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Gestazione per altri: cosa implica parlarne in Italia

sacrafamiglia

“È passato poco più di un mese dall’approvazione del DDL Cirinnà e continuo a pensare che in Italia non ci si sia accorti realmente del valore degli interrogativi portati avanti dal progetto di legge. Eppure, la reazione spropositata di molti interventi contrari (che andavano a toccare elementi assolutamente estranei al disegno concreto, soprattutto l’eventualità di regolamentare la pratica della gestazione per altri) indicava che si stesse toccando un punto dolente della nostra cultura.

Benché nei fatti il DDL non affrontasse minimamente la questione della gestazione per altri, si è fatta largo nel dibattito pubblico una visione distopica dove donne disgraziate si vendono per sfornare figli innocenti lautamente pagati da coppie omosessuali senza scrupoli.

In questo discorso si nascondono temi fondamentali per la nostra società, e che se la GPA ha monopolizzato per settimane il dibattito pubblico è perché miti secolari su chi siamo, cosa significa famiglia, cosa significa amore e cosa libertà rischiavano di cadere a pezzi.

La prima questione investe il senso di essere figli ed essere genitori e pone la domanda più complessa: di cosa ha bisogno un individuo per crescere serenamente?” continua su SR

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Carol – Todd Haynes (2015)

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“Nel negozio di giocattoli in cui lavora, la giovane Therese (Rooney Mara) incrocia lo sguardo di una donna bellissima. Siamo negli anni Cinquanta, il Natale si sta avvicinando e l’elegantissima signora bionda (Cate Blanchett) chiede consigli su cosa regalare alla figlia: una breve conversazione, i guanti dimenticati sul tavolo, e la storia di Therese e Carol ha inizio. Una storia ovviamente proibita, già affrontata dal regista Todd Haynes il cui cinema ha a cuore sia la complessità dei generi sessuali ( dal travestitismo glam di Velvet Goldmine al Bob Dylan frantumato in più personaggi dal sesso, colore ed età differente in Io non sono Qui) sia l’estetica raffinata di un decennio che portava però in grembo i primi germi della ribellione culturale degli anni Sessanta (Lontano dal Paradiso e la miniserie tv Mildred Pierce).

L’attrazione fra Therese e Carol è difatti immediata, consapevole e fin dall’inizio accettata senza remore dalle due protagoniste. È il mondo intorno che la vuole combattere e negare, dal ragazzo che aspira a sposare la ragazza al marito che rifiuta il divorzio dalla moglie, e per punirla usa la sua omosessualità come accusa di immoralità per impedirle di vedere la figlia; un mondo implacabile ma, particolare caratteristico di Carol, allo stesso tempo visivamente stupendo.” continua su Pb

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Vivian Maier – L’intima solitudine del gesto fotografico

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Sembra sia impossibile scindere oggi l’opera di Vivian Maier dalla sua biografia: dalla scoperta fin troppo tardiva del suo lavoro, trovato per caso dal collezionista John Maloof in occasione dell’acquisto di una scatola di negativi all’asta, l’indagine intorno a questa fotografa misteriosa, autrice in vita di migliaia di immagini, in maggior parte mai sviluppata, ha assunto i contorni di un thriller psicologico. Tralasceremo i dettagli personali, che competono più il gossip che la critica, per descrivere solamente a grandi tratti la figura che è emersa dalla ricerca di John Maloof, poi concretizzatasi in due progetti, la lenta catalogazione in fieri di tutte le sue fotografie e un documentario, Alla ricerca di Vivian Maier, uscito nelle sale italiane la scorsa primavera, edito poi in dvd dalla Feltrinelli Real Cinema.

Di mestiere bambinaia, costantemente ossessionata dalla propria privacy fino a cambiare di volta in volta nome e nazionalità di fronte agli sconosciuti, Maier sviluppò in totale segreto la sua passione per il mondo immortalandone infiniti ritratti dove la perfezione formale, che combacia con uno sguardo acuto verso la realtà, richiama alla memoria la straight photography di Robert Frank, Walker Evans con talvolta un sottotono grottesco proprio dello sguardo di Lisette Model e Diane Arbus. Ma come reazione a questa visione famelica verso l’esterno, la donna non accettava di subire lo sguardo degli altri addosso, quasi non potesse sopportare su di sé l’energia con cui scrutava i volti catturati per le strade; e se non fosse per la fortuita rivelazione postuma.di questi suoi lavori, come della storia della sua vita e del suo carattere, non sarebbe rimasto niente dopo la morte, avvenuta nel 2009 in totale miseria e isolamento.

