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Roma Film Festival 2013/ Like Father Like Son – Hirokazu Kore-Eda

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Like Father Like Son parte da una domanda di non facile soluzione: cosa rende genitori e cosa rende figli? Ryota non avrebbe dubbi: è il legame di sangue. Per questo, quando scopre con sua moglie Midori che il loro bambino Keita non è “loro” figlio a causa di uno scambio di neonati in ospedale, inizia subito le pratiche per riavere il suo vero primogenito, cresciuto in una famiglia numerosa, di estrazione sociale inferiore, dove il baccano e l’allegria sono all’ordine del giorno. “Questo spiega tutto” si dice l’uomo: ecco perché Keita era così tranquillo, così poco interessato alla competizione e alla vittoria. In poche parole, diverso da lui. Il sangue ha diritti che nessun affetto può prevaricare, quindi i due bambini andranno ognuno nella famiglia e nella casa cui erano destinati, non importa quante abitudini e legami dovranno abbandonare.

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Roma Film Festival 2013/ Dal Profondo – Valentina Pedicini

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Si scava ancora il carbone in Sardegna. Questo “ancora” è utilizzato non a caso per sottolineare la resistenza di un lavoro e una tradizione culturale sul punto di morire perché semplicemente non servono più. Non si può lottare contro l’avanzata del progresso, ma di quei lavoratori oggi sottopagati, sempre a rischio di licenziamento, di quel mestiere nascosto agli occhi dei più, centinaia di metri sotto terra, cosa rimarrà? Dal profondo di Valentina Pedicini parte dall’oscurità della vita in miniera in un’appropriazione da parte della macchina da presa dello sguardo nel buio del minatore: non è solo visto, ma vede, in un film che è innanzitutto una lunghissima soggettiva. La luce è scarsa, garantita dall’illuminazione elettrica. All’inizio non si vedrà nulla, il diaframma oculare dovrà aprirsi per far entrare più luce; poi ci si abituerà, finendo per sentirsi quasi accecati dalle lampadine sotterranee. Dopo, ad aspettare c’è un immenso silenzio. Non tramonta e non albeggia mai, non scorrono le stagioni, si fatica a respirare, pelle e polmoni si riempiono di polvere. Le profondità della terra affascinano e devastano chi decide di visitarle, in un viaggio mistico e maledetto, un lavoro spesso ereditato da padre in figlio o, nel caso di Patrizia, unica donna minatrice, in figlia.

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Roma Film Festival 2013/ Come il Vento – Marco Simon Puccioni

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Armida Miserere inizia a lavorare nelle carceri italiane negli anni Ottanta. Ambiente e periodo non sono particolarmente favorevoli: si è conclusa da poco la stagione della strategia della tensione e lei è una delle prime donne a farsi spazio nell’ambiente misogino e violento della detenzione. La doppia inclinazione italiana di natura forcaiola-lassista fatta di abusi di potere da parte delle guardie sui detenuti e di ordini di boss mafiosi da dietro le sbarre vigeva allora come oggi e intimidazioni, minacce ed esecuzioni di chi non piegava la testa erano all’ordine del giorno. Nel 1990 viene ucciso dalla camorra il suo compagno Umberto Mormile, educatore carcerario, anni dopo vengono assassinati i suoi cani, biglietti e pallottole vengono spedite per posta, e come spesso accade, devono passare decenni prima che i responsabili vengano – quando questo succede, perché non è scontato – trovati. Nel 2003, all’età di 46 anni, Armida si spara un colpo in testa.

Narrare la persona che deve vivere tutto questo è l’obiettivo primario di Come il vento, e anche il suo maggiore punto debole. C’è l’esigenza potente di descrivere il personaggio, renderle omaggio: questa donna Va raccontata, va raccontato il suo bisogno di amore e la sua fermezza morale, e la solitudine che nemici invisibili o meno le costruiscono addosso, negandole l’opportunità di farsi una famiglia, sostituita dalle scorte e dalle facce sempre diverse ad ogni trasferimento.

