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Piccola Patria – Alessandro Rossetto (2013)

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In tempi come questi, la fuga è più di un ideale romantico: è l’unica alternativa all’abisso sociale ed economico, un progetto di vita minuziosamente preparato sin dall’adolescenza, quando si comprende con amarezza e spavento che la giovinezza non sarà quel periodo dorato descritto dall’immaginario popolare. Da un tentativo di fuga parte Piccola Patria, per raccontare le vicende di due amiche, Luisa e Renata, costrette a una quotidianità scadente in un paesino dell’Alto Adige, e circondate da adulti spenti, risentiti, spaventati. Perché allora non vendicarsi di uno di questi, già sfruttato economicamente per la propria debolezza sessuale, ricattandolo con foto compromettenti per mettere insieme i soldi necessari a scappare da tutto? Se è vero che l’ambiente influenza le persone che ci vivono, Renata ha preso dal suo paese l’astio diffuso e generalizzato verso tutti, quella sottile convinzione di essere stata derubata di un futuro che le apparteneva; odia i suoi compaesani per la loro ignoranza e piccineria, come loro odiano tutti gli stranieri, senza differenza, colpevoli di aver invaso una terra non loro e per questo ladri e criminali. Luisa ha invece assorbito dalla sua terra il sole e la luminosità, impressa nel suo sorriso e nella sua voglia di cantare, gridare, andare in giro nuda e fare l’amore, malgrado un padre razzista e rancoroso e una madre spaventata dall’effervescenza quasi violenta della figlia. Come due lati di una medaglia, la luce e l’ombra, le due protagoniste vagano in una cittadina addormentata, tra ricchi clienti di hotel prestigiosi che dimentichi di tutto si godono la brezza in piscina, e i poveri abitanti sonnambuli ma di tanto in tanto pronti a risvegliarsi per urlare a gran voce di orgoglio nazionale, mire secessioniste, rivoluzioni sanguinarie.

Piccola Patria non è assolutamente esente da critiche, in primis una sorta di estrema fascinazione dello sguardo verso la natura e le atmosfere della regione veneta e la convivenza di queste con le strutture fatiscenti dell’urbanità moderna: tanto attratto da questa commistione di verde e casermoni, campi e rifiuti, da perdere talvolta per strada il racconto, come un passante che mentre parli con qualcuno si interrompa a guardarsi intorno, affascinato da ciò che lo circonda, del tutto dimentico di ciò che stava dicendo. L’effetto che ne deriva è di un film troppo distratto dal proprio ambiente, spesso colpevole di divagazioni al limite del documentario che distorcono la concentrazione dalle vicende principali.  In compenso però vi è nella pellicola una rappresentazione della mediocrità spirituale che attanaglia non solo la penisola italiana, ma in generale gran parte del genere umano, come non se ne vedevano di così ben fatte da tempo. Il problema frequente di un cinema che voglia raccontare il presente è di cedere agli stereotipi, o peggio alle caricature, siano di adolescenti in crisi, adulti problematici, cittadini meschini. Qui è invece perfettamente resa la miseria sociale sfogata nel razzismo, nella facile reiterazione della legge del più forte sul piccolo, e quell’aggrapparsi a quelle piccole ancore di sicurezza che confortano nello smarrimento, come la convinzione che sia tutta colpa di qualcuno in particolare, o il rifugio nella religione o nella morale bigotta; la ricerca insomma di qualcosa in cui credere per quanto grossolano, poco lineare o addirittura irrazionale, è la medesima sindrome che investe la quotidianità cui ormai ci siamo abituati. Poiché prima o poi il futuro, questo benedetto miraggio, arriverà per tutti, il film di Alessandro Rossetto avverte dei pericoli insiti nel rancore comune che si sta diffondendo a macchia d’olio dappertutto, raramente filtrato dalla ragione. Ci sarà un giorno in cui dovremmo fare i conti con l’ira dei giovani  di oggi ormai invecchiati, rabbiosi come la generazione che li ha preceduti: e chissà se saranno più ragionevoli e saggi dei loro genitori.

