Archivi del mese: dicembre 2015

Buone Feste!

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24 dicembre 2015 · 20:02

Declinazioni del presente

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Il presente, il tema affrontato quest’anno da Fotografia – Festival Internazionale di Roma, ha il duplice merito di trattare una caratteristica specifica del medium fotografico e di riflettere su una dimensione temporale che oggi si è dilatata fino a riempire tutto il nostro spazio esistenziale. I dilemmi sociali di quest’epoca, dilaniata fra la problematica di un pianeta al collasso naturale da una parte e le crisi politico-culturali dall’altra, assegnano al futuro una connotazione fortemente precaria: non rimane che il presente in cui rifugiarsi, lenendo con un numero enorme di possibili gratificazioni immediate – offerte in buona parte dalla rete virtuale – l’angoscia di poter creare progetti stabili per il domani.

La fotografia si costituisce come cristallizzazione del presente: ogni immagine, prima di essere un segno del passato, è una rappresentazione di un “adesso” che si è mantenuto identico arrivando a noi senza mai evolversi, se non unicamente sul piano linguistico e non visivo della sua interpretazione. In virtù dello stato eternamente presente – quanto effimero – di questo tempo, fotografare oggi il nostro “adesso” ha portato alla miriade di immagini che riempiono i social network senza altra utilità che rappresentare, o meglio, sottolineare un secondo di una vita, che oggi, non si compone oramai che di questo: secondi, attimi, minuti minuziosamente riempiti da godibili distrazioni, avvenimenti, pensieri minimi che oggi costituiscono il tutto di un’esistenza.

Se prendiamo come unità di misura di riferimento questi attimi, inevitabilmente l’esperienza del presente si farà molteplice e frammentaria, come frammentaria, e a volte difficile da seguire rispetto al tema originario è l’esposizione presente al Macro, quest’anno alla sua XIV edizione. L’opera che sembra però più di tutte riunire la riflessione sul medium e sul tempo sociale è The Present, di Paul Graham: la stessa fotografia viene ri-scattata qualche secondo dopo, quando personaggi, messa a fuoco e punto di vista si sono spostati. Due istanti praticamente identici e già completamente diversi che sottolineano la tremenda verità insita nell’illusione del vivere un presente iperamplificato, ovvero che il tempo, pur diviso in così tanti secondi e relative immagini, non dura più a lungo, ma sta già inesorabilmente passando, come ha sempre fatto.

Il presente è dunque sia un’opportunità che una trappola. Rimanere incastrati nei secondi senza mai spingersi verso unità di misura più grandi significa perdere sia il futuro, che necessità di una spinta superiore al singolo attimo, che il passato, fondato su una materia temporale ben più spessa e densa. In Displacement: New Town No Town Giovanni Cocco ed Caterina Serra riflettono sull’annichilito oggi dell’Aquila, paralizzata fra un passato distrutto – e poco ricostruito – e l’attualità tremolante e vuota delle “New Town”, edifici costruiti come sorta di surrogato casalingo in cui far vivere gli abitanti dopo il terremoto del 2009. Le parole di Serra accompagnano le immagini di Cocco, immerse in un bianco gelido che copre e vanifica corpi, movimenti, esistenze. Il presente è divenuto un non tempo entro un non luogo,come recitano i versi posto accanto alle fotografie:

Le nuove case le hanno costruite

per tenere dentro

lo spazio. Non il tempo. Perse le radici

la vita è sopravvivenza

di tavoli senza ricordi

di mani e voci

a odiarsi

a volersi

indistinti.

 

Il presente come pura sopravvivenza – arrivare alla fine del mese, tirare avanti giorno dopo giorno, e riempire il tempo con occupazioni tese a dimenticare un futuro lontano e difficile da raggiungere – trova nella fotografia il medium eletto, perché nessun altro mezzo sa catturare con maggiore immediatezza e specificità la miriade di frammenti in cui oggi può frantumarsi un’esistenza. Il concetto stesso di fotografare il presente diviene allora un progetto arduo e complicato, non solo per la difficoltà di mettere a fuoco un soggetto per volta, ma anche perché è il pubblico stesso a produrre autonomamente immagini del nostro tempo. Ciò che manca allora forse all’esposizione del Macro, rispetto alla promessa di un tema fondante della nostra società, è confessare la natura personale di questo fenomeno, mettendo gli spettatori di fronte a una riflessione autoreferenziale su quanto questo “adesso” riguardi effettivamente tutti, e pertanto, il pubblico stesso della mostra.

Da Doppiozero

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Dossier Steven Spielberg / 8 – Il colore viola

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“Nella filmografia di Steven Spielberg Il colore viola appare come il suo primo polpettone cinematografico. La storia, tratta dall’omonimo romanzo premio Pulitzer di Alice Walker, racchiude in sé tutti i tratti caratteristici del melodramma. All’inizio del secolo scorso la giovane Celia sperimenta la duplice conseguenza di essere donna e nera nell’America del sud; ripetutamente violentata fin da ragazzina dal padre putativa, madre di due bambini che le sono stati subito sottratti, considerata alla stregua di una serva e di un pezzo di carne da consumare quando si ha voglia, possiede l’unica gioia di una sorella amatissima, Nettie. Il matrimonio combinato con Albert, che in lei più di una seconda moglie cerca una schiava, e il distacco dalla sorella in fuga prima dalle molestie del loro padre e poi del marito di Celia, producono il totale annichilimento della donna. Abituata a servire, obbedire ed essere maltrattata senza proferire parola, Celia si è ormai convinta della propria inferiorità, della propria bruttezza e dello scarso valore che gli uomini le attribuiscono. Nella filmografia di Steven Spielberg Il colore viola appare come il suo primo polpettone cinematografico. La storia, tratta dall’omonimo romanzo premio Pulitzer di Alice Walker, racchiude in sé tutti i tratti caratteristici del melodramma.” continua su Pb

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