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Le Weekend – Roger Michell (2013)

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A volte vista da fuori la vita appare davvero semplice, quasi monotona: molta gente si innamora, si sposa, fa figli, e se è fortunata invecchia insieme, volendosi ancora bene o sopportandosi a stento. A volte però non ci si sopporta fin dall’inizio, o forse ci si ama proprio per questo, come Nick e Meg, coppia di sessantenni che, si intuisce fin dalle prime battute, hanno già affrontato nel corso del loro lungo sodalizio matrimoniale un grosso cumulo di crisi, litigi epocali, rancori, frecciatine, il tutto somatizzato come un normalissimo modus vivendi del loro rapporto. Arrivati a Parigi, nel tentativo di riaccendere la fiamma e rivivere le emozioni della loro luna di miele, i due scoprono che il romantico albergo di decenni prima è diventato un buco spoglio; lei non riesce ad accettare le timide avances sessuali del marito, lui vorrebbe spendere poco per potersi permettersi di rifare il bagno di casa ed è geloso della moglie distante. L’ottimista proposito di ritrovarsi rischia di trasformarsi in una nuova lunga trafila di battibecchi, interrotti dall’incontro con un vecchio amico di Nick che li inviterà una sera nella propria casa, con nuova moglie bella, giovane e incinta all’appello e sullo sfondo una cerchia di intellettuali borghesi, ex dissidenti politici ora benestanti, a far da coro.

Un amore diverso, un sentimento che si nutre in pari misura dello scontro come della complicità, è alla base del bel film di Roger Michell, coadiuvato dalla sensibilità come sceneggiatore di Hanif Kureishi perfettamente supportata da un cast che sa rendere le sfumature chiaroscurali di personaggi malamente invecchiati nei propri corpi e nelle proprie contraddizioni. Della lunga vita che Nick e Meg hanno vissuto insieme non sappiamo quasi nulla, ma intuiamo dal loro conoscersi così bene, dall’irritazione per i mille piccoli difetti diventati così familiari – e forse per questo, ancora più snervanti – che ormai si sono così compenetrati a vicenda da non poter più vivere separati. Davanti a questo i problemi sessuali, le gelosie, le divergenze sono solo elementi secondari che forse incidono sulla qualità di ogni singolo giorno condiviso, ma nulla tolgono alla consapevolezza complessiva di ciò che l’uno rappresenta per l’altro. Un dato di fatto che certo, fa un poco rabbia quando si pensa al sogno giovanile di un amore perfetto senza incomprensioni, quasi la vita ci avesse derubato di un ideale: a quanto pare a volte vivere insieme non è questa perfetta assonanza di respiri che raccontavano le fiabe e i film di una volta, quanto invece, anno dopo anno, il continuare a volersi malgrado il mondo e noi stessi che cambiamo. C’è chi direbbe che ci si aspettava di meglio; e c’è chi, più realisticamente, converrebbe che non si può chiedere molto di più alla natura umana.

Un secondo ritorno al passato sta in quel soffermarsi sulla propria gioventù ribelle e indomita e vedere cosa ne è stato in termini di ideali e atmosfere. Questo si concretizza sia nel sottile sarcasmo delle sequenze dedicate alla borghesia intellettuale francese, che dalla piazza si è spostata nelle eleganti case a mangiare buon cibo e rimembrare i vecchi tempi rivoluzionari, sia nelle citazioni alla Nouvelle Vague e al primo cinema di Godard, quel mondo di fanciulli snelli che fuggivano ansanti per musei e strade, e ballavano da soli o in compagnia senza darsi cura di chi li guardasse. A quanto pare i ragazzi di allora sono invecchiati parecchio, molti in questo momento sono comodamente sepolti in poltrona con un calice di vino in mano; ma per fortuna qualcuno di loro sa ancora correre benissimo.