Da PointBlank

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Caste e Pure: sul Mito della Verginità Femminile

cecilia

La prima volta è importante per una ragazza: quando ero piccola lo dicevano le riviste, i libri, i telefilm adolescenziali, i melensi romanzetti rosa usati venduti a 200 lire ognuno che ingurgitavo quando sembrava non esserci nient’altro in casa. Se per il maschio era immenso trionfo farlo il prima possibile, essere stato il più precoce nel proprio gruppo di amici, la donna doveva valutare attentamente tempi, persone, situazioni. Ne andava della sua purezza.

Mi sono chiesta in che cosa, fisicamente, risiedesse questa mitologica innocenza da difendere a tutti i costi, oltre il semplice pezzo di pelle; per quale motivo il medesimo atto sessuale potesse culturalmente significare cose tanto diverse per chi vi partecipava. Purezza è sinonimo di un’esperienza inedita che manca, un ingresso nel mondo. Aspettarsi da una persona questa assenza di conoscenza si traduce nella pretesa di un vivere al di fuori della realtà senza esserne protagonisti, pena sentirsi offesi da questo altrui agire, voler sapere, capire letteralmente sulla propria pelle che tradizionalmente è un desiderio riservato alla parte maschile. Gli uomini devono conoscere la vita, toccarla subito col proprio corpo: e il sesso è il simbolo più forte di questa iniziazione. La donna sta a casa, non impara, non scopre, il suo corpo pertanto è immacolato. La conoscenza che può conseguire attraverso la propria carne va controllata, selezionata e codificata.

So che questa purezza è una paranoia mentale capace di avvelenare le scelte intime di ogni ragazza, soprattutto quando prova un’urgenza fisica in netto contrasto con la calma che dovrebbe contraddistinguere una decisione che, ci viene narrato, è quasi epocale. Del risveglio sessuale delle adolescenti si parla poco, e sempre col rischio di toni grotteschi che descrivono piccole Lolite ingorde e vanesie che si buttano via da ragazzine andando con chiunque finché il vero amore non le riconduce alla retta via. La masturbazione delle donne è un tabù come in generale ogni discorso sul desiderio femminile, come dimostra la trascuratezza del panorama pornografico indirizzato al solo sguardo maschile – che, credo, venga anch’esso in questo modo ingiustamente limitato.

Perché del desiderio e del piacere delle ragazze si parla così poco e così male? Probabilmente perché desiderio è sinonimo di una volontà che dal piano fisico a quello culturale si preferisce ignorare. Mi viene da pensare una cosa sola: che il sesso venga inteso come qualcosa che sporca la donna, che deve limitare al massimo questo sudiciume dal quale non può prescindere – prima eri pura, ora non lo sei più! – cercando di selezionare quegli elementi che possono diminuire la colpevolezza insita nell’atto di fare, e voler fare, sesso.

Allora lo fai per amore, con quello “giusto”, e non primariamente per un desiderio che ti impoverisce di fronte al mondo. Ma allora è la penetrazione che è considerata degradante? Poiché penetrare è atto di forza, dominio sull’altro, essere penetrati significa sconfitta, umiliazione? Un indizio c’è: interrogati talvolta ragazzi (eterosessuali) di fronte all’eventualità di un rapporto omosessuale, tutti, scherzando ma non troppo affermano, che se proprio devono vogliono fare la parte attiva. Quella passiva è indice di offesa subita. In fondo si pensa sempre che in un rapporto c’è chi domina e chi viene dominato; traslato sul piano fisico, c’è chi tocca e chi viene toccato. Pensiamo ai sinonimo mielosi che si trovano nei romanzetti rosa: e lui la fece suala prese, la possedette. Questa insistenza sul conquistare l’altro quasi fosse un terreno in una disputa, sul penetrarlo senza essere scalfiti, sembra nascondere una vera paura di essere toccati e cambiati, nonché conosciuti nelle proprie pieghe. Come in una guerra, chi rimane in trincea, dietro un muro, non rischia mai di perdere, né di essere ferito.

