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Courtney Love, Riot Grrrl e altre amiche della mia adolescenza

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Sono stata un maschiaccio per tutta l’adolescenza. Ci terrei a precisare che con maschiaccio non intendo una casuale preferenza verso abiti e modi mascolini, quanto una chiara scelta a livello sociale. Non volevo essere una donna; avrei preferito essere un ragazzo. Perché? Semplice: i maschi avevano più possibilità di scelta, più potere e ultimo ma non meno importante, si divertivano di più.

La storia la fanno i vincitori e in epoca pre-Internet i canali di informazione erano ben pochi rispetto a quelli cui siamo abituati oggi e così, malgrado una casa piena di libri di Oriana Fallaci, a 12 anni costruii un’immagine ideale di me stessa declinata al maschile. L’ambiente scolastico in cui vivevo – l’unica società in cui allora mi muovevo – mi suggeriva che essere femmina significava potersi esprimere solo nel piano di una particolare avvenenza fisica sul cui altare bisognava sacrificare appetito, soldi e spontaneità. D’altra parte quante volte ho letto negli occhi degli uomini che mi dicevano “la vera donna porta i tacchi” il messaggio “la femminilità significa stare sulle punte, non correre ed avere costantemente paura di cadere”? Per non parlare del fatto che il dogma della bellezza non era accompagnato da un’adeguata informazione sui ruoli sessuali, per cui si era corpi allo sbando, ostaggi del pensiero comune. Continua a leggere

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Il Caso Kerenes – Calin Netzer (2013)

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Uno dei maggiori luoghi comuni sul cinema è che nei film non esistano tempi morti. Nel caso fosse una verità accertata non si saprebbe cosa fare della parte di noia presente in tante opere cinematografiche, noia intesa come eterna aspettativa di una non ben definita azione che entri in scena movimentando le acque. Non che lo spettatore medio crucciato in poltrona debba vedere le proprie ragioni confutate da una completa assoluzione delle parti più difficili di un racconto, ma ciò non sottintende che abbiano origini casuale. Certamente talvolta non c’è altro che il nulla nel tentativo di riempire le fondamenta di un’idea già scarsa di suo; ma se invece vi si scorge del significato, non si può buttare tutto alle ortiche per colpa di una ricezione frustrata.

Se, per esempio, si volesse scavare nella quotidianità dell’essere umano fino a portarne alla luce tutti i più controversi aspetti, un primo risultato possibile sarebbe la nausea di rivedere in terza persona quella stessa personalità quotidianità che fa dire di tanto in tanto,“mi piace andare al cinema per evadere”. Allora un film come Il Caso Kerenes sarebbe giustamente intollerabile: lento, privo non solo di quell’estetica visiva che fa godere della capacità percettiva in sé ma di un approccio narrativo che faccia immaginare il regista intento a tagliare e scegliere quali parti della trama far combaciare.
Ovviamente credere che la realtà basti da sola a farsi racconto coerente è un’illusione, come era illusione mirata per i film del manifesto Dogma, di cui ci è rimasto un ancor vitale e odiatissimo Lars Von Trier, o compiendo salti nel tempo, per il Neorealismo. Dietro c’è sempre, più invisibile ma sempre presente all’appello, una mano tesa a estrapolare dal furioso evolversi delle cose solo quelle realmente necessarie. Se nei film d’azione le parti strappate al reale sono quelle più dinamiche, nell’opera di Calin Peter Netzer sono le più meschine, pigre e indolenti. Ci sono la noia, l’orrore della piccola quotidianità vissuta dall’individuo in modo sonnambulo, salvo farsi insopportabile quando diviene oggetto esterno da guardare con occhi da spettatore e non più da protagonista; una quotidianità perfino imbarazzante allorché il regista si sofferma su mille minuscoli particolari, come lo squillare di un telefonino che interrompe ripetutamente una conversazione, o il meccanico spalmarsi su viso e mani già avvizzite un’inutile crema idratante. Ancora, non bisogna credere che ci si trovi di fronte a una sezione del mondo tagliata e riproposta netta sul grande schermo come un qualsiasi copia incolla da una parte, perché allora il regista si scopre baro e al posto di un racconto fragile nel suo consumarsi nel tempo, in questa classe borghese romena protagonista del film che balla e sorride e urla alle feste esattamente come ci si aspetterebbe da lei, si introduce di soppiatto il racconto epico. Era tutta una scusa per riportare ancora una volta in scena una tragedia vecchia di millenni, e noi ci siamo cascati un’altra volta. Continua a leggere

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For the Year of the Insane – Anne Sexton

A prayer

O Mary, fragile mother,
hear me, hear me now
although I do not know your words.
The black rosary with its silver Christ
lies unblessed in my hand
for I am the unbeliever.
Each bead is round and hard between my fingers,
a small black angel.
O Mary, permit me this grace,
this crossing over,
although I am ugly,
submerged in my own past
and my own madness.
Although there are chairs
I lie on the floor.
Only my hands are alive,
touching beads.
Word for word, I stumble.
A beginner, I feel your mouth touch mine. Continua a leggere

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