Così bisognerà collegare l’inedita fama odierna di Vivian Maier alla creazione del personaggio che oggi è rimasto a farne le veci: affetta da paranoia, misantropa, malata mentale? Chissà, forse il modo in cui è stata mostrata al mondo potrebbe dire più della società che l’ha scoperta, e in generale della difficoltà antropologica ad accettare la riservatezza e il silenzio delle persone, tacciandoli come difetti patologici. Per non parlare poi della mancata ricerca in vita di un arricchimento professionale per fortuna prontamente compensata dagli eredi, i quali, scoperta l’esistenza di una parente geniale, non hanno esitato a iniziare ora battaglie legali fra vari presunti – e si intende, affezionatissimi – pronipoti.

Ma di un’artista che crea incessantemente, sazia solo del suo fare, e di gran lunga molto meno interessata allo sviluppo e al commercio delle sue opere, resta innanzitutto, a prescindere dalle indagini biografiche in cui la filologia si mischia pericolosamente al pettegolezzo, una dedizione all’atto della fotografia, più che al suo prodotto, incarnato dal muoversi, perdersi per le strade di Vivian, talvolta accompagnata dai recalcitranti bambini di cui si prendeva cura.

Un atto solitario, che esula dalla condivisione finale dell’immagine con gli altri, la cui consuetudine ha rafforzato l’idea per cui si scatta (e in generale si crea) proprio per essere fruiti dal mondo. Un’inclinazione del genere, a metà fra egocentrismo e anarchia, richiama al discorso sul diritto dell’autore di privare i possibili consumatori dei suoi elaborati, e si interroga riguardo in quale misura ogni creazione, una volta partorita, possa ritenersi indipendenza da chi l’ha generata. Il sospiro di sollievo con cui noi lettori accogliamo la notizia che Kafka fallì nel suo desiderio di vedere distrutta tutta la sua opera sembra dirci che egoismo per egoismo, una volta che volontariamente o meno ci si lascia sfuggire il prodotto del proprio ingegno esso non ci appartiene più se non di nome.

Se però ogni tentativo di penetrare nel mistero Vivian Maier può nei migliori dei casi portare a un ritratto sommariamente abbozzato di una donna che ha vissuto nel silenzio per scelta personale, al suo posto rimane un corpus di opere sterminato la cui disamina si protrarrà ancora anni e anni. Un utile effetto collaterale di tutta la faccenda, in un’epoca dove l’attenzione all’esposizione dell’immagine prevarica l’attimo in cui si è soli con la macchina fotografica – secondo il moderno paradigma per cui vale più l’essere visti che vedere – potrà essere allora riallacciare la genesi della sua opera a un nuovo sguardo sull’intima solitudine del gesto fotografico, nell’ipotesi che farne esperienza in tutta la sua pienezza possa poi portare a un produzione finale realmente consapevole.

Da Doppiozero (con una prima riflessione di Silvia Mazzucchelli)

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Arrivano Le Ragazze del Porno

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Di recente sono arrivata alla conclusione che tutto il dibattito intorno alla pornografia si basi sull’equivoco della sineddoche (figura retorica basata su relazioni di tipo quantitativo: in questo caso nello scambio della parte per il tutto). Cosa non piace della pornografia corrente? La misoginia, i corpi innaturali, le pratiche ripetitive. Più che brutto, un film porno convenzionale ènoioso e per molte donne vien meno alla sua funzione originaria, ovvero eccitare.
Comunemente lo sguardo pornografico è inteso come esclusiva declinazione al maschile del desiderio, benché in realtà questo sia più una categoria culturale che un effettivo stato delle cose (dal che deriva spontanea una domanda diretta agli uomini: ma voi vi sentite rappresentati dai porno che vedete?). Semplificando, ciò che si rigetta è solo  il modo in cui un genere viene espresso.