Quale gioia può rimanere però in un’esperienza divisa in termini attivi e passivi, dominio e sottomissione, purezza e sporcizia? Davvero possiamo attribuire a un sesso piuttosto che un altro determinati sentimenti basandoci unicamente sulla conformazione dei loro genitali? Penetrare, ed essere penetrati non sono eventi così facilmente riducibili a concetti elementari, parlano dell’incontro, dell’accoglienza, del dare e ricevere tradotti in migliaia di minimi gesti diversi; e non se ne potrà veramente discutere finché il racconto dell’innocenza femminile non sarà definitivamente sostituito dalla narrazione della vulnerabilità di tutte le persone di fronte a quell’evento sconvolgente, talvolta salvifico, talvolta traumatico, spesso meraviglioso, che è il contatto fisico.

 Da SoftRevolution

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Essere tettone e trovare reggiseni decenti nell’era contemporanea

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A causa di quello che gli scienziati definiscono miglioramento delle condizioni di vita umana, io e molte coetanee siamo entrate nella pubertà qualche anno prima rispetto alla media delle nostre madri. Personalmente l’esperienza si rivelò fisicamente sconvolgente, dato che nel giro di pochi mesi mi ritrovai, io che ero stata uno scricciolo minuscolo con due stecchini per gambe, ad esplodere in una formosità inimmaginabile per me ancora un po’ bambina.

Una decina di chili in poco tempo, le amate smagliature della pelle che si allargava sotto il nuovo peso e poi loro, il simbolo definitivo di un cambiamento irreversibile: le mie tette, imbrigliate prima in giocosi reggiseni color pastello che erano più uno scherzo frivolo che veri indumenti funzionali, poi, mano a mano che passavo dalla prima misura alla seconda, dalla seconda alla terza, poi la quarta, la necessità di cercare qualcosa che fungesse davvero.

Peccato che per tutta la mia adolescenza sia stata una pseudo barbona senza una lira e senza una paghetta, immaginarsi poi andare a comprare reggiseni seri. Fino ai vent’anni ho comprato, scroccato, riciclato reggiseni che ad occhi sembravano starmi bene, per poi in caso risistemarli tagliuzzando, annodando e usando spille che il più delle volte mi si aprivano nella schiena mentre camminavo. Fate bene a essere inorriditi: a ripensarci lo sono anch’io, ma si sa com’è, ero povera, ero grunge, ero giovvane.

Finita l’adolescenza e aperto un primo timido conto per qualche iniziale guadagno ottenuto lavorando qui e là, mi convinsi di poter fare il grande passo e comprarmi finalmente un vero Reggiseno di Marca per il mio ingombrante petto: eppure i risultati furono assai deludenti. Non reggevano, o stringevano, per quanto le commesse mi assicurassero che fosse proprio la mia misura, oppure erano bellissimi e inutili, delicati fronzoli che sarebbero atterrati sotto il peso di una piuma, figuriamoci dei miei seni. Così passai qualche anno un po’ soffrendo – per me vivere senza reggiseno è impensabile anche quando dormo – finché un giorno entrando in un negozio la commessa mi squadrò ancora vestita e disse che il mio errore era stato non azzeccare la coppa. La coppa? E che è?

Quel che non sapevo era che molte marche commerciali a prezzi accettabili non avevano una grande varietà di coppe; la quarta aveva per esempio sempre e solo la coppa C, la seconda la coppa B e così via. Io sono una coppa D, il che significa che per anni ho costretto le mie povere tette in una coppa più stretta semplicemente perché non c’era alternativa. Scoprire la mia diversità non è stato confortante perché ha voluto dire realizzare quanto fosse ostico nei negozi normali chiedere le mie vere misure, che spesso se disponibili lo sono solo in pochi colori e modelli, senza grande fantasia estetica; il che mi porta ad empatizzare enormemente con quelle ben più formose di me, e le difficoltà maggiori con cui si devono scontrare.

L’alternativa è acquistare su internet – ma ecco, personalmente preferirei provarli sempre – oppure spendere molto di più. Cercando e ricercando ho trovato un paio di marche affidabili da cui vado sicura di trovare senza spendere oltre i 30 euro, cose carine che mi stanno bene e mi piacciono, ma questo non garantisce il risultato. Una volta su due esco anche dai miei negozi preferiti a mani vuoti a causa della frase di rito Mi dispiace, Non abbiamo la sua coppa (la taglia c’è sempre, almeno fino alla quarta).

