Archivi categoria: Società

Essere tettone e trovare reggiseni decenti nell’era contemporanea

Immagine

A causa di quello che gli scienziati definiscono miglioramento delle condizioni di vita umana, io e molte coetanee siamo entrate nella pubertà qualche anno prima rispetto alla media delle nostre madri. Personalmente l’esperienza si rivelò fisicamente sconvolgente, dato che nel giro di pochi mesi mi ritrovai, io che ero stata uno scricciolo minuscolo con due stecchini per gambe, ad esplodere in una formosità inimmaginabile per me ancora un po’ bambina.

Una decina di chili in poco tempo, le amate smagliature della pelle che si allargava sotto il nuovo peso e poi loro, il simbolo definitivo di un cambiamento irreversibile: le mie tette, imbrigliate prima in giocosi reggiseni color pastello che erano più uno scherzo frivolo che veri indumenti funzionali, poi, mano a mano che passavo dalla prima misura alla seconda, dalla seconda alla terza, poi la quarta, la necessità di cercare qualcosa che fungesse davvero.

Peccato che per tutta la mia adolescenza sia stata una pseudo barbona senza una lira e senza una paghetta, immaginarsi poi andare a comprare reggiseni seri. Fino ai vent’anni ho comprato, scroccato, riciclato reggiseni che ad occhi sembravano starmi bene, per poi in caso risistemarli tagliuzzando, annodando e usando spille che il più delle volte mi si aprivano nella schiena mentre camminavo. Fate bene a essere inorriditi: a ripensarci lo sono anch’io, ma si sa com’è, ero povera, ero grunge, ero giovvane.

Finita l’adolescenza e aperto un primo timido conto per qualche iniziale guadagno ottenuto lavorando qui e là, mi convinsi di poter fare il grande passo e comprarmi finalmente un vero Reggiseno di Marca per il mio ingombrante petto: eppure i risultati furono assai deludenti. Non reggevano, o stringevano, per quanto le commesse mi assicurassero che fosse proprio la mia misura, oppure erano bellissimi e inutili, delicati fronzoli che sarebbero atterrati sotto il peso di una piuma, figuriamoci dei miei seni. Così passai qualche anno un po’ soffrendo – per me vivere senza reggiseno è impensabile anche quando dormo – finché un giorno entrando in un negozio la commessa mi squadrò ancora vestita e disse che il mio errore era stato non azzeccare la coppa. La coppa? E che è?

Quel che non sapevo era che molte marche commerciali a prezzi accettabili non avevano una grande varietà di coppe; la quarta aveva per esempio sempre e solo la coppa C, la seconda la coppa B e così via. Io sono una coppa D, il che significa che per anni ho costretto le mie povere tette in una coppa più stretta semplicemente perché non c’era alternativa. Scoprire la mia diversità non è stato confortante perché ha voluto dire realizzare quanto fosse ostico nei negozi normali chiedere le mie vere misure, che spesso se disponibili lo sono solo in pochi colori e modelli, senza grande fantasia estetica; il che mi porta ad empatizzare enormemente con quelle ben più formose di me, e le difficoltà maggiori con cui si devono scontrare.

L’alternativa è acquistare su internet – ma ecco, personalmente preferirei provarli sempre – oppure spendere molto di più. Cercando e ricercando ho trovato un paio di marche affidabili da cui vado sicura di trovare senza spendere oltre i 30 euro, cose carine che mi stanno bene e mi piacciono, ma questo non garantisce il risultato. Una volta su due esco anche dai miei negozi preferiti a mani vuoti a causa della frase di rito Mi dispiace, Non abbiamo la sua coppa (la taglia c’è sempre, almeno fino alla quarta).

Ci sono molte cose che non capisco della lingerie intima che trovo nei negozi: se la scelta dei colori è appannaggio dei gusti di ognuna, qualcuno può spiegarmi il proliferare delle coppe imbottite in ogni misura a discapito dei reggiseni che ne sono privi? Per 10 imbottiti ne trovo 1 non imbottito, giuro. A parte la bruttezza di dover girare con due cosi la cui ovvia artificiosità si vede sotto i vestiti lontano un miglio, qual è il senso di fare una quinta imbottita quando trattasi di un petto già imponente?

Poi, il benedetto immaginario culturale italiano.È dall’infanzia che ci martellano con la fissa di seni enormi anche su corpi minuscoli, poi quando effettivamente una ci nasce deve penare per trovare un reggiseno decente? Sarà forse un sottile riferimento alla pretesa di aver tette grosse, si ma solo chirurgicamente ricostruite di modo da non aver bisogno di nulla per stare su?

In fondo, mi dicevo, è una questione di convenzioni. Le misure standard costano meno perché si adattano teoricamente alla maggior parte dei clienti, per cui se io coi fianchi larghi, le tettone e 156 cm devo penare per trovare jeans che mi contengano a cui non dover fare l’orlo perché troppo lunghi, o camicie che non esplodano a un mio respiro troppo profondo è colpa, o sfortuna, solo mia.