Per fare chiarezza torniamo al significato originario delle parole: la pornografia era inizialmente legata alla prostituzione – πóρνη: prostituta – ma nel corso dei secoli ha finito per associarsi a ogni rappresentazione tesa alla pura eccitazione sessuale, rispetto alla quale il termine erotico possiede una sfumatura più sentimentale, quella specie di emozione spirituale che accompagna l’amplesso.
Ora, è certamente legittimo per ogni persona ricercare da sé l’eccitamento fisico finché ciò non prevarica le libertà altrui; e pertanto la pornografia, come espediente fra altri per raggiungere questo scopo, è strumento del tutto lecito. Il problema, come si diceva sopra, è strutturare un genere che dovrebbe rappresentare i desideri di tutti, in modo da parlare solo a un numero ristretto di utenti. Giunge a proposito l’iniziativa de Le Ragazze del Porno, un progetto di crowdfunding per raccogliere il budget necessario a finanziare una decina di cortometraggi che raccontino la sessualità in modi nuovi e non più deleteri per il desiderio femminile (e maschile). Mostrare il piacere femminile con serenità, rivelare corpi reali, imperfetti, talvolta invecchiati: perché il sesso è meraviglioso, eccitarsi è sano e giusto, e  solo in un sistema culturale conservatore questi fenomeni possono essere descritti come sporchi e volgari.

Musa ispiratrice del progetto è stata Mia Engberg, una regista svedese che nel 2009 produsse Dirty Diaries, una raccolta antologica di cortometraggi pornografici diretti da 14 autrici, il cui corroborante manifesto vi invitiamo a leggere in rete. In Danimarca quel matto di Lars Von Trier ha perfino fondato una casa di produzione – Zentropa – interessata a finanziare pornografia femminile, mentre la Francia ha ricevuto il finanziamento da parte di Canal+ per la realizzazione del progetto X.Femmes.
Dato invece il problema della distribuzione di opere di tal senso in Italia, la ricerca da parte del gruppo italiano di un finanziamento collettivo si è orientata verso un’indipendenza produttiva che non costringa, a causa di scrupoli di profitto, a cercare di soddisfare un pubblico poco abituato alla descrizione del piacere della donna. L’osservazione più pretestuosa che si fa però in questi casi è che alle donne non piaccia il porno perché “non romantico”, concetto figlio della convinzione che il sesso senza amore non possa essere loro appannaggio: ma fra l’amplesso volto al matrimonio e alla procreazione e la fredda manipolazione di carni di plastica non si può aggiungere anche una via di mezzo? La risposta sta nelle emozioni provocate dal contatto fisico, sensazioni fisiche e mentali che l’entourage de Le Ragazze del Porno intende rappresentare sullo schermo, per raccontare un’esperienza che a prescindere dalle motivazioni sentimentali è di per sé fondamentale nella vita di ogni essere umano. Per chiunque sia interessato a questa scommessa, su cui noi ci sentiamo di voler dare tutta la nostra fiducia, qui la pagina per contribuire al crowdfunding e qui il sito ufficiale del progetto.

Da SoftRevolution
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Lovelace – Robert Epstein & Jeffrey Friedman (2013)

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Il tentativo di Linda Lovelace, alias Linda Boreman, già signora Traynor, di raccontare alla fine degli anni Settanta la vera storia dietro il suo ruolo nel film pornografico più famoso di tutti i tempi incontrò il rifiuto degli editori che si aspettavano una storia piena di sesso e ricevevano invece una lunga trafila di violenze fisiche, psicologiche e sessuali ben poco sexy. Troppo difficile separare la star dell’orgasmo orale da un’idea di felicità carnale fondata sulle più scatenate pratiche erotiche; troppo facile liquidare le accuse dell’attrice, una volta liberatasi dal peso di un marito violento fino al sadismo più insopportabile, come un “se non si è ribellata, vuol dire che in fondo le andava bene”.

Lovelace arriva quasi 10 anni dopo il documentario Inside Gola Profonda, che analizzava nel dettaglio l’effetto dirompente avuto da un filmetto a basso costo (girato in una settimana del 1972) sulla cultura americana e i costumi sessuali del suo tempo andando a toccare l’argomento delicato della libertà di pensiero – il film venne vietato in molte città e il suo attore protagonista incriminato per oscenità – similarmente alle vicende dell’editore di riviste per adulti Larry Flynt, la cui lotta per il proprio diritto di parola era già a suo tempo raccontata da Milos Forman in Larry Flynt – Oltre lo scandalo. A prescindere però dal dibattito etico, rimaneva la storia di Linda, una ragazzina in fuga dalla madre violenta e repressiva, che si era buttata fra le braccia del primo uomo che le aveva promesso uno scampolo di libertà per poi imprigionarla, a furia di botte e pistole puntate alla tempia, in una lunga escalation di prostituzione, abusi e umiliazioni mentali fino a farla debuttare a forza nella pornografia. La vera Gola Profonda fu la maledizione e insieme l’inizio della liberazione per la donna, che pur da allora marchiata a vita nel ruolo di ninfomane con clitoride in gola costretta alla fellatio per raggiungere l’orgasmo, grazie alla crescente popolarità riuscì a fuggire dal marito che l’aveva costretta a sposarla – sempre con minacce ed esibizione di armi – solo per potersi assicurare una moglie che in quanto tale non potesse legalmente testimoniare contro di lui.