Ci sono molte cose che non capisco della lingerie intima che trovo nei negozi: se la scelta dei colori è appannaggio dei gusti di ognuna, qualcuno può spiegarmi il proliferare delle coppe imbottite in ogni misura a discapito dei reggiseni che ne sono privi? Per 10 imbottiti ne trovo 1 non imbottito, giuro. A parte la bruttezza di dover girare con due cosi la cui ovvia artificiosità si vede sotto i vestiti lontano un miglio, qual è il senso di fare una quinta imbottita quando trattasi di un petto già imponente?

Poi, il benedetto immaginario culturale italiano.È dall’infanzia che ci martellano con la fissa di seni enormi anche su corpi minuscoli, poi quando effettivamente una ci nasce deve penare per trovare un reggiseno decente? Sarà forse un sottile riferimento alla pretesa di aver tette grosse, si ma solo chirurgicamente ricostruite di modo da non aver bisogno di nulla per stare su?

In fondo, mi dicevo, è una questione di convenzioni. Le misure standard costano meno perché si adattano teoricamente alla maggior parte dei clienti, per cui se io coi fianchi larghi, le tettone e 156 cm devo penare per trovare jeans che mi contengano a cui non dover fare l’orlo perché troppo lunghi, o camicie che non esplodano a un mio respiro troppo profondo è colpa, o sfortuna, solo mia.

A prescindere dal fatto di credere che gli attuali parametri omologati vadano rivisti perché forse incongruenti con le reali necessità di chi acquista, anche questa mia convinzione è recentemente andata in frantumi dopo un mio soggiorno estivo a Londra. Primark, sezione intimo, una parete di reggiseni con tutte le combinazioni possibili di misure, coppe, colori e modelli sotto le 10 sterline. Di nuovo ero povera, e non potei svaligiare gli scaffali rischiando di non comprare niente da mangiare per cena; ma da allora talvolta vado indossando il mio bel reggiseno londinese misura 4D, di pizzo nero e rosa con ferretto, grata a un luogo che non mi fece sentire aliena per lo strano corpo che mi è stato regalato dal destino.

Da SoftRevolution

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Courtney Love, Riot Grrrl e altre amiche della mia adolescenza

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Sono stata un maschiaccio per tutta l’adolescenza. Ci terrei a precisare che con maschiaccio non intendo una casuale preferenza verso abiti e modi mascolini, quanto una chiara scelta a livello sociale. Non volevo essere una donna; avrei preferito essere un ragazzo. Perché? Semplice: i maschi avevano più possibilità di scelta, più potere e ultimo ma non meno importante, si divertivano di più.

La storia la fanno i vincitori e in epoca pre-Internet i canali di informazione erano ben pochi rispetto a quelli cui siamo abituati oggi e così, malgrado una casa piena di libri di Oriana Fallaci, a 12 anni costruii un’immagine ideale di me stessa declinata al maschile. L’ambiente scolastico in cui vivevo – l’unica società in cui allora mi muovevo – mi suggeriva che essere femmina significava potersi esprimere solo nel piano di una particolare avvenenza fisica sul cui altare bisognava sacrificare appetito, soldi e spontaneità. D’altra parte quante volte ho letto negli occhi degli uomini che mi dicevano “la vera donna porta i tacchi” il messaggio “la femminilità significa stare sulle punte, non correre ed avere costantemente paura di cadere”? Per non parlare del fatto che il dogma della bellezza non era accompagnato da un’adeguata informazione sui ruoli sessuali, per cui si era corpi allo sbando, ostaggi del pensiero comune. Continua a leggere

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Sara – Antonello Venditti

Si era in terza media, verso la primavera, e non ero proprio sempre sola. Avevo un paio di amici, o almeno persone con cui scambiare qualche discorso e risata, tra cui il mio grande amore delle medie. Che cotta da ragazzina, del tutto platonica: semplicemente lo vedevo e mi si stringeva lo stomaco per quanto mi sembrava, più che banalmente bello, meraviglioso. Sentimento che mi tenevo dentro, sentimento senza speranza fiorito su un’amicizia che continuava a fare da scusa per continuare a vederlo, anche fuori scuola. E un giorno eravamo a casa di una nostra amica, e lui e un suo amico misero su questa canzone. Continua a leggere

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