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10/10/13 parte seconda – in rapida discesa verso l’incomprensibile, e chi ci capisce è bravo

Poiché la parola non basta va continuamente ridefinita, come nel confronto della mente con l’aporia: il cervello in caduta libera cerca di aggrapparsi a sillogismi, ragionamenti, qualsiasi novità del pensiero che riveli nuove immagini salvifiche, che ridiscutono l’evidenza cambiandola di segno.

La disperazione della lingua da cui si distaccano le parole come una frana dalla montagna, proprio nel momento in cui servivano cadono a terra lontano. Perché allora solo la vita è accesso alla poesia e l’arte, solo l’emozione contenuta nell’espressione, nel segno, che tornano contenitori come spugne vuote senza ciò di cui si devono impregnare, solo l’emozione qui costretta che però rimbalza nel cuore di chi può dire fra sé e sé Io so cosa vuol dire, e non per la parola, ma per il sentimento che essa malamente trasporta per poi tornare cosa inutile, e che raggiunge chi ha vissuto e dunque riconosce, richiama alla memoria la stessa esperienza. Che cosa immensa i versi e i i racconti che acquistano senso dopo decenni dal primo contatto, e nulla nelle parole è variato, solo colui che legge scolpito dal tempo.

E in questo affannarsi fra le macerie in costante caduta c’è un po’ di vergogna del fallimento quasi totale in forza di pochi miracoli riusciti, quelle poche parole che unite insieme hanno saputo resistere all’onda del consumo che sgualcisce e lacera il tessuto del discorso.

Fatele risuonare le parole per risvegliare quella sensazione senza cui sono spoglie morte, battete la lingua contro il palato e richiamate dentro di voi l’emozione che vi rimandano come in una qualsiasi seduta psicanalitica. Ricordatevi quando possono fare male se colme dell’aria che inspirate nei polmoni, proprio la stessa aria che mette in circolo nel sangue l’ossigeno di cui si nutrono le vostre cellule.

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con questi occhi guardava

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%* + °*°*°*°*

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Bloc Notes 6.3

Una volta avevo paura degli scheletri, ma da poco ho scoperto che sono ottimi compagni di ballo.

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Cose in cui ho smesso di credere

Quando ero più ragazzina, pensavo di essere pazza. E lo dicevo, tra lo scherzoso e il serio, a me stessa e agli altri. Ero solo stupida però.
L’unica giustificazione che posso portare è che sono vissuta in un contesto dove il concetto di pazzia veniva facilmente messo in ballo, e a furia di sentirmi dire che ero strana ci ho creduto. Allora davo agli altri la possibilità di possedere la verità; adesso, timidamente, oso dire che malgrado abbia cercato strenuamente di vedere le cose dal loro punto di vista, forse erano solo opinioni di persone superficiali. O che non avevano ancora vissuto abbastanza.
L’etichetta di pazza, strana fa emergere  anche alibi di rinuncia, come a dire, oh beh, sono fatta così, non posso cambiare, non ci posso fare niente. Ma anche senso di liberazione.

“Entrare nel manicomio secondo me,
è come entrare nel regno di una felicità
che nessuno comprende,
perchè si rimane finalmente soli davanti alla nostra identità
che tutti avevano cercato di deformare”
(Alda Merini)

Il senso di inferiorità fa talmente coincidere la propria identità con i soli propri difetti che si finisce per pensare che siano l’unica cosa autentica che si ha. Quasi ci si sente sinceri, liberi, anche perché molti difetti sono soltanto caratteristiche innocue. Per me però, si finisce per fraintendersi esattamente come hanno fatto gli altri. La sfida, estenuante, diventa quella di trovare qualcuno che accetti soprattutto i difetti, ma che abbia un senso o no, lascia da parte anche tutte quelle cose belle per cui forse ci meritiamo anche un po’ di accettazione.
Ho scritto poesiole dolci e stupide, quando ero più giovane.

(per chiunque)
se mi sceglierai
sceglimi per le mie imperfezioni
per il modo in cui solo io saprò ferirti
per quella rabbia che t’ispirerò

per gli angoli storti del mio corpo e le manie della mia mente
per gli sbagli solo miei di cui vorrai essere il testimone

cosi anche se te ne andrai ricorderò la tua scelta
per la mia persona traballante su cui ti appoggiavi
donando ad entrambi un incredulo equilibrio.

Mi sbagliavo. Non conoscevo ancora bene il dolore, Quello mio e quello degli altri. E chi diavolo ci vuole avere a che fare? La verità è che quando sei pazzo non soffri. Hai mollato. Ma la sofferenza può avvicinare parecchio alla follia, proprio perché ci si vuole solo arrendere. Perdere il contatto, la consapevolezza, vagare tra le contraddizioni senza notarle, notificarle.
L’unica cosa decente del dolore, l’unico straccio di senso che ci galleggia dentro, è che rende tutti uguali. Altro che diversi, o strani, o pazzi. Tutt’altro: la follia è una liberazione che costa troppo.

Adesso che so di essere banale, normalissima, ho smesso di deformare io per prima la mia identità presentandomi al mondo nel prisma equivoco dello sbaglio, dell’eterna imperfezione e incomprensione. Accettando la fatica di essere una persona che cerca di tirare avanti come tutti, e cerca di essere anche decente senza farsi fregare dall’idea di sempiterno errore come connaturazione biologica scritta nelle stelle.

Tu quanto vuoi indulgere ai tuoi difetti? Quali sono i tuoi difetti? E sono difetti?
(Ragazze Interrotte)

Ero piccola, ed erano tutte cazzate. Sono solo uguale a tutti voi da cui per anni mi sono convinta di essere diversa; almeno nella partenza. Poi si decide passo per passo. Riuscire a convivere con il mondo, almeno, è diventato più comprensibile ora che non mi sento più tanto strana; e da quando  ho percepito veramente, più che capito, quanto dolore possono provare gli altri.

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Bloc Notes 5.2

Poi
all’improvviso muoversi è diventata una danza

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17/05/05 . Ieri

come un riposo lungamente atteso.
come se lei fosse il suo riposo.

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