Archivi del mese: settembre 2015

Via dalla pazza folla – Thomas Vinterberg (2015)

Via dalla pazza folla recensione film

” All’inizio di Via dalla pazza folla la protagonista, Bathsheba Everdene si descrive come “troppo indipendente”. Visto il contesto in cui si muove, l’Inghilterra rurale di fine Ottocento, quel “troppo” è perfettamente comprensibile, ma Bathsebea non se ne cura: ereditata la fattoria di suo zio, è intenzionata a farne un’azienda fiorente di cui sarà, senza alcun marito in mezzo, la padrona. Difatti la giovane rifiuta tutti gli appassionati pretendenti, dal fedele pastore Gabriel Oak, al distinto vicino William Bolwood, accomunati dall’incapacità di fare una richiesta di matrimonio senza citare il nutrito numero di oggetti che saranno garantiti alla sposa. Cederà all’unico che le prometterà passione, il tenebroso tenente Troy. Dietro la maschera di uomo dissoluto, il neo marito nasconde però un passato sentimentale straziante.

Il topos narrativo centrale nel romanzo di Thomas Hardy, da cui il regista Thomas Vinterberg ha tratto questo nuovo adattamento cinematografico – famoso quello del 1967 di John Schlesinger – riguarda le difficoltà di una giovane ragazza molto intelligente ed emancipata, nel realizzare concretamente il proprio ideale di esistenza autodeterminata, con tutti gli ostacoli che ne possono derivare: come quello di sposare l’uomo sbagliato.” continua su Pb

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David La Chapelle – Dopo il diluvio

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La fine di una civiltà porta sempre con sé un cumulo di macerie, cadaveri, rovine semi carbonizzate di un’epoca colma di corpi e oggetti. Dopo il Diluvio, retrospettiva sul lavoro di David LaChapelle in mostra fino al 13 settembre al Palazzo delle Esposizioni di Roma, cattura in immagini il crollo fantasticato della nostra cultura ipermediatica e lo racconta secondo quello che a prima vista potrebbe essere considerato il canone estetico più diffuso del nostro tempo, ovvero quello di una società dello spettacolo estremamente fotoritoccata. La trasposizione nel contesto del presente di un’icona o un topos narrativo sedimentati nella coscienza culturale è un evento necessario per estrapolare dal passato quei dati emotivi o concettuali che continuano ad agire dentro l’essere umano; e la morte di una civiltà presuppone, ben più degli specifici decessi biologici, la fine delle idee, dei pensieri, e soprattutto della capacità di immaginazione di un popolo, lasciando solo i resti dei prodotti culturali da esso realizzati. In Il diluvio, David LaChapelle descrive la distruzione della nostra epoca come un’implacabile inondazione in cui le persone, annegate o semisommerse, possono trattenere della loro vita passata solo gli abiti che indossano, i corpi talora lucidi e palestrati che si sono costruiti, o quelli molli e grinzosi che gli sono capitati.

L’esplicita citazione del Diluvio Universale di Michelangelo rappresenta la crescente fascinazione dal 2006 in poi dell’ex fotografo di moda per l’arte rinascimentale italiana, allorché LaChapelle decise di dirigere il proprio lavoro verso ambiti meno commerciali, senza con questo rinunciare alla propria estetica pubblicitaria, ora tradotta in un mezzo di indagine profonda della realtà. Nelle sue nuove serie fotografiche la distruzione è l’elemento fondamentale: le sue immagini raccontano ciò che può rimanere della nostra storia, ovvero i negozi, le insegne luminose, le stazioni di servizio, i loghi d’aziende miliardarie e tantissima immondizia. Riviste, sex toys, cellulari, integratori vitaminici, lattine e banconote, e soprattutto, fotografie patinate delle celebrità, sono i cadaveri della civiltà occidentale che l’artista raccoglie nelle sue opere, dalle rigogliose nature morte di Earth Laugh on Flowers, ai manichini distrutti dei divi in Still Life. Un mondo collassato ma nella catastrofe ancora ostentatamente chiassoso, brillante, quasi a definire una società seppellita nelle sue stesse rappresentazioni, sopravvissute pur se in frantumi agli esseri umani.

Per LaChapelle questo crollo richiama la crisi finanziaria americana del 2008, simbolo di una bulimia culturale la cui voracità nell’inseguire e inghiottire capitali economici, corpi perfetti e godimenti illimitati dei sensi, finisce per far cedere l’intero sistema sociale, vomitando esistenze e sogni (visivi) di gloria. C’è dunque una certa coerenza nel rappresentare questa morte secondo i termini figurativi della vita che c’era prima, e che ora è scomparsa: ma è proprio nel suo stile convenzionalmente pubblicitario che l’opera del fotografo americano trova sia le sue risorse che i limiti estremi. La questione è se considerare davvero quest’estetica ancora il codice visuale predominante, laddove lo spazio virtuale di Internet genera ogni secondo milioni di immagini la cui definizione riscrive le categorie dell’immaginario finora conosciute. In questo senso lo sguardo di David LaChapelle appare efficace ma al tempo stesso riduttivo, in quanto se la nostra rimane una società fondata sull’immagine, non è più possibile però riassumerla nell’ottica della sola pubblicità dei colossi massmediatici, poiché gli individui stessi hanno iniziato a vendersi da sé come prodotti (e celebrità), non solo in virtù di una mera aderenza ai canoni figurativi tradizionali ma anche operando sopra di questi una consapevole manipolazione personale. L’opera dell’artista statunitense riesce allora a celebrare solo una parziale e forse già invecchiata visione della decadenza occidentale, il cui significato resiste nella misura in cui richiama esclusivamente alla mente un immaginario pubblicitario che ormai con Internet ha raggiunto una nuova dimensione.

