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Gli altri a volte sono solo una scusa per esaltare noi stessi. Marionette, involucri vuoti e nomi scritti a penna.

Lei per esempio,voleva mangiare ed essere mangiata. Allora si innamorava e poi ne moriva, così di colpo. Una volta sembrava anzi interstardita o arresa a  morire con più energia del solito. (…) Per salvarla  i suoi genitori tentarono dichiarazioni d’amore  e lunghe chiacchierate a srotolare la tradizione di famiglia, coi volti ora seri ora malinconici di nonni e parenti mai conosciuti a testimoniare, con la loro vita vissuta, l’immensità dell’esistenza e delle sue possibilità. Cos’era il dolore di un amor perduto a confronto?

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Cose in cui ho smesso di credere

Quando ero più ragazzina, pensavo di essere pazza. E lo dicevo, tra lo scherzoso e il serio, a me stessa e agli altri. Ero solo stupida però.
L’unica giustificazione che posso portare è che sono vissuta in un contesto dove il concetto di pazzia veniva facilmente messo in ballo, e a furia di sentirmi dire che ero strana ci ho creduto. Allora davo agli altri la possibilità di possedere la verità; adesso, timidamente, oso dire che malgrado abbia cercato strenuamente di vedere le cose dal loro punto di vista, forse erano solo opinioni di persone superficiali. O che non avevano ancora vissuto abbastanza.
L’etichetta di pazza, strana fa emergere  anche alibi di rinuncia, come a dire, oh beh, sono fatta così, non posso cambiare, non ci posso fare niente. Ma anche senso di liberazione.

“Entrare nel manicomio secondo me,
è come entrare nel regno di una felicità
che nessuno comprende,
perchè si rimane finalmente soli davanti alla nostra identità
che tutti avevano cercato di deformare”
(Alda Merini)

Il senso di inferiorità fa talmente coincidere la propria identità con i soli propri difetti che si finisce per pensare che siano l’unica cosa autentica che si ha. Quasi ci si sente sinceri, liberi, anche perché molti difetti sono soltanto caratteristiche innocue. Per me però, si finisce per fraintendersi esattamente come hanno fatto gli altri. La sfida, estenuante, diventa quella di trovare qualcuno che accetti soprattutto i difetti, ma che abbia un senso o no, lascia da parte anche tutte quelle cose belle per cui forse ci meritiamo anche un po’ di accettazione.
Ho scritto poesiole dolci e stupide, quando ero più giovane.

(per chiunque)
se mi sceglierai
sceglimi per le mie imperfezioni
per il modo in cui solo io saprò ferirti
per quella rabbia che t’ispirerò

per gli angoli storti del mio corpo e le manie della mia mente
per gli sbagli solo miei di cui vorrai essere il testimone

cosi anche se te ne andrai ricorderò la tua scelta
per la mia persona traballante su cui ti appoggiavi
donando ad entrambi un incredulo equilibrio.

Mi sbagliavo. Non conoscevo ancora bene il dolore, Quello mio e quello degli altri. E chi diavolo ci vuole avere a che fare? La verità è che quando sei pazzo non soffri. Hai mollato. Ma la sofferenza può avvicinare parecchio alla follia, proprio perché ci si vuole solo arrendere. Perdere il contatto, la consapevolezza, vagare tra le contraddizioni senza notarle, notificarle.
L’unica cosa decente del dolore, l’unico straccio di senso che ci galleggia dentro, è che rende tutti uguali. Altro che diversi, o strani, o pazzi. Tutt’altro: la follia è una liberazione che costa troppo.

Adesso che so di essere banale, normalissima, ho smesso di deformare io per prima la mia identità presentandomi al mondo nel prisma equivoco dello sbaglio, dell’eterna imperfezione e incomprensione. Accettando la fatica di essere una persona che cerca di tirare avanti come tutti, e cerca di essere anche decente senza farsi fregare dall’idea di sempiterno errore come connaturazione biologica scritta nelle stelle.