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Roma Film Festival 2013/ Nepal Forever – Aliona Polunina

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Alla fine della visione al Maxxi di Nepal Forever il pubblico si alza soddisfatto, convinto di aver assistito a una divertente commedia russa sui lati surreali della fede vetero-comunista sopravvissuta al crollo dell’Unione Sovietica. Per chi rimane in sala ad aspettare l’incontro con la giovane regista  Aliona Polunina c’è però una sorpresa: era tutto vero. Tutto, dalla spedizione in Nepal di due rappresentanti di un partito comunista russo – il recensore è qui costretto a una certa semplificazione, dato il numero di sigle e acronimi presenti nel film – per metter pace fra i due partiti comunisti locali ora in disaccordo, agli stessi due protagonisti, una coppia a là Stanlio ed Ollio intrisa di fanatismo marxista-leninista.

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Roma Film Festival 2013/ Sorrow and Joy – Nils Malmros

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“Pensavo che una volta viste le mie cicatrici, mi avresti lasciato” dice Signe a Johannes all’inizio della loro relazione. Una linea bianca attraversa il suo polso sinistro, simbolo di un periodo buio da ragazza. Signe è una maniaco-depressiva più per cause biologiche che ambientali: padre depresso e zio suicida, un ricovero psichiatrico, una madre che non vuole vedere, l’abitudine giovanile a cercare nello sguardo degli uomini più grandi una conferma sessuale. Dieci anni dopo incontra Johannes, un regista, si innamorano, si sposano, mettono al mondo una bambina, Maria. Dopo nove mesi Signe taglia la gola alla neonata.

Sorrow and Joy parte dalla tragedia orribile di un innocente assassinato. Una famiglia distrutta, la donna rinchiusa ancora in ospedale e imbottita di farmaci, incapace di piangere. Manca solo la sentenza finale. In un lungo colloquio con il dottore che deve fornire la perizia psichiatrica, Johannes ripercorre le fasi della sua storia con Signe, dal primo incontro a poche ore prima dell’omicidio ma, cosa degna di nota, l’uomo crede fermamente nell’innocenza della moglie. Non che non abbia fatto quello che ha fatto, lo ha confessato essa stessa; ma non lo ha fatto consapevolmente.

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Roma Film Festival 2013/ Rangbhoomi – Kamal Swaroop

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La dovizia di informazioni contenuta in Rangbhoomi costringe il giudizioso spettatore a farsi una veloce infarinatura di cultura indiana una volta tornato a casa, assolvendo, tramite un breve excursus online, al compito che lo stesso regista Kamal Swaroop ha attuato in vent’anni di ricerca sul protagonista del suo documentario, Dadasaheb Phalke, padre del cinema indiano. Rangbhoomi è infatti un percorso cinematografico, più che uno sterile elenco su pellicola di fatti e nomi: assieme a Swaroop si cercano documenti, si fanno interviste, si discute, si aspettano persone che non arrivano, che non si fanno trovare, archivi che rimangono chiusi. La conoscenza è un’esperienza che il regista condivide con lo spettatore senza farsi da parte come impersonale voce fuoricampo; un sapere che va ad aggiungersi agli anni di apprendimento in cui l’uomo, per conquistarsi il diritto di parlare di un’icona quale Phalke, ha studiato quello che esso sapeva nel tentativo di poter pensare a partire dal medesimo bagaglio culturale. Il film si concentra sull’omonima opera meta-teatrale che Phalke realizzò in seguito all’abbandono del cinema, dove, su un palco, all’esordio in scena, l’attore principale, Sangeet Rao chiede di rivolgere la tradizionale preghiera a Brahma, la Creazione, dio esiliato da Shiva, la Distruzione – con cui condivideva la forma triplice dell’Essere insieme a Vishnu, la Conservazione – con l’accusa di incesto nei confronti della figlia Shatarupa, divinità femminile, perdendo così la venerazione degli uomini. Questo richiamo alla creatività derivava dalla crisi personale di Phalke che, abbandonato il mondo del cinema a causa di conflitti economici con i suoi soci, cercava nella forma teatrale un’espressione delle sue difficoltà nel continuare a inseguire le proprie inclinazioni artistiche senza piegarle a compromessi commerciali. Continua a leggere