Da PointBlank

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Nan Goldin – Scopophilia

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Scopofilia significa in greco piacere del guardare: traslato in campo psichiatrico, il termine ha assunto i tratti di una perversione sessuale che lega il godimento esclusivamente all’atto visivo (spesso di nascosto dall’oggetto osservato) ma nella sua accezione originaria conserva il senso alla base della produzione e consumo di immagini, effigi, e in senso generale, cose su cui posare gli occhi. L’immagine non è mai passiva, si risveglia sotto le pupille altrui e tramite queste provoca reazioni sensoriali dal piacere al dolore, benché in una percezione più ampia, qualsiasi tipo di figura che soddisfi l’esigenza primaria di guardare il mondo e conoscerlo, dalla più bella alla più cruenta, appaga inconsciamente la mente, che incapace di concepire il vuoto, ha bisogno di essere continuamente riempita, arrivando perfino, in presenza di spazi monocolori, a inventarsi qualcosa da guardare.

Chiamare allora un progetto fotografico Scopophilia sottolinea allora l’intento di riflettere su come, prima di ogni costruzione razionale, la ricerca del godimento sia sempre stata alla base delle arti visive. Nella sede romana della Gagosian Gallery è ora in mostra fino al 24 Maggio l’omonima rappresentazione di Nan Goldin, in forma di ritratti, collage e uno slideshow elaborati a partire da alcune spedizioni private da parte della fotografa americana presso il Louvre di Parigi dopo l’ora di chiusura, dove, in un’inedita atmosfera solitaria, ha potuto scegliere e fotografare le opere che più la attraevano. Dunque non una proposizione accademica da catalogo, ma uno sguardo personale tramite il quale sono state ritagliate le diverse inquadrature di parti di dipinti e sculture.

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 Questa selezione è stata in un secondo tempo accostata a una raccolta di immagini provenienti da vecchi progetti di Goldin, diversi per tema e tempo, alla ricerca di una nuova corrispondenza. In cinematografia questo procedimento è noto sotto il nome di effetto Kuleshov, un espediente del montaggio che spiega come ogni inquadratura cambi di senso in relazione all’inquadratura cui è rapportata: l’immagine di un uomo seguita da quella di un piatto di minestra genera l’idea di appetito, mentre se è accompagnata dall’immagine di una giovane donna distesa suggerisce un desiderio erotico e così via. Ciò ridiscute il reale senso di assoluto che si crede presente nelle immagini, le quali invece risultano profondamente sensibili a tutto ciò che le accompagna, siano didascalie, altre immagini o le proiezioni mentali di chi guarda.

Nan Goldin estrapola dal contesto originario le proprie fotografie assegnando loro la nuova funzione di rappresentare il sensuale insito nel corpo umano frequentemente innalzato a ideale divino nell’arte del passato, e colto invece nella sua ordinarietà nei reportage dell’artista americana: col risultato paradossale di esaltare, in questa corrispondenza, la matrice carnale – e pertanto reale, quotidiana, concreta – presente in opere ora considerate rappresentazioni trascendentali dell’umano, recuperando invece dalle fotografie una consapevolezza quasi commossa di un sapore sacro nascosto nei gesti e nei volti di persone comuni. Il sentimento perfetto descritto da Amore e Psiche di Canova viene destituito da un’inquadratura erotica presa dalla parte posteriore della statua, sottolineando il corpo statuario di Eros e la sua desiderabilità; poco distante, i protagonisti di First Love (2001) si baciano, si cercano, fanno l’amore con un trasporto che eleva le loro figure a simboli del sovrannaturale.

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Tra eterno e effimero, consueto ed eccezionale, è elemento centrale in Scopophilia quel fattore che aumenta il già basilare piacere dello sguardo, ossia la contemplazione del corpo umano, diviso in parti, angolature, azioni; godimento tratto dal riunire nel solo senso visivo gli atti del tatto e del gusto in una sorta di un sublimato amplesso oculare con l’immagine. Nan Goldin lascia palesare un dato quasi banale nella sua ovvietà: il corpo è fatto per essere guardato, e lo sguardo è fatto soprattutto per posarsi sulla pelle e la carne del mondo, perché di essa siamo fatti e di essa ci nutriamo. La sua fotografia svela allora una storia dell’arte che è anche storia della ricerca del corpo come qualcosa da venerare, spiegare, trattenere, gustare, un’esperienza inevitabilmente sensuale nell’etimo originario di “propria della percezione”, il che spiega l’ironica definizione da parte dell’artista del Louvre come un posto “molto sexy”.