A prescindere dal fatto di credere che gli attuali parametri omologati vadano rivisti perché forse incongruenti con le reali necessità di chi acquista, anche questa mia convinzione è recentemente andata in frantumi dopo un mio soggiorno estivo a Londra. Primark, sezione intimo, una parete di reggiseni con tutte le combinazioni possibili di misure, coppe, colori e modelli sotto le 10 sterline. Di nuovo ero povera, e non potei svaligiare gli scaffali rischiando di non comprare niente da mangiare per cena; ma da allora talvolta vado indossando il mio bel reggiseno londinese misura 4D, di pizzo nero e rosa con ferretto, grata a un luogo che non mi fece sentire aliena per lo strano corpo che mi è stato regalato dal destino.

Da SoftRevolution

5 commenti

Archiviato in Articoli, Società

Courtney Love, Riot Grrrl e altre amiche della mia adolescenza

Immagine

Sono stata un maschiaccio per tutta l’adolescenza. Ci terrei a precisare che con maschiaccio non intendo una casuale preferenza verso abiti e modi mascolini, quanto una chiara scelta a livello sociale. Non volevo essere una donna; avrei preferito essere un ragazzo. Perché? Semplice: i maschi avevano più possibilità di scelta, più potere e ultimo ma non meno importante, si divertivano di più.

La storia la fanno i vincitori e in epoca pre-Internet i canali di informazione erano ben pochi rispetto a quelli cui siamo abituati oggi e così, malgrado una casa piena di libri di Oriana Fallaci, a 12 anni costruii un’immagine ideale di me stessa declinata al maschile. L’ambiente scolastico in cui vivevo – l’unica società in cui allora mi muovevo – mi suggeriva che essere femmina significava potersi esprimere solo nel piano di una particolare avvenenza fisica sul cui altare bisognava sacrificare appetito, soldi e spontaneità. D’altra parte quante volte ho letto negli occhi degli uomini che mi dicevano “la vera donna porta i tacchi” il messaggio “la femminilità significa stare sulle punte, non correre ed avere costantemente paura di cadere”? Per non parlare del fatto che il dogma della bellezza non era accompagnato da un’adeguata informazione sui ruoli sessuali, per cui si era corpi allo sbando, ostaggi del pensiero comune. Continua a leggere

1 Commento

Archiviato in Articoli, Società

Il mio battesimo di fuoco

Inizia oggi la mia collaborazione con SoftRevolution, un gruppo di ragazze incazzate come piace a me che mi ha fatto l’onore di includermi fra i loro collaboratori. Qui il primo articolo basato sul tema del mese, la paura.

Qualche anno fa ebbi il mio battesimo di fuoco. Non ha molta importanza definire i particolari, sarebbero più utili alla strumentazione delle mie parole che ad altro. Erano italiani? Stranieri? Era notte? Giorno? Dov’ero? Com’ero vestita? A seconda delle informazioni che potrei dare il contesto e il valore di quello che accadde cambierebbero ed è proprio contro la varia interpretazione dei fatti che scrivo, per mettere sotto luce un’unica, indimenticabile sensazione.

Un giorno, da qualche parte, un gruppo di uomini mi fermò per lanciarmi pesanti frasi da rimorchio; poi mi misero le mani addosso e mi sbatterono a terra. La colpa, ovviamente, fu mia: avevo risposto alla violenza. Quando iniziarono a infastidirmi con le prime battute non provai paura, ma un’immensa rabbia, generata dalla noia e dal fastidio di vedere un gruppo di persone rendersi ancora una volta ridicoli e meschini solo perché sei da sola, sei donna, sei fisicamente piccola. La mancata immedesimazione da parte loro nei miei panni – che in quel momento erano quelli della vittima – mi esasperava così chiesi, visto che per loro non valevo niente, se avevano una madre. Forse avevano almeno una figura femminile che rispettavano? Non era una donna anche lei? Come si sarebbero sentiti a vederla vulnerabile, attorniata da un nugolo di gente che abdicava alla propria dignità, in nome dell’inebriante sensazione di avere per un attimo in mano il Potere? Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Società

Sul discorso contro la violenza alle donne

Non c’è bisogno di aspettare Giugno per dire che, almeno sulla carta, in Italia nei primi 6 mesi del 2013 si sono fatti alcuni significativi passi avanti riguardo il discorso della violenza sulle donne. Il più importante è la comunicazione stessa del problema in televisione, nel web e sui giornali: la violenza alle donne esiste, ci sono numeri e fatti a testimoniarlo. Luciana Littizzetto approfitta della conduzione del Festival di Sanremo per poter parlare in un monologo del tema che oggi ha anche acquisito un proprio termine, femminicidio. Serena Dandini pubblica per la Rizzoli Ferite a Morte e lo porta in giro per i teatri italiani. Ogni nuovo omicidio – e non sono pochi – riapre il dibattito, scatena manifestazioni, porta alla pubblicazioni di articoli e dossier sull’argomento, cartelloni e pubblicità con donne colme di lividi, un occhio socchiuso, le labbra tumefatte. Ma sembra che ancora non si sia constatata l’anomalia per cui il discorso, per quanto parlato non è ancora uscito dal filo spinato della ghettizzazione di genere.

