiale energia sessuale e la forma tramite la quale esprimerla si realizza qui in una perfetta aderenza al terzo principio della dinamica: più violenta, istintiva e primigenia è la prima, più il significante interviene a mantenerla entro i propri limiti. Nelle immagini di Mapplethorpe, scrive Celant, la sessualità è sublimata, incarnata in un doppio ibrido che racchiude in sé tutti i generi e gli impulsi: corpi che contengono in egual misura il femminile e il maschile, come la donna-uomo rappresentata dai fisici diversamente androgini di Patti Smith e della bodybuilder Lysa Lion, a somiglianza di Meret Oppenheimer trasformata in una ragazza-ragazzo da Man Ray in Erotique voilée (1933). Un Eros pre-culturale, ancestrale e la sottintesa libertà di adoperarlo come meglio si desidera, colti entrambi però in una duplice cornice, quella dell’inquadratura fotografica e quella della superficie stessa delle figure, minuziosamente ritratta nella sua maggiore intensità fisica. Una pienezza sensoriale che è possibile rinchiudere in un oggetto, sia carnale che inerte. Intervengono qui le nature morte del fotografo, ad esempio quei fiori appena recisi da cui traspare un flusso vitale che è erotismo sopravvissuto anche nella materia esanime, desiderio e piacere fattisi allegorie visive.

A contenerla, la limpida, perfetta armonia estetica che Robert Mapplethorpe riprende dall’arte classica e rinascimentale in un maniacale studio sulla luce, sulla materia e la forma, che lo porta a prediligere le linee forti e nette, i volumi plastici, e i chiaroscuri estremi; finché nell’avvicinarsi della morte, sopraggiunta la malattia, questa pulsione vitale così incarnata in un oggetto-corpo che tratteneva in sé molteplici sessualità inizia a esaurirsi, lasciando spazio alla materia tornata inerte. Nell’ultimo Self Portrait (1988) l’artista stringe fra le mani un bastone alla cui sommità poggia un piccolo cranio umano, tutto ciò che rimane dell’uomo dopo la sua morte, mentre Mapplethorpe si pone in secondo piano, sfocato. Oramai pronto ad andare via. Congedo finale da una vita e da un lavoro artistico in cui l’inquadratura fotografica è stata principalmente mezzo di ritenzione di questa energia universale, che è l’istinto sessuale; quasi a suggerire che esprimere qualcosa è innanzitutto un esercizio di controllo, trattenimento del significato. L’unico modo, in fondo, per poter comprendere il flusso di esperienze nel quale siamo coinvolti.

da Doppiozero 

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