Nel film l’orrore delle sue vicende viene addolcito da un doppio racconto, la vita di Linda come appariva in superficie, bella, disinibita e felice, e il lato nascosto delle violenze tra le mura di casa, i lividi nascosti dal fondotinta, le tentate fughe mai riuscite. In realtà, a leggere l’autobiografia Gola Profonda – Una storia profonda, non ci dovrebbe essere traccia nemmeno di quei brevi attimi di leggerezza che i due registi Jeffrey Friedman e Robert Epstein riportano sullo schermo; ma se, per pudore o censura, la pellicola riporta una minima parte delle crudeltà mentali e fisiche subite dall’attrice, è certamente molto abile a ricostruire il sentimento di paura che come una rete si dipana intorno alla protagonista finendo per paralizzarla. Perché una donna che subisce violenza non si ribella? La risposta di Linda è chiara: perché ha paura di morire e crede non ci sia via di uscita. Una madre che la manda al diavolo anche di fronte al dettagliato elenco di violenze descritto dalla figlia, l’impossibilità di essere da sola anche solo per un momento, e infine, una lenta degradazione fino a non riconoscersi più un essere umano che esaurisce ogni spinta vitale che non sia la pura sopravvivenza. La punizione finale di Chuck Traynor, del tutto assente nei ricordi della donna, sembra un’esigenza di catarsi che il film si sente in dovere di offrire ai propri spettatori, così come quei lampi di luminosità che illuminano una pellicola che forse altrimenti sarebbe risultata troppo negativa per aver un buon riscontro in sala. Niente che tolga merito alla bravura degli autori, che già si erano distinti per l’ottimo film-poema Urlo sull’omonimo testo di Allen Ginsberg e le conseguenti vicende giudiziarie: però sarà giusto essere consapevoli, guardando Lovelace, che si è di fronte a un’opera che racconta solo una minuscola porzione di tutto il dolore che ci fu realmente.

Da PointBlank

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Caste e Pure: sul Mito della Verginità Femminile

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La prima volta è importante per una ragazza: quando ero piccola lo dicevano le riviste, i libri, i telefilm adolescenziali, i melensi romanzetti rosa usati venduti a 200 lire ognuno che ingurgitavo quando sembrava non esserci nient’altro in casa. Se per il maschio era immenso trionfo farlo il prima possibile, essere stato il più precoce nel proprio gruppo di amici, la donna doveva valutare attentamente tempi, persone, situazioni. Ne andava della sua purezza.

Mi sono chiesta in che cosa, fisicamente, risiedesse questa mitologica innocenza da difendere a tutti i costi, oltre il semplice pezzo di pelle; per quale motivo il medesimo atto sessuale potesse culturalmente significare cose tanto diverse per chi vi partecipava. Purezza è sinonimo di un’esperienza inedita che manca, un ingresso nel mondo. Aspettarsi da una persona questa assenza di conoscenza si traduce nella pretesa di un vivere al di fuori della realtà senza esserne protagonisti, pena sentirsi offesi da questo altrui agire, voler sapere, capire letteralmente sulla propria pelle che tradizionalmente è un desiderio riservato alla parte maschile. Gli uomini devono conoscere la vita, toccarla subito col proprio corpo: e il sesso è il simbolo più forte di questa iniziazione. La donna sta a casa, non impara, non scopre, il suo corpo pertanto è immacolato. La conoscenza che può conseguire attraverso la propria carne va controllata, selezionata e codificata.