Tu quanto vuoi indulgere ai tuoi difetti? Quali sono i tuoi difetti? E sono difetti?
(Ragazze Interrotte)

Ero piccola, ed erano tutte cazzate. Sono solo uguale a tutti voi da cui per anni mi sono convinta di essere diversa; almeno nella partenza. Poi si decide passo per passo. Riuscire a convivere con il mondo, almeno, è diventato più comprensibile ora che non mi sento più tanto strana; e da quando  ho percepito veramente, più che capito, quanto dolore possono provare gli altri.

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30/06/08

(stanca)
le stanze della memoria hanno pareti mobili,
che si spostano ad ogni istante
lasciando le linee fragili di ciò che é già andato
cosìcché ogni visitatore possa avere la sensazione,
pur rimanendo immobile,
di star percorrendo un lungo corridoio;
si bussa a un stanza che già si é spostata oltre,
come un gioco di cubi
per smarrirsi in alloggi nuovi o dimenticati
a ritroso nel pensiero. dagli interstizi delle mattonelle arrivano voce confuse,
i riflessi dalle finestre contengono volti che svaniscono come impronte sul vetro
singhiozza il tetto,
si ricostruiscono case andate a pezzi .

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07/02/13

Io non mi vergogno delle mie cicatrici.
Sono il segno che ho imparato
come si ferisce la pelle e come la si cura.

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The Impossible – Juan Antonio Bayona (2012)

Un cambiamento storico-sociale grava sul giudizio di The Impossible: il mutamento dei mezzi di informazione avvenuto in circa quindici anni, da quando cioè il racconto e la testimonianza dei fatti del mondo si sono divisi in due frangenti; uno, il giornalismo ufficiale che ancora oggi sopravvive, insieme a un novello fratello, ovvero il racconto diretto, individuale dell’uomo qualunque tramite i nuovi media tecnologici. Così accade che quello che ci racconti The Impossible, la ricostruzione del terribile tsunami che colpì il giorno dopo Natale del 2004 gran parte dell’area asiatica mietendo migliaia di vittime, abbia un qualcosa di già visto insito nella memoria delle piccole telecamere digitali e dei cellulari che ripresero in diretta la catastrofe. Continua a leggere

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In Darkness – Agnieszka Holland (2011)

Sappiamo già dall’inizio che In Darkness non attirerà orde di spettatori in sala: ancora – e su questo “ancora” torneremo in seguito – l’Olocausto, stavolta durante l’occupazione nazista in Polonia, ancora un Giusto, come i ben più noti Oscar Schindler e il nostrano Giorgio Perlasca, che in ogni modo tenta di salvare il suo gruppo di ebrei dalla morte. E non soltanto dato che tutto questo avviene nell’oscurità reale, suggerita dal titolo, delle fogne, un labirinto d’acqua, vicoli e topi che è luogo di quasi tutti gli eventi del film. Ma sarebbe un peccato, perché quel ”ancora” non significa nulla di ripetitivo e già visto, e grattando sotto la superficie del dramma storico si può assistere a uno stupefacente compendio di tutte le emozioni che regolano la vita umana. Continua a leggere

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Incubi

Ho un problema col sonno. Cosa comune, sì. Sono insonne da anni, per motivi mentali e ambientali, cosicché ho sempre un po’ di sonno ovunque, e capita che andando a trovare la gente, mi addormenti da qualche parte. C’era una volta un ragazzo con cui avevo preso anzi proprio questa abitudine: uscivamo con gli amici, andavamo a casa sua, e mentre loro rimanevano in soggiorno a ridere e scherzare lui mi diceva “vai pure”, ed io entravo nella sua stanza e mi infilavo sotto le coperte, per un po’. Un mio amico tuttora talvolta mi chiama solo per andare a dormire da lui: dopo aver parlato un po’ ci abbracciamo stretti sotto le coperte coi corpi incastrati quasi avviluppati, finché io non mi posso più muovere, e lentamente ci addormentiamo. Continua a leggere

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