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Corpi – Malgorzata Szumowska (2015)

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“Olga è un’adolescente che si rifiuta di mangiare. Suo padre, Janusz, è un procuratore di polizia abituato a vedere cadaveri ogni giorno. La terapista di Olga, Anna, in privato presta conforto come medium degli spiriti dei morti. Non a caso dunque il nuovo film di Malgorzata Szumowska si chiama Corpi: gli oggetti carnali, come gli spiriti disincarnati, abbondano in quest’opera surreale e ironica che mischia fantasmi a fisici scheletrici. Il corpo, lungi dal essere qui facilmente definito come la pelle che ogni individuo indossa, si concretizza come un problema dell’essere nel mondo. Se un cadavere in un certo senso è ciò che rimane di qualcuno che se ne è andato via, l’anoressia estremizza invece il desiderio di sparire; la morte però non riesce sempre a costituire una definitiva assenza, poiché è questa mancanza stessa che assume il valore di oggetto del ricordo, imponendosi come presenza.” continua su Pb

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The German Doctor: Wakolda – Lucía Puenzo (2013)

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Il primo sguardo che l’uomo coi baffi lancia a Lilith, ragazzina di dodici anni, scorrendo gli occhi sul suo corpo minuto e troppo piccolo per la sua età, potrebbe far pensare a un’attrazione di tipo sessuale. Invece l’uomo è attratto dalla sua imperfezione fisica, così particolare e stranamente armoniosa, e come uno scultore immagina di poter allungare le mani su quel pezzo di marmo umano e scolpirlo eliminandone tutti i difetti. Questione di deformazione professionale, perché quel dottore educato e perbene è un nazista in fuga in America Latina, e peggio, uno dei protagonisti più deliranti, proprio quel dottor Mengele che, ossessionato dalla perfettibilità della razza umana, durante la Seconda Guerra Mondale condusse nei campi di concentramenti tedeschi i più atroci esperimenti sui prigionieri. Al fascino gentile del misterioso dottore soccombe la bambina e quasi tutta la sua famiglia, in procinto all’inizio degli anni Sessanta di ricominciare una nuova vita in Patagonia riaprendo il vecchio hotel dei genitori della madre. Nessuno di loro sa di star diventando, nella mente e nei taccuini dell’uomo, una nuova cavia per i suoi progetti scientifici.

Benché la Storia sia il filo conduttore in The German Doctor, mettendo al centro un personaggio storico ben noto per i suoi misfatti, Lucía Puenzo sembra preferire all’approfondimento storico il ritorno al tema della diversità fisica che le era già caro in XXY, dove un adolescente dalla sessualità non definita cercava di capire quale corpo e di conseguenza quale persona essere. Mengele è allora il simbolo di quell’ossessione per l’omologazione che fa vergognare delle proprie particolarità, una sensazione di esclusione che la piccola Lilith pur felice e spensierata nella sua figura troppo ristretta impara a conoscere attraverso le prese in giro dei compagni di scuola. Al punto da accettare, in un primo momento di nascosto dal padre, che preferisce costruire artigianalmente bambole tutte diverse – la Wakolda del titolo è la più strana di tutte – di fare da cavia per Mengele, imbottirsi di ormoni e riuscire a crescere qualche centimetro in più per essere come tutti gli altri. A lungo andare però il miraggio di un popolo fatto da persone tutte ugualmente atletiche, sane, nella norma nasconde un pericoloso appiattimento di quel contenuto eterogeneo dei caratteri umani il quale spesso invece, la scienza e la cultura insegnano, predispone all’esistenza di persone migliori. Il rapporto quasi amoroso che il dottore instaura con la bambina racconta una fascinazione morbosa verso quelle caratteristiche che l’uomo pretende di eliminare benché siano proprio le stranezze fisiche ad accendergli lo sguardo, e lui stesso sia in un prima momento costretto a riconoscere l’effettiva coerenza fra le parti insita nella ragazzina malgrado la sua difformità estetica. Ci si chiede anzi se a furia di circondarsi di corpi diversi non abbia iniziato ad affezionarcisi, a notare il loro diritto di esistenza nel panorama complesso della natura: la Storia, e la produzione di bambole in serie, di cui propone il finanziamento al padre di Lilith in cambio della sua complicità nell’esperimento sulla figlia, sembrano però dirci che più del buonsenso poté la follia.

