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Presto Farà Giorno – Giuseppe Ferlito (2014)

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Provate a mischiare Tre Metri Sopra il CieloI ragazzi dello zoo di Berlino, droga, anoressia e ospedali psichiatrici più una massiccia dose di disagio giovanile e incomunicabilità transgenerazionale, che cosa pensate possa venirne fuori? Forse un capolavoro in mani esperte, ma pur con ottimismo, facendo un calcolo delle probabilità, la cosa è rara. L’alternativa è un grosso enorme pasticcio cinematografico, il sottotitolo mancato di Presto Farà Giorno, opera prima di Giuseppe Ferlito, che tenta di raccontare cento storie insieme non azzeccandone nemmeno una. In primis c’è una coppia di giovani innamorati, lei, Mary, in rotta con la madre manager in carriera, lui Loris, piccolo delinquente qualunque che l’aiuta a dimenticare gli scontri casalinghi con l’amore e la cocaina. Un tiro di troppo rischia però di mandare la ragazza all’altro mondo, costringendo la madre al severo provvedimento di un ricovero in clinica, mentre il fidanzato, che evidentemente non ha afferrato la lezione, si scervella con l’amico complice su come diventare spacciatore, fare i soldi veri e coronare il suo sogno d’amore.

Presto Farà Giorno insegue le emozioni della vita reale, o meglio le sue ombre platoniche, insistendo su un linguaggio da videoclip nella speranza che lo stile frenetico risvegli sensazioni che una costruzione appannata dei personaggi non è in grado di suscitare. Un tentativo mal riuscito innanzitutto a causa della mediocre recitazione monocorde dei principali interpreti, e in secondo luogo di una scrittura narrativa poco coinvolta che punta a un accumulo di temi senza realmente approfondirne neanche uno. Il paradosso che ne consegue è di assegnare la propria simpatia a chi contrasta i novelli Romeo e Giulietta, in particolare Chiara Caselli nel ruolo della madre di Mary, forse l’unico personaggio autentico di tutto il film, dilaniato dal proprio desiderio di crescere professionalmente – o ancora vogliamo descrivere le donne in carriera unicamente come fredde madri insensibili senza tempo per i propri figli? – e la preoccupazione per una figlia che si barrica dietro un risentito mutismo, sorda alle richieste di dialogo. La sua angoscia, la sua impotenza e i  suoi sensi di colpa sono le sole emozioni reali prodotte dalla pellicola, altrimenti limitata a un rilancio di scosse visive – incubi mentali dentro la clinica, la seduzione crescente dei guadagni facili nella droga – che nasconde nient’altro che un semplice bluff cinematografico.

Il merito maggiore dell’opera di Ferlito può essere definito il suo rivelarsi involontariamente un ottimo dizionario dei luoghi comuni del suo tempo: l’amore dei baci Perugina che si nutre solo di reiterate dichiarazioni d’amore in ogni luogo e contesto; i genitori che non sanno ascoltare e capire anche quando si tratta di figli che più di un orecchio partecipe, peraltro rifiutato, invitano a ben altra reazione; l’anoressia che può essere raccontata solo mostrando corpi scheletrici prossimi alla morte – e sull’iconicità del corpo anoressico e il suo facile consumo culturale ci sarebbe molto da dilungarsi; la clinica psichiatrica con i suoi casi da baraccone – perché il disagio mentale deve essere esternato sempre e solo in modi caotici e caricaturali; infine l’insopportabile medico barra amico con le sue perle di saggezza che fanno dubitare della sua effettiva capacità di curare i propri pazienti, soprattutto quando consiglia candidamente alla madre, tanto per migliorare la situazione, di non andare a trovare in ospedale la figlia per farle capire di essere oramai del tutto abbandonata a se stessa. Un gran guazzabuglio sconfortante che poco ha a che fare con il cinema o con la realtà; rimane solo il timore che qualche adolescente ignaro di entrambi i concetti possa innamorarsene.

Da PointBlank

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Effetti Collaterali – Steven Soderbergh (2013)

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Esiste l’anima, o siamo soltanto il prodotto di impulsi neuronali/elettrici? Si dice che il futuro della psicanalisi sia deposto nelle mani della neurologia: felicità a grandi dosi di serotonina e la modifica meccanica dello stato d’animo umano. Se scoprire la natura materiale, quasi tecnica delle emozioni costituisca oggi un trauma culturale ben peggiore di quello provocato dalla nascita della psicoanalisi non è ancora ben chiaro, ma il dilemma basta a far da canovaccio al nuovo film di Steven Soderbergh.