So che questa purezza è una paranoia mentale capace di avvelenare le scelte intime di ogni ragazza, soprattutto quando prova un’urgenza fisica in netto contrasto con la calma che dovrebbe contraddistinguere una decisione che, ci viene narrato, è quasi epocale. Del risveglio sessuale delle adolescenti si parla poco, e sempre col rischio di toni grotteschi che descrivono piccole Lolite ingorde e vanesie che si buttano via da ragazzine andando con chiunque finché il vero amore non le riconduce alla retta via. La masturbazione delle donne è un tabù come in generale ogni discorso sul desiderio femminile, come dimostra la trascuratezza del panorama pornografico indirizzato al solo sguardo maschile – che, credo, venga anch’esso in questo modo ingiustamente limitato.

Perché del desiderio e del piacere delle ragazze si parla così poco e così male? Probabilmente perché desiderio è sinonimo di una volontà che dal piano fisico a quello culturale si preferisce ignorare. Mi viene da pensare una cosa sola: che il sesso venga inteso come qualcosa che sporca la donna, che deve limitare al massimo questo sudiciume dal quale non può prescindere – prima eri pura, ora non lo sei più! – cercando di selezionare quegli elementi che possono diminuire la colpevolezza insita nell’atto di fare, e voler fare, sesso.

Allora lo fai per amore, con quello “giusto”, e non primariamente per un desiderio che ti impoverisce di fronte al mondo. Ma allora è la penetrazione che è considerata degradante? Poiché penetrare è atto di forza, dominio sull’altro, essere penetrati significa sconfitta, umiliazione? Un indizio c’è: interrogati talvolta ragazzi (eterosessuali) di fronte all’eventualità di un rapporto omosessuale, tutti, scherzando ma non troppo affermano, che se proprio devono vogliono fare la parte attiva. Quella passiva è indice di offesa subita. In fondo si pensa sempre che in un rapporto c’è chi domina e chi viene dominato; traslato sul piano fisico, c’è chi tocca e chi viene toccato. Pensiamo ai sinonimo mielosi che si trovano nei romanzetti rosa: e lui la fece suala prese, la possedette. Questa insistenza sul conquistare l’altro quasi fosse un terreno in una disputa, sul penetrarlo senza essere scalfiti, sembra nascondere una vera paura di essere toccati e cambiati, nonché conosciuti nelle proprie pieghe. Come in una guerra, chi rimane in trincea, dietro un muro, non rischia mai di perdere, né di essere ferito.

Quale gioia può rimanere però in un’esperienza divisa in termini attivi e passivi, dominio e sottomissione, purezza e sporcizia? Davvero possiamo attribuire a un sesso piuttosto che un altro determinati sentimenti basandoci unicamente sulla conformazione dei loro genitali? Penetrare, ed essere penetrati non sono eventi così facilmente riducibili a concetti elementari, parlano dell’incontro, dell’accoglienza, del dare e ricevere tradotti in migliaia di minimi gesti diversi; e non se ne potrà veramente discutere finché il racconto dell’innocenza femminile non sarà definitivamente sostituito dalla narrazione della vulnerabilità di tutte le persone di fronte a quell’evento sconvolgente, talvolta salvifico, talvolta traumatico, spesso meraviglioso, che è il contatto fisico.

 Da SoftRevolution

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Essere tettone e trovare reggiseni decenti nell’era contemporanea

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A causa di quello che gli scienziati definiscono miglioramento delle condizioni di vita umana, io e molte coetanee siamo entrate nella pubertà qualche anno prima rispetto alla media delle nostre madri. Personalmente l’esperienza si rivelò fisicamente sconvolgente, dato che nel giro di pochi mesi mi ritrovai, io che ero stata uno scricciolo minuscolo con due stecchini per gambe, ad esplodere in una formosità inimmaginabile per me ancora un po’ bambina.

Una decina di chili in poco tempo, le amate smagliature della pelle che si allargava sotto il nuovo peso e poi loro, il simbolo definitivo di un cambiamento irreversibile: le mie tette, imbrigliate prima in giocosi reggiseni color pastello che erano più uno scherzo frivolo che veri indumenti funzionali, poi, mano a mano che passavo dalla prima misura alla seconda, dalla seconda alla terza, poi la quarta, la necessità di cercare qualcosa che fungesse davvero.

Peccato che per tutta la mia adolescenza sia stata una pseudo barbona senza una lira e senza una paghetta, immaginarsi poi andare a comprare reggiseni seri. Fino ai vent’anni ho comprato, scroccato, riciclato reggiseni che ad occhi sembravano starmi bene, per poi in caso risistemarli tagliuzzando, annodando e usando spille che il più delle volte mi si aprivano nella schiena mentre camminavo. Fate bene a essere inorriditi: a ripensarci lo sono anch’io, ma si sa com’è, ero povera, ero grunge, ero giovvane.