Lucía Puenzo ricostruisce l’atmosfera connivente dell’America Latina verso i criminali nazisti – della quale neanche il nostro paese non può discolparsi, visto ad esempio la diffusa elargizione di falsi documenti a personalità come Eichmann e il sopra citato Mengele da parte di un comune del Trentino alla fine della guerra – come una continua festa nostalgica nascosta dietro i visi educati dei vicini, amici, insegnanti pronti solo all’occorrenza a colpire al buio chi tenta di svelare i loro segreti rimpianti di una gloria perduta. La regista argentina, che si trova nel suo habitat naturale quando si tratta di raccontare il mondo attraverso l’adolescenza, centra sul volto della giovane protagonista il lento svelamento dell’orrore dietro parole e volti gentili, in un paradiso terrestre di laghi, foreste e alberi rigogliosi dove le persone nascondono le proprie aspirazioni paranoiche. Il candore sconvolto di una bambina che si credeva al sicuro è doloroso e fa male, ma nasconde la futura consapevolezza della ricchezza insita nelle proprie differenze. Come l’antica omonima rifiutò di sottostare supinamente al volere di Adamo e fu per questo cacciata e trasformata in simbolo del male, così Lilith impara a dire no alla voce suadente di chi le chiede di abdicare alla propria nascente coscienza, apprendendo una lezione necessaria per muoversi nel mondo: anche se ne uscirà col cuore spezzato e l’innocenza distrutta.

Da PointBlank

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Empatie Cinematografiche – Tu mi uccidi, tu mi fai del bene (e come si fa poi?)

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Emmanuelle Riva stupita dalla meraviglia del contatto fisico col corpo del proprio amante in Hiroshima Mon Amour di Alan Resnais.

Io ti incontro e mi ricordo di te. Chi sei tu? Tu mi uccidi. Tu mi fai del bene. Come avrei potuto sapere che questa città era fatta per il mio amore? Come avrei potuto sapere che il tuo corpo si adatta al mio? Tu mi piaci, che avvenimento. Tu mi piaci. Che languore all’improvviso. Che dolcezza, tu non puoi sapere. Tu mi uccidi, tu mi fai del bene. Tu mi uccidi, tu mi fai del bene. Ho ancora tempo, te ne prego: divorami, deformami fino all’orrore. Perché non te? Perché non te in questa città e in questa notte tanto simile alle altre, al punto di rendersi irriconoscibile. Te ne prego.  È pazzesco che tu abbia una bella pelle. (Marguerite Duras)

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Tango Libre – Frederic Fonteyne (2012)

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(Edit: l’uscita del film è stata spostata al 13/02/14)

Alice entra nella vita di JC con un sorriso appena accennato e due gambe lunghe lunghe sotto una gonna sottile. Siamo a un corso di tango, e tocca proprio all’uomo aprire le danze con la nuova arrivata, i passi impacciati per l’emozione di due occhi che lo fissano ridendo. JC è una guardia carceraria, conduce una vita ritirata ma si concede una volta alla settimana di imparare a ballare provando poi fra sé e sé di fronte a un pranzo solitario le mosse appena apprese. Nel tango è l’uomo che guida la donna ma è JC che si fa rapire dal mistero di Alice, che non solo riappare in veste di visitatrice del carcere, ma conduce apertamente un doppio rapporto ambiguo e parallelo con il marito Fernand e l’amante Dominic: entrambi rinchiusi in prigione con lunghe pene da scontare, entrambi presi da lei e dal figlio quindicenne già in odore di ribellioni adolescenziali e risse coi coetanei. L’attrazione che JC prova nei confronti di Alice è frutto dei momenti in cui ballano insieme, lei persa nella danza, lui troppo attento alla tecnica e a non pestarle i piedi, ma quando Fernard decide di farsi insegnare il tango da un compagno di galera argentino (il vero ballerino Mariano Chico Frumboli) per poter una volta libero volteggiare con la moglie, un gran numero di detenuti nel carcere viene preso da una crescente ossessione ballerina:  uomini in coppia fra loro imparano le mosse basilari e le provano e riprovano insieme, cercando evasione ma anche un nuovo senso all’esistenza fra le sbarre.

Frederic Fonteyne è un regista profondamente affascinato dal modo in cui gli esseri umani si avvicinano fra loro tramite il contatto fisico, che sia durante una conversazione, un rapporto sessuale o un giro in pista. Tango Libre è un’ulteriore esempio di come la sua filmografia insegua e metta sotto analisi tutto ciò che nasce dai gesti del corpo più banali ma riconducibili a un modo di sorridere, guardare e non guardare o sussurrare all’orecchio. Dopo il notevole Una relazione privata, in cui due sconosciuti incontratisi per scopi puramente sessuali tramite annuncio iniziavano a conoscersi – pur senza fornire informazioni personali – nel corso dei loro appuntamenti, Fonteyne non poteva che approdare nella sua ricerca narrativa alla danza e a una delle sue incarnazioni più erotiche.

