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St@lker – Luca Tornatore (2014)

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Alan e Ines sono adulti, con un curriculum da professionisti seri e preparati nel proprio lavoro, ma quando si siedono davanti al computer per chattare usano un linguaggio adolescenziale, tronco, che dell’italiano ha solo una vaga forma. Esternamente aderenti al contesto sociale dove operano, sono privi in realtà della capacità di trovare parole adeguate per raccontarsi agli altri, sostituendole con mielose frasi fatte o di circostanza, buone solo per far colpo su altre persone altrettanto incapaci di saper spiegare cosa le consuma in segreto. Alan vive in un magazzino da quando la moglie, stanca di fare da parafulmine ai suoi malumori lavorativi, l’ha lasciato. Incapace di comprendere il suo disagio, l’uomo la perseguita senza voler accettare le sue spiegazioni, e nel tempo rimanente ritrae su carta figure angosciose e contatta con approcci banali in serie chiunque trovi sui social network, del tutto disinteressato a chi si nasconda dietro l’avatar. Ines abita in una casa linda e curata dove ogni cosa è al suo posto, ma è del tutto incapace di farsi spazio nel mondo, malgrado i discorsi motivazionali che il coach della sua azienda, un delirante guru che incita alla dedizione stakanovista con balli e corse sui carboni ardenti, le urla dallo schermo del pc. Internet è allora il rifugio, il bozzolo dove poter conoscere qualcuno senza dover rivelare le proprie fragilità, un modo per filtrare la propria voce reale: quella violenta, spesso tradotta in urla di Alan, e quella fievole, quasi afasica della timida Ines.

A metà fra racconto sociale e storia personale, St@lker poggia le sue basi sulla sentita interpretazione dei suoi personaggi, che scontano però le conseguenze di una scrittura maldestra che non sa ben destreggiarsi fra gli eterogenei temi che si propone di trattare: il fenomeno del cyberstalking, la follia delle aziende che tentano di costruire dipendenti burattini pretendendo di fare del posto di lavoro un sostituto della famiglia, le contraddizioni della comunicazione virtuale divisa fra sincerità e menzogne estreme. Per accentuare l’atmosfera isterica del nostro presente il regista Luca Tornatore infila due figure onnipotenti che in modi diversi richiedono ai protagonisti l’assoluta obbedienza e abbandono della propria volontà, il coach che sprona Ines a una fiducia in se stessa finalizzata esclusivamente ad aumentare il numero di contratti che deve procacciare per lavoro, e una mistress sadomasochista senza volto che, frustino in mano, sevizia Alan per purificarlo, a suo dire, del libero arbitrio che gli arreca tanta angoscia. Una scelta narrativa, questa, che dovrebbe contagiare l’animo dello spettatore con la consapevolezza della rabbia impotente che molti oggi provano in un ambiente che costringe piuttosto che liberare l’individuo, ma che alla resa dei fatti rende il film solo esageratamente contorto al limite del ridicolo.

 Come se, passando dall’idea alla realizzazione, St@lker si fosse perso fra i mille rivoli offerti dal soggetto, il tentativo di rappresentare sullo schermo la malattia mentale della società contemporanea – come Ines è troppo spaventata dal mondo, Alan è troppo arrabbiato con esso – si concretizza in un nulla di fatto caotico e frammentario che non attende ai propositi iniziali. Niente da eccepire sulla buona volontà di regista, attori, e in generale sul lavoro sull’interpretazione e sulla creazione di interni che echeggino delle personalità dei personaggi che li abitano, ma il risultato finale non solo non convince, ma lascia anche lievemente attoniti.

Da PointBlank

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Disconnect – Henry Alex Rubin (2012)

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Da sempre esiste la tendenza a considerare la comunicazione vis à vis come la forma espressiva più pura e autentica che esista fra gli esseri umani. Non stupisce dunque che la nascita di ogni tipo di contatto a distanza abbia portato con sé, assieme all’euforia del superamento dello spazio, il timore che potesse intaccare quella preziosa integrità insita nel parlarsi dal vivo. Si ritrova periodicamente nei discorsi  la nostalgia per un ipotetico quanto vago periodo d’oro arcadico in cui la gente si guardava dritta negli occhi e si diceva le cose in faccia; in questo caso il sottotitolo perfetto di Disconnect potrebbe essere “si stava meglio una volta”, o del come la tecnologia ci abbia reso più distanti e cattivi. Cyber-bullismo, truffe digitali, porno virtuale, il peggio del web è raccontato nel film di Henry Alex Rubin: due adolescenti si fingono su Facebook un’utente donna per spingere un compagno di scuola a mandare foto intime per poi perseguitarlo pubblicamente, una coppia in crisi scopre di essere stata derubata da un individuo che si è impossessato dei loro dati, una giornalista intervista un ragazzo che si guadagna da vivere spogliandosi davanti alla webcam. Tutti convinti di essere al sicuro perché nascosti dietro uno schermo, perderanno le loro basi di riferimento quando saranno costretti a tornare alla realtà.

Troppo facile però costruire una storia di plateale denuncia rifuggendo da analisi più complesse che potrebbero mostrare cose di noi poco gradevoli. Disconnect affronta la duplice reazione dell’essere umano al web prodotta dalla distanza fra gli interlocutori, espressa nella simultanea capacità di aprirsi su se stessi o mentire del tutto, spie forse del medesimo istinto nascosto dall’educazione a dare voce ai propri istinti più profondi, siano la cattiveria, la voglia di piacere o la disperazione. Il problema sta nell’impregnare di significato un mezzo che di per sé è in realtà vuoto, dandogli un potere che non lo rappresenta. Medium, quindi tramite degli esseri umani, e ambasciator non porta mai pena: ma per deviare lo sguardo degli spettatori da se stessi il film preferisce puntare il dito sulla tecnologia digitale che ci fa vivere in una paranoica quanto deviata connessione costante con il mondo, come se fosse stata lei a costringerci ad attaccarci ai nostri social network e ai nostri telefonini finendo per ignorare quello di cui sta parlando la persona che ci sta di fronte; una visione che non fa fare una bella figura al genere umano, dipinto come popolo che va difeso da se stesso con la censura e l’oscurantismo perché spinto dal progresso a dare, perlopiù, il peggio di sé.

L’obiettivo che Disconnect manca è invece proprio raffigurare l’infinita crudeltà umana, come il suo bisogno di amore e la sua nascosta paura di essere abbandonati, sentimenti e pensieri che esistono da sempre e che non è possibile considerare esacerbati dalle nuove tecnologie, ma al massimo più evidenti di come erano prima. Invece di usare allora i nuovi mezzi di comunicazione come opportunità per riflettere su aspetti dell’animo che forse non si erano ancora palesati così distintamente – ma perché, non lo sapevamo che l’uomo sa agire in modo aberrante quando pensa di  non essere visto? – il film sceglie una lettura più quieta secondo la quale una volta spento il pc tutti i nostri peccati verranno purificati. Nessuno mette in dubbio che esistano poche cose salvifiche come il contatto umano, ma andare a dormire dopo essersi cancellati da Facebook non cambierà di molto la natura dell’uomo. A chi lo crede, temiamo che il risveglio riserverà una triste sorpresa.

Da PointBlank

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