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La Scelta di Barbara – Christian Petzold (2012)

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Tutto è relativo. Nei primi anni Novanta un film come La scelta di Barbara, Orso d’Argento al Festival di Berlino 2012, sarebbe stato una rivelazione per il coraggio e l’onestà autocritica che avrebbero riaperto il ricordo ancora recente delle due Germanie divise. Un caso non dissimile da quello realmente accaduto per Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck, a cui il film di Christian Petzold è stato non a caso paragonato.

Ma nel 2013 La scelta di Barbara altro non è che un racconto didattico, stilisticamente impeccabile nonché prevedibile, che soddisfa le aspettative dello spettatore lasciandolo però del tutto freddo: un problema prodotto sia dalla costruzione narrativa del film che dal sedimentarsi dell’immaginarsi collettivo. Infatti, di fronte al tempo che passa, il cinema storico deve affrontare la sfida della graduale banalizzazione a opera della memoria degli eventi passati. Ciò che prima era il nostro presente, o passato prossimo, muta con gli anni nella trasmissione del racconto epico di ciò che fu; ma l’epica per sua natura deve sempre tendere a semplificare la realtà. Allora ci sono i buoni, gli eroi, e i cattivi da sconfiggere per conquistare la libertà, e La scelta di Barbara non è da meno nel narrare non i fatti storici quanto l’impressione che hanno lasciato nel ricordo: non può mancare perciò una protagonista stoica, leale e altruista, alle prese con l’indifferenza schiacciante di una dittatura impersonata da agenti, poliziotti e cittadini spietati, quasi monolitici nella loro apparenza.  Continua a leggere

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Appunti su Argo e la bellezza dell’America “malgrado tutto”

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Argo è l’ennesima testimonianza, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, di come il genere patriottico americano cinematografico si sia da anni ribaltato a favore di una indispensabile autocratica, pena la credibilità della pellicola. Basti pensare ad altri film simili e recenti, da Django a Zero Dark Thirty: raccontare l’America oggi significa raccontarne in primis gli errori.

I rifugiati che Ben Affleck deve salvare in Iran sono infatti ridotti in tale situazione a causa della rabbia di un popolo provato da una dittatura sanguinaria, quella di Reza Pahlavi, insediatosi grazie al governo americano, cui hanno risposto con una controdittatura non meno feroce. (E viene molto da pensare, visto che Italia ultimamente la Rivoluzione viene invocata, con la rabbia di chi non ce la fa più, da più e più parti ).
Allora la narrazione si trasforma nella storia di ciò che malgrado pesantissime contraddizioni, c’è ancora di giusto nella cultura americana, ; ma se questo sia il preludio a una vera riflessione, ancora immatura, o piuttosto a una mera giustificazione, non è ancora chiarissimo da quel che si vede al cinema. Sempre meglio di John Wayne, questo è certo.

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