Tango come seduzione, battaglia, incontro-scontro che preclude ad una rottura dei confini entro i quali ogni individuo si nasconde, lotta da cui non può che derivare una rivelazione del proprio intimo sotto forma di un’occhiata più penetrante e di mani che indugiano a lungo esplorando l’altro, con la scusa che ballare impone di stringersi.Ma danzare non è solo desiderio ma anche espressione concisa di un raggio più ampio di emozioni; e forse questa è la vera chiave dell’onestà di Tango Libre che alla lunga ne determina il valore cinematografico, con i detenuti ballerini di Fonteyne che sono la parte più esplosiva e luminosa del film. Queste ombre scure in controluce, coppie inizialmente mal assortite, dopo la prima risata di scherno acquistano un’armonia di gesti che è rinnovata gioia di vivere, orgoglio di sé espresso nella conquista della perfetta padronanza del corpo che riprende ad obbedire al pensiero. Se la danza è una forma di scrittura personale, anche le vicende tragicomiche del quartetto Alice, JD, Dominic e Fernand finiscono per collocarsi in secondo piano, sagome che si agitano fra urla e risa per concludersi in una finale, collettiva riunione di figure che si tengono fra loro, piroettano e battono il tempo con mani e piedi unendo ritmi e respiri; perché a volte anche il cinema stesso è solo una scusa per ballare.

Da PointBlank

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Onde

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con questi occhi guardava

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B.B.

Come possono diventare belle le persone una volta conosciute, si disse: adesso a volte le sembrava di vedere un’altra persona, uno sguardo appartenente a qualcun’altro che lei aveva già visto, ma non ricordava dove.

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Bill Brandt e Francesca Woodman: differenze e ritorni

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Un modo di guardare, due fotografie leggermente diverse: si veda un’immagine dal primo libro di Bill Brandt (1904-1983) Perspective of Nudes (1961) e una della serie On Being an Angel (1977) di Francesca Woodman (1958-1981). Foto in interno, un bianco e nero esasperato, profondità di campo accentuata – un primo piano e uno sfondo – macchina orientata diagonalmente rispetto alla stanza in modo da contenere nel mirino l’angolo in cui le pareti si incontrano. In mezzo, quasi vent’anni di differenza, contesti storico-geografici completamente distanti, età e sesso opposti. Per non lavorare esclusivamente su delle coincidenze, si provi ad analizzare ancora una location esterna, come i nudi in spiaggia di Brandt (1979) e i primi nudi all’aperto di Woodman (1976): corpi non adagiati, stesi, quanto immersi e fusi nell’ambiente.

Il gioco delle differenze biografiche e delle somiglianze artistiche potrebbe continuare ben oltre: quasi pleonastico indulgere dunque sulle storie dei due artisti, uno con una carriera fotografica di quasi mezzo secolo e l’altra con appena meno di dieci anni intercorsi dal suo primo scatto in età preadolescente alla sua repentina scomparsa appena ventenne. Dal punto di vista bibliografico, Bill Brandt è quasi assente in Italia rispetto a Woodman, ma, da qualche mese, è arrivato nelle librerie italiane Brandt Nudes (Thames & Hudson Londra 2012), un volume che raccoglie i due libri fotografici pubblicati dall’artista in vita, il sopracitato Perspective of Nudes e Bill Brandt: Nudes 1945-1980 (1980). Provando a superare lo scoglio spazio-temporale rivolgendosi esclusivamente alle immagini, dalla coppia Brandt/Woodman emerge una contiguità visiva che delinea uno sguardo ben preciso con cui la fotografia sembra dover istintivamente esprimersi e ri-esprimersi, anche a distanza di anni, come un problema algebrico ripetutamente affrontato da più generazioni di matematici, come scoprire la forma attraverso la deformazione: entrambi i fotografi possiedono il senso della concretezza della materia nello spazio, una concretezza talvolta talmente esasperata da trasformarsi in evento astratto. Ed ecco allora che si ripete il gioco creativo della fotografia, delle sue immense possibilità formali, oggetti e corpi demistificati fino a perdere la comprensione di ciò che appare nell’immagine; ed ecco la medesima, reiterata esperienza di una continua perdita di nomi e di definizioni da parte di ciò che sta nella fotografia e non più nella realtà. Continua a leggere

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Senza Titolo (quasi la bambola di Hans Bellmer)

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(photo by me)

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bozzadariscrivereconpazienzaquieta

Gli altri a volte sono solo una scusa per esaltare noi stessi. Marionette, involucri vuoti e nomi scritti a penna.

Lei per esempio,voleva mangiare ed essere mangiata. Allora si innamorava e poi ne moriva, così di colpo. Una volta sembrava anzi interstardita o arresa a  morire con più energia del solito. (…) Per salvarla  i suoi genitori tentarono dichiarazioni d’amore  e lunghe chiacchierate a srotolare la tradizione di famiglia, coi volti ora seri ora malinconici di nonni e parenti mai conosciuti a testimoniare, con la loro vita vissuta, l’immensità dell’esistenza e delle sue possibilità. Cos’era il dolore di un amor perduto a confronto?

….

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