Poiché l’esperienza è filtrata dai sensi innervati nel corpo, e i sensi definiscono la realtà, non può anzi esistere un’arte e uno sguardo che non siano carnali, e perciò essi stessi sensuali, il che prescinde dal lato erotico per rivolgersi all’intera gamma di impressioni esperibili dall’essere umano. Ogni organismo comprende il mondo attraverso se stesso: e ogni immagine artistica, catturata con l’occhio, la mano o il mirino, nasce da un corpo.

Da DoppioZero

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bozzadariscrivereconpazienzaquieta

Gli altri a volte sono solo una scusa per esaltare noi stessi. Marionette, involucri vuoti e nomi scritti a penna.

Lei per esempio,voleva mangiare ed essere mangiata. Allora si innamorava e poi ne moriva, così di colpo. Una volta sembrava anzi interstardita o arresa a  morire con più energia del solito. (…) Per salvarla  i suoi genitori tentarono dichiarazioni d’amore  e lunghe chiacchierate a srotolare la tradizione di famiglia, coi volti ora seri ora malinconici di nonni e parenti mai conosciuti a testimoniare, con la loro vita vissuta, l’immensità dell’esistenza e delle sue possibilità. Cos’era il dolore di un amor perduto a confronto?

….

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30/06/08

(stanca)
le stanze della memoria hanno pareti mobili,
che si spostano ad ogni istante
lasciando le linee fragili di ciò che é già andato
cosìcché ogni visitatore possa avere la sensazione,
pur rimanendo immobile,
di star percorrendo un lungo corridoio;
si bussa a un stanza che già si é spostata oltre,
come un gioco di cubi
per smarrirsi in alloggi nuovi o dimenticati
a ritroso nel pensiero. dagli interstizi delle mattonelle arrivano voce confuse,
i riflessi dalle finestre contengono volti che svaniscono come impronte sul vetro
singhiozza il tetto,
si ricostruiscono case andate a pezzi .

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22/06/09

e alla fine, non ci sarà che la mia pelle.

Poiché ogni persona è divisa, nessuna comunicazione è reale. Nessun amore è reale, anche se su questo ci tornerò alla fine. Nessuna conoscenza è reale. Nessuno sa davvero niente dell’altro.
Io sono il metro di questa affermazione. Ho amato. Ho parlato. Ho dato in doni parti estese del mio corpo, lembi di pelle che potessero crescere sui corpi altrui. Ma non ho mai lasciato che nessuno sapesse fino in fondo chi ero. Non era cattiveria, indifferenza ,riservatezza, solo pensavo non si potesse. Penso ancora non si possa: Continua a leggere

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08/05/07 A O. che senza saperlo iniziò l’abitudine degli abbracci

All’inizio Orlando era un ragazzo di 17 anni con una grossa massa di riccioli castani e camicie a scacchi dentro calzoni grigi. Io avevo 15 anni, i capelli legati stretti sulla nuca come un ritratto anonimo, gli occhiali come carcere dello sguardo e un’ombra più appariscente della mia stessa carne. Un giorno all’autogestione in una stanzetta cullando con gli occhi da lontano il mio amore segreto, maglioni sgualciti e lana a brandelli, me lo ritrovai accanto a rollarsi una canna, un viso strano e buffo o era solo l’espressione, che misurava lo spazio consapevole con un gran sorriso, mentre fumava seduto su un banco. Era secco Orlando, veniva da O. e ogni mattina si faceva le sue mezz’ore sui Cotral per arrivare a scuola, e non passò molto tempo che fuggendo dalla classe ad ogni ora con una scusa a farmi un giro non mi ci scontrassi attaccando bottone. Continua a leggere

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Sara – Antonello Venditti

Si era in terza media, verso la primavera, e non ero proprio sempre sola. Avevo un paio di amici, o almeno persone con cui scambiare qualche discorso e risata, tra cui il mio grande amore delle medie. Che cotta da ragazzina, del tutto platonica: semplicemente lo vedevo e mi si stringeva lo stomaco per quanto mi sembrava, più che banalmente bello, meraviglioso. Sentimento che mi tenevo dentro, sentimento senza speranza fiorito su un’amicizia che continuava a fare da scusa per continuare a vederlo, anche fuori scuola. E un giorno eravamo a casa di una nostra amica, e lui e un suo amico misero su questa canzone. Continua a leggere

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