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Pride – Matthew Warchus (2014)

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Pride si inserisce nel filone cinematografico, ormai consolidato, dedito a narrare le vicende relative al famoso sciopero dei minatori inglesi tra il 1984 e il 1985: un anno di durissimi bracci di ferro fra i lavoratori e l’algido Primo Ministro Margaret Thatcher – che aveva promulgato la chiusura di venti miniere di carbone – amaramente concluso con la resa dopo 51 settimane di spossante resistenza. La linea di lettura del film di Matthew Warchus è però oltremodo originale pur nella sua totale veridicità di fondo, data la scelta di raccontare l’episodio finora inedito del sostegno della causa da parte di un’altra minoranza, quella fortemente stigmatizzata dei gay inglesi. A metà fra abile strategia politica e sincera empatia, un gruppo di omosessuali londinese, conscio della propria invisibilità sul piano sociale fonda i Lesbians and Gays Support The Miners (Gay e Lesbiche supportano i Minatori) e inizia una raccolta fondi a favore degli scioperanti in una minuscola comunità gallese, rivelandosi il gruppo di supporto più fruttuoso. Un incontro fra le parti diviene dunque necessario, malgrado le riserve degli abitanti della comunità rurale, conservatrice e bigotta, e costringe entrambi gli interlocutori a un superamento, talora anche arduo, dei propri pregiudizi. Come è facile immaginare, i paesani, modellati su un canone di virilità fortemente irrigidita, guardano con sospetto, se non con ostilità, i più liberi omosessuali, che d’altra canto rivedono nei minatori i beceri oppressori della propria giovinezza; superare la comune diffidenza non sarà facile.

La struttura narrativa di Pride è, in fin dei conti, davvero convenzionale: l’incontro/scontro fra due culture diverse, e l’esito esilarante che ne consegue. Nel trattare la tematica della rivendicazione omosessuale in un periodo teso come gli anni Ottanta, agli albori del dramma dell’Aids, sono presenti tutte le figure caratteristiche che è scontato incontrare in racconti del genere. C’è il leader carismatico – cui fa l’eco il rappresentante locale dei minatori – il giovane ragazzo che di nascosto dal proprio ambiente familiare compie tutto il percorso di emancipazione personale dalla paura di esporsi, l’anziana progressista e la compaesana puritana che si oppone all’arrivo dei nuovi compagni di lotta; sullo sfondo, la preziosa riflessione su quanto ogni causa civile non appartenga mai esclusivamente a chi ne è coinvolto, ma riguardi il diritto fondamentale alla dignità di ogni essere umano. Certo, così ben congegnato nella sua forma di commedia impegnata, il film rischiava di mancare di reale partecipazione, ma è proprio questo timore che vogliamo qui affrettarci a sciogliere: Pride commuove pur nella sua costruzione sistematica, perché infonde sincero sentimento ai suoi protagonisti, ed è davvero difficile non affezionarsi alle loro storie, dal momento che il regista evita di dividere i personaggi fra stereotipati buoni e cattivi preferendo soffermarsi sull’umanità complessa di ognuno di loro. Ed è allora che la rivendicazione di un comune diritto di libertà appare allo spettatore tanto ovvia quanto deve essere sembrata a coloro che in quel tempo scelsero di riconoscersi, oltre ogni differenza personale, medesime vittime di un sistema oppressivo. Nelle lacrime di chi risente dopo anni il dialetto del paese che si è dovuto abbandonare per la propria omosessualità, e nell’ostinata opposizione di una comunità a un governo che vuol negare il lavoro, è riconoscibile l’identica esigenza, imprescindibile, di essere riconosciuti cittadini con diritti e doveri dallo Stato. Lottare per qualcosa che è di tutti: la solidarietà in fondo, consiste solo in questo.

Da PointBlank

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Felice chi è Diverso – Gianni Amelio (2014)

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Si parte da molto lontano in Felice Chi è Diverso, addirittura dall’epoca fascista, per raccontare l’omosessualità maschile quando questa sulla carta non esisteva nemmeno nella società italiana: strano paradosso di una società talmente ossessionata dalla virilità di corpi – si veda, un esempio fra tanti, la costruzione dello Stadio dei Marmi a Roma – da suggerire l’ipotesi di un’omofobia di Stato necessaria a nascondere istinti poco accettabili. Una repulsione simile alla paura di un virus capace di sovvertire il paese poi incarnata, come nei peggiori incubi, nel dilagare dell’Aids negli anni Ottanta, di cui si era convinti i gay e i tossici potessero essere le sole vittime giustamente punite dei propri peccati– si veda il neo premio Oscar Matthew McConaughey, così etero, macho e texano, incredulo di fronte alla propria diagnosi sieropositiva in The Dallas Buyers Club. Da Mussolini si va fino alla più grande personalità omosessuale del nostro paese, Pier Paolo Pasolini, con il lento emergere di un non detto che nel suo primo affiorare acquistò negli anni Sessanta la forma di lato sporco, nascosto, di  parte di una comunità altrimenti perbene che aspettava la notte per esprimere i propri desideri più turpi su cui non doveva mai sorgere il sole. Articoli scandalistici, vignette sarcastiche, gag, servizi televisivi alla ricerca dello shock, un po’ di cinema, questa la copertura mediatica di un fenomeno che Gianni Amelio riporta in luce passando dalle immagini di repertorio alle voci reali di chi nelle grandi città o nei paesini, ricco o povero, scopriva di non essere come gli altri.

A che dovrebbe servire un film su una questione che formalmente si crede oggi pacificata al punto di far dichiarare taluni  nauseati dall’odierno Politicamente Corretto che si dice, ha finito per uscire dai propri argini per assegnare a una minoranza un’aura di sacro martirio? Forse a far ricredere sul reale cambiamento dei tempi. Alla conferenza stampa del film a Roma Amelio ha definito la critica dell’Hollywood Report di un film “vecchio e datato” come il miglior complimento possibile per la sua opera. Si vorrebbe sperare che sia proprio così, come in quella favola di Rodari in cui un gruppo di alunni del futuro in gita al Museo del Tempo che Fu guardano stupiti, chiusa in una teca, la parola Piangere e si chiedono cosa fosse e a cosa servisse. Ma questi vecchi anziani che si raccontano, una volta giovani ragazzi cacciati di casa, rinchiusi in manicomio, costretti a rapporti sessuale con prostitute due volte al dì per curarsi non sembrano ancora fare davvero parte di un’epoca lontana dalla nostra. C’è, in Felice Chi è Diverso, soprattutto la questione tuttora irrisolta del rapporto del maschio italiano con la propria fragilità traslata in un concetto esclusivamente femminile nel quale si vuole racchiudere tutta la vulnerabilità dell’essere umano, come esprimere le emozioni, voler bene alla propria madre, essere sensibili alla bellezza. Cosa non vera che fa torto a entrambe le due categorie sessuali, eppure molte delle storie narrate, per quanto diverse, parlano di ragazzi rifiutati dai propri padri e accettati dalle madri, coloro che invece “capiscono”, che riconoscono subito la reale natura dei figli. E l’inevitabile compassione che si prova di fronte a questi racconti è forse un buon punto di partenza, ma solo l’inizio e non la soluzione del problema, che sta nel comprendere che non c’è proprio nessun problema, e basta. Dopo tanto Passato ecco allora il volto di Aaron, un ragazzo di oggi, il presente della nostra società, che di fronte all’espressione di pietà della madre si ribella e chiede non indulgenza ma rispetto. Non resta che andare avanti, lottare e attendere, sperando di non far brutta figura di fronte agli studenti in gita di domani.

Da PointBlank

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