Il discorso sulla violenza contro le donne viene difatti articolato esclusivamente al femminile, con il paradosso per cui l’oggetto del problema – la donna che subisce – diviene soggetto, e il soggetto – l’uomo che usa la violenza – scompare. Le donne parlano alle donne, gli uomini parlano alle donne, nessuno parla agli uomini. Tema dominante della propaganda è la difesa: le donne devono imparare ad evitare i soggetti maschili violenti, imparare a denunciarli, imparare a liberarsi da rapporti autodistruttivi. Luciana Littizzetto ricorda che “un uomo che ti picchia è uno stronzo”, e anche lontano da noi, in America i media danno addosso a Rihanna – già ripresa da Camille Paglia come nuova icona femminile autodistruttiva alla stregua della principessa Diana – che dopo essere stata pestata a sangue nel 2009 dal fidanzato rapper Chris Brown ha deciso recentemente di tornarci assieme; così la cantante va da Oprah Winfrey, in lacrime, a difendere se stessa e il proprio compagno mentre tutta l’opinione pubblica statunitense si chiede se non sia impazzita. Chris Brown perlopiù tace, al massimo promette laconicamente di diventare un uomo migliore. Cosa gli passasse per la testa, la sera in cui ruppe il naso alla sua donna, ancora non si sa. D’altra parte è la donna che “non si sa difendere”, o che non sa dire no; è lei che deve parlare.

 L’equivoco è che la violenza sulle donne riguardi solo loro; e che pertanto l’educazione, o meglio, la prevenzione, vada declinata al femminile. Non si vuole con questo sminuire i risultati di quelle figure maschili che hanno deciso di dissociarsi dallo stereotipo di genere e affermare la propria diversità culturale, ma se la comunicazione è improntata solo a spiegare alle donne come reagire, o a far dire ad alcuni uomini che loro “certe cose” non le fanno, escludendosi dal problema, il rischio è che la generalizzazione di quelli che Luciana Littizzetto chiama “stronzi” ripeta pedissequamente il luogo comune autogiustificatorio per cui alcuni sono fatti così, spostando, come in tutti i casi di discriminazione, – perché una violenza la si fa anche agli stessi uomini riducendoli in bestie – il contesto dal piano civile a quello biologico. Non interrogare la parte in causa, continuando ad negarla come un nemico insormontabile solo da evitare, significa non voler aprire un vaso di Pandora ben più esplosivo che è l’educazione stessa degli uomini e delle donne.

 Che l’uomo sia di base cattivo o meno, la sua formazione culturale serve a riconoscere e reprimere determinati impulsi negativi a favore di altri, per una convivenza serena in società: come, per farla banale, il fatto che pur a volte desiderare di uccidere qualcuno non comporta che lo si faccia automaticamente. Allora perché ancora oggi invece di insegnare a combattere specifiche istanze di sopraffazione si finisce per far coincidere l’uomo con quelli stessi desideri bestiali? A chi fa comodo? Non è un caso che la società si rifiuti di affrontare un problema così granitico: conseguenze sarebbero lo scardinamento e la ridiscussione di concetto subconsci ancora ben saldi. Ci vogliono un’energia e fatica immense il cui peso nessuno, a quanto pare, vuole sobbarcarsi. Allora l’uomo per natura è cattivo, odia le donne e ama distruggere: bisogna tollerarlo, difendersi e imparare a conviverci. Troppo facile come soluzione, comoda per non toccare i grandi nodi culturali e morali della realtà in cui viviamo.

 Cosa succederebbe invece se gli uomini che violentano, che ammazzano, pur in tutta la loro meschinità, bassezza raccontassero almeno perché, perché lo fanno, come sono stati educati, perché nessuno ha insegnato loro una via diversa? Cosa succederebbe se si parlasse non solo alle donne, ma anche agli uomini di oggi e di domani, permettendo loro di ammettere l’impulso di violenza,, riconoscerlo e quindi poter scegliere fra questo e un’istanza più pacifica? Perché questo approccio è utilizzato in tutti i discorsi etici tranne questo? E infine quand’è che gli uomini diventeranno voce e soggetto di questo discorso? Che la maggior parte delle donne l’abbia capito o meno, il problema principale non è sapere che alcuni uomini sono degli stronzi, ma sapere per quale motivo lo sono, e “perché sì” è una risposta che non possiamo continuare ad accettare.

12 commenti

Archiviato in Articoli, Società