Da Doppiozero 

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Operazione U.N.C.L.E. – Guy Ritchie (2015)

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“In film come Operazione U..N.C.L.E. c’è sempre una temibile bomba atomica pronta a distruggere il mondo. E poiché la storia è ambientata al tempo della Guerra Fredda, potremmo pensare che i principali responsabili di questo imminente disastro siano le due super potenze dell’epoca, USA e Russia; ma sarebbe un madornale errore. In questo adattamento cinematografico di una celebre serie tv degli anni Sessanta i due stati sono costretti a deporre temporaneamente le armi e unirsi contro un terzo incomodo, un gruppo di ambiziosi folli ed ex nazisti senza scrupoli. I due migliori agenti segreti delle fazioni americane (Henry Cavill) e sovietiche (Armie Hammer) vengono pertanto costretti a superare la propria reciproca avversione per lavorare in squadra e aiutare la figlia del costruttore della bomba in questione (Alicia Vikander) a fermare il padre, il tutto in una splendida Italia dall’atmosfera frizzante e lussuosa. Tutta qui la trama del nuovo film di Guy Ritchie, ma sufficiente per una storia che fa della velocità e dello stile il proprio feticcio retorico. ” continua su Pb

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Taxi Teheran – Jafar Panahi (2015)

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“Nel 2010 il pluripremiato regista iranianoJafar Panahi veniva arrestato per la sua strenua opposizione al regime di Aḥmadinejād, e rilasciato lo stesso anno con il divieto di girare film nel suo paese per vent’anni. Lungi dall’accettare supinamente la sentenza, Panahi ha aggirato la restrizione inventandosi un geniale piccolo film casalingo che quest’anno ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino, Taxi Teheran: è bastato dotarsi di piccole Black Magic, videocamere ad alta definizione facilmente camuffabili, e girare un finto documentario a bordo di un taxi su cui il regista, travestitosi da tassista, faceva salire numerosi clienti per catturarne le storie.

E di personaggi interessanti nel film ce ne sono parecchi, ognuno capace di fornire il ritratto di un pezzo di cultura iraniana. Venditori clandestini di dvd, signore con pesci rossi, ladri che ostentano un reazionario rigore morale e donne che ribattono con discorsi progressisti” continua su Pb 

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Il grande quaderno – Janos Szasz (2013)

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“Quando nel 1986 uscì Il grande quaderno, il successo di questa fiaba spietata sulla guerra rivelò il talento sorprendente di una nuova autrice, l’ungherese Ágota Kristóf. Da allora, confluito nella Trilogia della città di K. (in cui si aggiungono gli altri due volumi La prova e La terza menzogna), il primo libro ha continuato ad appassionare lettori di tutto il mondo con il suo stile puntuale e atroce. L’uscita in sala dell’adattamento cinematografico rappresenta quindi, in virtù di un referente così importante, una rischiosa scommessa che possiamo ritenere vinta nella misura in cui il film riesce a riportare in immagine la straordinaria esperienza dei due protagonisti.

Il grande quaderno è infatti il luogo dove due gemelli, apparentemente indistinguibili nell’aspetto e nell’identità – la voce narrante di libro e film è infatti declinata al plurale – descrivono dettagliatamente tutto ciò che è loro accaduto da quando, all’arrivo della Seconda Guerra Mondiale, la madre li ha affidati alla nonna, una crudele vecchia da tutti soprannominata La Strega.” continua su Pb 

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Quando c’era Marnie – Hiromasa Yonebayashi (2014)

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“L’uscita nelle sale italiane di Quando c’era Marnie è già di per sé un evento imperdibile per gli appassionati di cinema, perché potrebbe rappresentare l’opera finale prodotta dallo Studio Ghibli: tra il ritiro del maestro Miyazaki con Si alza il vento e il flop (inspiegabile) del bellissimo anime di Isao TakahataLa storia della principessa splendente, il futuro dello studio cinematografico giapponese, tra illazioni e abbandoni, sembra se non incerto, sicuramente avviato su un nuovo percorso.
Il film di Hiromasa Yonebayashi , che ha poi da poco lasciato lui stesso lo studio, non dovrebbe allora esimersi dall’essere giudicato come un lavoro di sintesi necessariamente in rapporto con i due nomi e i relativi ultimi due capolavori sopra citati; ma volendo dimenticare momentaneamente il contesto storico della sua produzione,Quando c’era Marnie si rivela opera indipendente e completa, che più che risultare perdente dall’accostamento dei due maestri giapponesi, dimostra invece di contenere in sé lo spirito fondamentale dello Studio.” continua su Pb 

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