Archivi del mese: gennaio 2016

Il figlio di Saul – László Nemes (2015)

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“Bisogna sperare che il film d’esordio di László Nemes riceva il maggior numero di premi possibili. È l’unico modo per assegnare visibilità a un’opera che per il tema trattato e la particolare realizzazione si attesta fin dall’inizio come un racconto tremendo, insopportabile, la cui visione sconvolge e atterrisce. Difatti è probabile che Il figlio di Saul sia effettivamente il film sull’Olocausto visivamente più doloroso mai realizzato finora, laddove Shoah di Claude Lanzmann traeva al contrario la sua forza dirompente dalle sole parole dei testimoni: lo statuto visivo su cui è fondata la sua storia interpella direttamente il grande dibattito filosofico e critico inerente la rappresentabilità dal punto di vista morale della tragedia dei campi di concentramento. Fondamentalmente tale rappresentazione è sempre stata basata sui racconti di chi aveva visto e vissuto quell’esperienza, ovvero di chi era riuscito a sopravvivere abbastanza per poter raccontare ciò che sapeva; conosciamo in gran parte ciò che avveniva nei campi grazie alle testimonianze dei sopravvissuti, un numero minimo di persone rispetto al quadro generale dei deportati, motivo per cui Primo Levi avvertì l’esigenza di distinguere chi, come lui, era riemerso (i salvati) dall’orrore, rispetto alla stragrande maggioranza di coloro che vi erano scomparsi per sempre (i sommersi), gli unici a vivere e conoscere fino in fondo, morendo, l’essenza dell’Olocausto. ” continua su Pb

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Carol – Todd Haynes (2015)

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“Nel negozio di giocattoli in cui lavora, la giovane Therese (Rooney Mara) incrocia lo sguardo di una donna bellissima. Siamo negli anni Cinquanta, il Natale si sta avvicinando e l’elegantissima signora bionda (Cate Blanchett) chiede consigli su cosa regalare alla figlia: una breve conversazione, i guanti dimenticati sul tavolo, e la storia di Therese e Carol ha inizio. Una storia ovviamente proibita, già affrontata dal regista Todd Haynes il cui cinema ha a cuore sia la complessità dei generi sessuali ( dal travestitismo glam di Velvet Goldmine al Bob Dylan frantumato in più personaggi dal sesso, colore ed età differente in Io non sono Qui) sia l’estetica raffinata di un decennio che portava però in grembo i primi germi della ribellione culturale degli anni Sessanta (Lontano dal Paradiso e la miniserie tv Mildred Pierce).

L’attrazione fra Therese e Carol è difatti immediata, consapevole e fin dall’inizio accettata senza remore dalle due protagoniste. È il mondo intorno che la vuole combattere e negare, dal ragazzo che aspira a sposare la ragazza al marito che rifiuta il divorzio dalla moglie, e per punirla usa la sua omosessualità come accusa di immoralità per impedirle di vedere la figlia; un mondo implacabile ma, particolare caratteristico di Carol, allo stesso tempo visivamente stupendo.” continua su Pb

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Dossier Steven Spielberg / 14 – Amistad

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“Uscito due anni dopo Schindler’s ListAmistad, primo film di Steven Spielberg con la Dreamworks, riapre la riflessione sul processo di disumanizzazione che ben prima dell’avvento dell’industria nazista della morte aveva storicamente trovato il suo fondamento nella pratica della schiavitù. La contesa iniziale del film, tratta da una storia vera, è difatti, come la definisce l’avvocato Baldwin (Matthew McConaughey) di mera, pratica natura commerciale: a chi appartengono i più quaranta schiavi neri ritrovati nel 1839 a bordo della nave spagnola Amistad dopo un tentato, sanguinoso ammutinamento organizzato allo scopo di tornare a casa? Alla regina della Spagna? Alla nave che li ha ritrovati? O a nessuno, dato che sono esseri umani?

Se Schindler’s List rimane un punto di riferimento morale ben fermo, lo spostamento storico e geografico dalla Polonia della Seconda Guerra Mondiale a un’America vicina alla guerra civile, comporta in Amistad un cambiamento radicale di registro.” continua su Pb

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Dossier Steven Spileberg / 12 – Schindler’s List

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“Da quando è uscito nei cinema, più di vent’anni fa, Schindler’s List si è contraddistinto come il film sull’Olocausto più equilibrato linguisticamente: non il più atroce, per quanto il suo contenuto sia tragico, né il più retorico, senza per questo rinunciare alla metafora morale, né il più asciutto, malgrado lo stile sobrio e rigoroso. D’altra parte, è oramai parte integrante nella nostra cultura il problema del rapporto fra campi di concentramento e linguaggio, allorché è sorta la natura paradossalmente indicibile e narrativa di una storia che non trova parole adatte a descriverla ma che pretende allo stesso tempo di essere raccontata. Il problema di un approccio allo sterminio ebraico non sta tanto nei numeri – altri genocidi hanno perpetrato cifre più alte di vittime – quanto nell’elevazione dell’omicidio come prodotto industriale, eliminazione meccanica, reiterata, quasi avulsa dall’odio che ne promosse la nascita. La storia dell’umanità è costellata da azioni barbare e crudeli, e tuttora ne è ben lontana dal riuscire a farne a meno, ma ad Auschwitz per la prima volta si teorizzò e si mise in pratica lo sterminio di massa concependolo in forma d’industria organizzata, il cui manufatto finale era costituito da cadaveri e cenere. ” continua su Pb

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Quel fantastico peggior anno della mia vita – Alfonso Gomez-Rejon (2015)

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“Fin dal titolo originale (Me, Earl and The Dying Girl), in Quel fantastico peggior anno della mia vita si afferma la volontà di sfruttare uno specifico topos narrativo già di per sé estremamente abusato. Questa consapevolezza permette una nuova reinterpretazione del modello originale, eliminando alla base alcuni suoi elementi caratteristici. La “ragazza morente” del titolo si chiama Rachel ed è a tutti gli effetti un’adorabile, sensibile, fragile ragazzina col cancro: è dunque ovvio che non potrà non conquistare il protagonista, Greg. Se non fosse che qui non nascerà nessuna storia d’amore. Rachel e Greg non si innamoreranno mai, anzi lui manterrà intatta la stessa scontata attrazione per la ragazza più sexy della scuola.

Se lo scopo di Quel fantastico peggior anno della mia vita è di prendere un soggetto classico e alterarne la composizione, ciò non gli impedisce di attuare sugli spettatori un movimento diversamente manipolatorio nel modo più autoreferenziale possibile: celebrando il cinema.” continua su Pb

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