In Effetti Collaterali il controllo esterno dell’anima si oppone alla piena padronanza di sé. Emily (Rooney Mara), una moglie in crisi dopo il ritorno a casa dal carcere del marito (Channing Tatum) ipoteca la consapevolezza mentale in cambio di una serenità chimica prodotta artificialmente. La cura farmacologica prescritta dal dottor Banks (Jude Law) dopo il tentato suicidio della donna si basa sull’uso di un nuovo farmaco e sembra funzionare malgrado il disturbo secondario di frequenti episodi di sonnambulismo. Finché proprio in uno di questi episodi Emily, addormentata, uccide il marito. L’unica speranza per evitare il carcere è dimostrare la temporanea infermità mentale della donna, ma questo implicherebbe l’accusa verso colui che ha prescritto la terapia: tutto sta nel decidere quanto i farmaci possano modificare la coscienza dell’individuo e di conseguenza, il grado di responsabilità verso le proprie azioni.

In Effetti Collaterali Soderbergh gioca al rilancio, e di mano in mano costruisce un labirinto di possibilità. Nulla è come sembra e lo spettatore deve periodicamente aggiornare la propria idea sulla vicenda in un consistente numero di colpi di scena. Come tutti i bari però, il gioco di Soderbergh nasconde carte ben più insignificanti di quelle che lascia intendere. La provocazione iniziale del dilemma morale si consuma in una nube di fumo lasciando spazio al vero film, un thriller serrato basato su un castello di bugie da far a pezzi poco a poco. Come in molte pellicole del genere l’intrattenimento funziona come carburante a breve termine, catturando prepotentemente l’attenzione del pubblico nel presente della proiezione per poi consumarsi in un nulla di fatto. Se Soderbergh l’abbia immaginato così fin dal principio o abbia preferito in seguito abbandonare il tema più complesso della natura delle scelte umane  non è dato sapere, ma certa è la sensazione di un’occasione sprecata. Continua a leggere

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Cose in cui ho smesso di credere

Quando ero più ragazzina, pensavo di essere pazza. E lo dicevo, tra lo scherzoso e il serio, a me stessa e agli altri. Ero solo stupida però.
L’unica giustificazione che posso portare è che sono vissuta in un contesto dove il concetto di pazzia veniva facilmente messo in ballo, e a furia di sentirmi dire che ero strana ci ho creduto. Allora davo agli altri la possibilità di possedere la verità; adesso, timidamente, oso dire che malgrado abbia cercato strenuamente di vedere le cose dal loro punto di vista, forse erano solo opinioni di persone superficiali. O che non avevano ancora vissuto abbastanza.
L’etichetta di pazza, strana fa emergere  anche alibi di rinuncia, come a dire, oh beh, sono fatta così, non posso cambiare, non ci posso fare niente. Ma anche senso di liberazione.

“Entrare nel manicomio secondo me,
è come entrare nel regno di una felicità
che nessuno comprende,
perchè si rimane finalmente soli davanti alla nostra identità
che tutti avevano cercato di deformare”
(Alda Merini)

Il senso di inferiorità fa talmente coincidere la propria identità con i soli propri difetti che si finisce per pensare che siano l’unica cosa autentica che si ha. Quasi ci si sente sinceri, liberi, anche perché molti difetti sono soltanto caratteristiche innocue. Per me però, si finisce per fraintendersi esattamente come hanno fatto gli altri. La sfida, estenuante, diventa quella di trovare qualcuno che accetti soprattutto i difetti, ma che abbia un senso o no, lascia da parte anche tutte quelle cose belle per cui forse ci meritiamo anche un po’ di accettazione.
Ho scritto poesiole dolci e stupide, quando ero più giovane.

(per chiunque)
se mi sceglierai
sceglimi per le mie imperfezioni
per il modo in cui solo io saprò ferirti
per quella rabbia che t’ispirerò

per gli angoli storti del mio corpo e le manie della mia mente
per gli sbagli solo miei di cui vorrai essere il testimone

cosi anche se te ne andrai ricorderò la tua scelta
per la mia persona traballante su cui ti appoggiavi
donando ad entrambi un incredulo equilibrio.

