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Empatie Cinematografiche n. F

Immagine 

Lo sguardo della necessità di Emilia (Laura Betti) mentre,

piangendo per la bellezza e il desiderio, guarda da lontano L’Ospite

[Da Teorema (1968) di Pier Paolo Pasolini]

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Bill Brandt e Francesca Woodman: differenze e ritorni

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Un modo di guardare, due fotografie leggermente diverse: si veda un’immagine dal primo libro di Bill Brandt (1904-1983) Perspective of Nudes (1961) e una della serie On Being an Angel (1977) di Francesca Woodman (1958-1981). Foto in interno, un bianco e nero esasperato, profondità di campo accentuata – un primo piano e uno sfondo – macchina orientata diagonalmente rispetto alla stanza in modo da contenere nel mirino l’angolo in cui le pareti si incontrano. In mezzo, quasi vent’anni di differenza, contesti storico-geografici completamente distanti, età e sesso opposti. Per non lavorare esclusivamente su delle coincidenze, si provi ad analizzare ancora una location esterna, come i nudi in spiaggia di Brandt (1979) e i primi nudi all’aperto di Woodman (1976): corpi non adagiati, stesi, quanto immersi e fusi nell’ambiente.

Il gioco delle differenze biografiche e delle somiglianze artistiche potrebbe continuare ben oltre: quasi pleonastico indulgere dunque sulle storie dei due artisti, uno con una carriera fotografica di quasi mezzo secolo e l’altra con appena meno di dieci anni intercorsi dal suo primo scatto in età preadolescente alla sua repentina scomparsa appena ventenne. Dal punto di vista bibliografico, Bill Brandt è quasi assente in Italia rispetto a Woodman, ma, da qualche mese, è arrivato nelle librerie italiane Brandt Nudes (Thames & Hudson Londra 2012), un volume che raccoglie i due libri fotografici pubblicati dall’artista in vita, il sopracitato Perspective of Nudes e Bill Brandt: Nudes 1945-1980 (1980). Provando a superare lo scoglio spazio-temporale rivolgendosi esclusivamente alle immagini, dalla coppia Brandt/Woodman emerge una contiguità visiva che delinea uno sguardo ben preciso con cui la fotografia sembra dover istintivamente esprimersi e ri-esprimersi, anche a distanza di anni, come un problema algebrico ripetutamente affrontato da più generazioni di matematici, come scoprire la forma attraverso la deformazione: entrambi i fotografi possiedono il senso della concretezza della materia nello spazio, una concretezza talvolta talmente esasperata da trasformarsi in evento astratto. Ed ecco allora che si ripete il gioco creativo della fotografia, delle sue immense possibilità formali, oggetti e corpi demistificati fino a perdere la comprensione di ciò che appare nell’immagine; ed ecco la medesima, reiterata esperienza di una continua perdita di nomi e di definizioni da parte di ciò che sta nella fotografia e non più nella realtà. Continua a leggere

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Bloc Notes 5.2

Poi
all’improvviso muoversi è diventata una danza

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Empatie cinematografiche

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Le lacrime di Eva Mendes nella scena degli scatti fotografici in
The Place Behind The Pines (Come un Tuono)

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Anna Karenina – Joe Wright (2012)

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Anna Karenina è un film di un’esuberanza teatrale quasi schiacciante. Non che il gusto della pura rappresentazione non contraddistingua già Joe Wright che qui, con Keira Knightley oramai  sua attrice feticcio, ritorna a un classico letterario. Laddove era la vivace e sobria Inghilterra di Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen qui protagonista è il dramma di Tolstoj, racconto del cupo abisso di una donna attraente e ammirata mutatasi in paria sociale nel momento in cui osa affermare i sentimenti oltre le convenzioni. Wright rinnova il suo interesse per la psicologia femminile che fa delle donne le uniche protagoniste dei suoi lavori, ma mettendo qui  al primo posto l’estetica degli eventi, più che il suo racconto.

Non scene, ma quadri in movimento; non narrazione ma gusto della rappresentazione. La natura teatrale si rivela apertamente nella presenza di fondali e quinte, né i personaggi sono avulsi dal ruolo di semplice comparse sulla scena. Di volta in volta danzanti o immobili, manichini di una lanterna magica.

Ma godere dell’allestimento, delle coreografie e delle scenografie non basta a fare di Anna Karenina un film godibile quanto anche ingombrante nel suo voler essere più guardato, che compreso, riducendo una tragedia umana a un puro esercizio visivo di stile fine a se stesso.

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22/06/09

e alla fine, non ci sarà che la mia pelle.

Poiché ogni persona è divisa, nessuna comunicazione è reale. Nessun amore è reale, anche se su questo ci tornerò alla fine. Nessuna conoscenza è reale. Nessuno sa davvero niente dell’altro.
Io sono il metro di questa affermazione. Ho amato. Ho parlato. Ho dato in doni parti estese del mio corpo, lembi di pelle che potessero crescere sui corpi altrui. Ma non ho mai lasciato che nessuno sapesse fino in fondo chi ero. Non era cattiveria, indifferenza ,riservatezza, solo pensavo non si potesse. Penso ancora non si possa: Continua a leggere

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13/01/07

L’infanzia non ha numeri. È, nel ricordo, un tutt’uno di date, il tempo non è lineare, non esistono i singoli anni. Non mi ricordo cosa ho fatto a 7, 8 anni, rispetto ai 9, non so associare i fatti a un momento specifico, è come se tutto fosse accaduto ininterrottamente. So solo che ero bambina, ma non so quando.
C’è sempre stata la notte, anche nella mia infanzia: Continua a leggere

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