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Roma Film Festival 2013/ La luna su Torino – Davide Ferrario

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Sul 45 parallelo dove è poggiata la città (Torino) in cui vivono Maria, Ugo e Dario, i tre protagonisti allungano il collo oltre l’orizzonte sognando di toccare altri mondi, che siano la Mongolia, i paesi esotici o la cima di una salita da scalare. O forse, più semplicemente, l’amore. Una metafora non troppo sottile di come l’altro sia a portata di occhio, a patto di attraversare gli invisibili confini della propria persona con tutte le paure che questo comporta. Davide Ferrario aveva già affrontato l’incapacità di saper migliorare la propria vita in Dopo Mezzanotte, di cui La luna su Torino è una costola, trovando nel cinema muto là, come qui nelle parole di Giacomo Leopardi diffusamente citate, un’ispirazione comportamentale sopravvissuta a decenni di distanza. Fermo restando che Leopardi davvero era ben più del lamentoso sfigato descritto nei programmi di italiano al liceo, e che ci fa piacere che riemerga dai polverosi scaffali dove è stato abbandonato, non basta la consapevolezza della ricchezza culturale del passato a fornire sostanza alla materia troppo inconsistente del film. Nella capacità di raccontare una certa leggerezza surreale frequentemente assente in un cinema che preferisce la risata grossa, Ferrario si fa certo onore, come onore gli fa trasformare Torino in una città fantastica al di sopra della realtà, labirinto notturno di strade e luoghi che sembrano esistere solo dopo il tramonto; ma viene meno nel coordinare questi elementi all’interno di una storia corale fondata sull’indecisione personale.

 I personaggi si lasciano vivere, trasportati dagli incontri casuali, e accidentalmente prendono una decisione piuttosto di un’altra, come giocando a mosca cieca, le mani protese verso il buio. Le loro caratterizzazioni, più da macchietta che altro, favoriscono l’approvazione del pubblico rinunciando però a una reale disamina umana. Le voci fuoricampo, la felice sensazione che gli affetti possano cancellare la vaghezza imprecisa entro cui si vive appaiono modi sbrigativi per chiudere in positivo la storia, ed è un peccato aver rinunciato a definire questa precarietà affettiva ed esistenziale per illuminarla in toni esclusivamente consolatori. Spostandoci dal particolare al generale La Luna su Torino riflette la deriva rasserenante di un certo cinema che annacqua i conflitti sociali odierni partendo da questi al solo scopo di trarne suggestioni narrative da risolvere in una finale pacificazione dei conflitti. Più che dare speranza – e la speranza, come insegna il film di Giovanni Veronesi anch’esso qui fuori concorso, può non essere una felice conquista – il vero intento di questa visione cinematografica sembra quello di mostrare un piccolo pezzo di realtà per poi affrettarsi a edulcorarne i risvolti più critici. In altri termini, ovviare all’accusa di non raccontare il nostro tempo, e poi rendere questo sul grande schermo in modi tali da non ferire troppo lo spettatore, offrendogli un ritratto di se stesso un poco traballante ma sempre confortante. Se il pubblico italiano sia davvero così suscettibile, o così venga immaginato solo da chi deve vendergli storie, è un quesito a cui non sappiamo dare risposta; ma certamente nel viziarlo con effigi indulgenti si contribuisce alla creazione di un vicolo cieco dal quale difficilmente, continuando su questa strada, si potrà uscire.

Da PointBlank

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