Mi sbagliavo. Non conoscevo ancora bene il dolore, Quello mio e quello degli altri. E chi diavolo ci vuole avere a che fare? La verità è che quando sei pazzo non soffri. Hai mollato. Ma la sofferenza può avvicinare parecchio alla follia, proprio perché ci si vuole solo arrendere. Perdere il contatto, la consapevolezza, vagare tra le contraddizioni senza notarle, notificarle.
L’unica cosa decente del dolore, l’unico straccio di senso che ci galleggia dentro, è che rende tutti uguali. Altro che diversi, o strani, o pazzi. Tutt’altro: la follia è una liberazione che costa troppo.

Adesso che so di essere banale, normalissima, ho smesso di deformare io per prima la mia identità presentandomi al mondo nel prisma equivoco dello sbaglio, dell’eterna imperfezione e incomprensione. Accettando la fatica di essere una persona che cerca di tirare avanti come tutti, e cerca di essere anche decente senza farsi fregare dall’idea di sempiterno errore come connaturazione biologica scritta nelle stelle.

Tu quanto vuoi indulgere ai tuoi difetti? Quali sono i tuoi difetti? E sono difetti?
(Ragazze Interrotte)

Ero piccola, ed erano tutte cazzate. Sono solo uguale a tutti voi da cui per anni mi sono convinta di essere diversa; almeno nella partenza. Poi si decide passo per passo. Riuscire a convivere con il mondo, almeno, è diventato più comprensibile ora che non mi sento più tanto strana; e da quando  ho percepito veramente, più che capito, quanto dolore possono provare gli altri.

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Strategie di pubbliche relazioni in caso di caduta meteoriti

L’altro giorno ho sognato che c’era la fine del mondo causa meteoriti. Le televisioni e i giornali sapevano esattamente a che ora sarebbero cadute, e dunque la popolazione poteva godere di un certo preavviso prezioso per decidere come passare gli ultimi minuti.

Ma, problema: se io voglio passare quel che mi rimane della mia vita con i miei cari, che però non sono solo i miei parenti, ma anche persone cui voglio bene, e queste persone però non possono tutte passarlo contemporaneamente con me e con i loro parenti causa impossibile ubiquità e però l’idea di passare la fine del tutto tutti insieme appassionatamente non piace a chi è più riservato e vorrebbe godersi la propria dipartita incenerito dalle piogge di fuoco in rispetto della privacy, allora come si fa? Mi sono svegliata prima di risolvere l’arcano, accidenti.

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Dicevamo, l’insonnia.

Tre giorni di lavoro massacrante e pioggia e ovviamente la sera torni a casa e crolli addormentata. Poi viene il primo giorno della settimana non lavorativo, e tu per festeggiare quel fine settimana in cui non c’avrai un cazzo da fare hai resistito al sonno e ti sei ficcata in una vasca, hai fatto un bagno bollente, ti sei strofinata ogni cm di cellula morta dalla pelle, ti sei incremata, impaccata i capelli e pure fatto una maschera che t’ha pietrificato il viso e ti sei detto, wow, domani posso fare il cazzo che mi pare e manco piove e invece dormi 4 ore. Ti svegli e hai gli occhi sbarrati e non importa quanto ti pulsino le tempie, non dormirai, lo sai già, la stanchezza d’insonnia è sorda, non è gentile come quella dal stare sul punto di addormentarsi. Sei stanca MA non dormi. Nel tuo cervello una parte è rimasta sveglia a pensare, a canticchiare canzoni e se ne sbatte del resto del cranio. Continua a leggere

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Incubi

Ho un problema col sonno. Cosa comune, sì. Sono insonne da anni, per motivi mentali e ambientali, cosicché ho sempre un po’ di sonno ovunque, e capita che andando a trovare la gente, mi addormenti da qualche parte. C’era una volta un ragazzo con cui avevo preso anzi proprio questa abitudine: uscivamo con gli amici, andavamo a casa sua, e mentre loro rimanevano in soggiorno a ridere e scherzare lui mi diceva “vai pure”, ed io entravo nella sua stanza e mi infilavo sotto le coperte, per un po’. Un mio amico tuttora talvolta mi chiama solo per andare a dormire da lui: dopo aver parlato un po’ ci abbracciamo stretti sotto le coperte coi corpi incastrati quasi avviluppati, finché io non mi posso più muovere, e lentamente ci addormentiamo. Continua a leggere

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12/11/10

per me la vera difficoltà non é quando le persone non capiscono quel che dico, ma quando non sentono quel che sento

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