Finita l’adolescenza e aperto un primo timido conto per qualche iniziale guadagno ottenuto lavorando qui e là, mi convinsi di poter fare il grande passo e comprarmi finalmente un vero Reggiseno di Marca per il mio ingombrante petto: eppure i risultati furono assai deludenti. Non reggevano, o stringevano, per quanto le commesse mi assicurassero che fosse proprio la mia misura, oppure erano bellissimi e inutili, delicati fronzoli che sarebbero atterrati sotto il peso di una piuma, figuriamoci dei miei seni. Così passai qualche anno un po’ soffrendo – per me vivere senza reggiseno è impensabile anche quando dormo – finché un giorno entrando in un negozio la commessa mi squadrò ancora vestita e disse che il mio errore era stato non azzeccare la coppa. La coppa? E che è?

Quel che non sapevo era che molte marche commerciali a prezzi accettabili non avevano una grande varietà di coppe; la quarta aveva per esempio sempre e solo la coppa C, la seconda la coppa B e così via. Io sono una coppa D, il che significa che per anni ho costretto le mie povere tette in una coppa più stretta semplicemente perché non c’era alternativa. Scoprire la mia diversità non è stato confortante perché ha voluto dire realizzare quanto fosse ostico nei negozi normali chiedere le mie vere misure, che spesso se disponibili lo sono solo in pochi colori e modelli, senza grande fantasia estetica; il che mi porta ad empatizzare enormemente con quelle ben più formose di me, e le difficoltà maggiori con cui si devono scontrare.

L’alternativa è acquistare su internet – ma ecco, personalmente preferirei provarli sempre – oppure spendere molto di più. Cercando e ricercando ho trovato un paio di marche affidabili da cui vado sicura di trovare senza spendere oltre i 30 euro, cose carine che mi stanno bene e mi piacciono, ma questo non garantisce il risultato. Una volta su due esco anche dai miei negozi preferiti a mani vuoti a causa della frase di rito Mi dispiace, Non abbiamo la sua coppa (la taglia c’è sempre, almeno fino alla quarta).

Ci sono molte cose che non capisco della lingerie intima che trovo nei negozi: se la scelta dei colori è appannaggio dei gusti di ognuna, qualcuno può spiegarmi il proliferare delle coppe imbottite in ogni misura a discapito dei reggiseni che ne sono privi? Per 10 imbottiti ne trovo 1 non imbottito, giuro. A parte la bruttezza di dover girare con due cosi la cui ovvia artificiosità si vede sotto i vestiti lontano un miglio, qual è il senso di fare una quinta imbottita quando trattasi di un petto già imponente?

Poi, il benedetto immaginario culturale italiano.È dall’infanzia che ci martellano con la fissa di seni enormi anche su corpi minuscoli, poi quando effettivamente una ci nasce deve penare per trovare un reggiseno decente? Sarà forse un sottile riferimento alla pretesa di aver tette grosse, si ma solo chirurgicamente ricostruite di modo da non aver bisogno di nulla per stare su?

In fondo, mi dicevo, è una questione di convenzioni. Le misure standard costano meno perché si adattano teoricamente alla maggior parte dei clienti, per cui se io coi fianchi larghi, le tettone e 156 cm devo penare per trovare jeans che mi contengano a cui non dover fare l’orlo perché troppo lunghi, o camicie che non esplodano a un mio respiro troppo profondo è colpa, o sfortuna, solo mia.

A prescindere dal fatto di credere che gli attuali parametri omologati vadano rivisti perché forse incongruenti con le reali necessità di chi acquista, anche questa mia convinzione è recentemente andata in frantumi dopo un mio soggiorno estivo a Londra. Primark, sezione intimo, una parete di reggiseni con tutte le combinazioni possibili di misure, coppe, colori e modelli sotto le 10 sterline. Di nuovo ero povera, e non potei svaligiare gli scaffali rischiando di non comprare niente da mangiare per cena; ma da allora talvolta vado indossando il mio bel reggiseno londinese misura 4D, di pizzo nero e rosa con ferretto, grata a un luogo che non mi fece sentire aliena per lo strano corpo che mi è stato regalato dal destino.

Da SoftRevolution

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