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I Segreti di Osage County – John Wells (2013)

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La scena clou de I segreti di Osage County avviene a metà film ed è un’estenuante sequenza lunga venti minuti, elaborata sul topos melodrammatico del grande pranzo di famiglia come graduale ed esplosiva rivelazione dei sentimenti che albergano nei singoli componenti. Una frase o un bicchiere di troppo, le accuse e le urla che lentamente salgono di volume fino allo scontro fisico finale; la confessione violenta di rancori mai sopiti, vomitati all’interno di quel nucleo che nelle intenzioni dovrebbe rappresentare invece un rifugio caldo e intimo dalle aggressioni del mondo esterno; trattasi di un classico espediente narrativo utile a disgregare ogni residua idealizzazione dell’ambiente familiare quale nido premuroso pieno di amore. In un racconto teso ad esprimere un’idea più che una storia vera e propria è facile che i personaggi vengano tratteggiati in modo stereotipato per meglio assegnare le parti del dramma, ma non perciò si deve intendere tale artificio in senso negativo se rapportato all’esito finale, che nel caso del film – tratto da una pièce teatrale – di John Wells è un ottimo esercizio di descrizione dei rapporti tossici che possono instaurarsi nel parentado.

Meryl Streep è Violet Weston, una donna avanti con l’età malata di cancro e dipendente dalle pillole, intorno alla quale si riuniscono tutti i parenti, le tre figlie e la sorella con marito e figlio in occasione dell’improvvisa morte, durante un’estate rovente, del vecchio marito alcolizzato (Sam Shepard). I legami fra i membri della famiglia sono complessi e trasversali, ma ognuno di loro risponde a un particolare ruolo: Barbara (Julia Roberts) è la figlia forte e indipendente che se ne è andata di casa e ha messo su famiglia, diversamente dalle sorelle Caren (Juliette Lewis), all’eterna ricerca dell’uomo giusto, mentre Ivy (Julianne Nicholson), gentile e senza pretese, è considerata la meno brillante delle tre. In occasione della morte del padre la circostanza richiederebbe raccoglimento e calore, ma Violet, confusa dal numero di pasticche che ingurgita ad ogni ora, non può fare a meno di lanciare frecciate sempre più velenose alle proprie figlie sul loro aspetto e i loro fallimenti, fino a scatenare violente reazioni da parte di tutti e, a catena, rivelazioni inattese.

La vita di Violet, da un’infanzia misera con una madre crudele al lungo e difficile matrimonio con il marito, è l’esemplificazione di come l’esistenza non sia composta da eventi che si succedono linearmente l’un l’altro ma che invece si stratificano nell’animo dell’individuo fino a farne un complesso abisso di emozioni che pesa sulle relazioni umane, infrangendo il mito dei legami amorosi – fra partner, genitori e figli, parenti – come qualcosa che possa essere unicamente bello e buono. Amare può significare anche distruggere o ferire quando questo è ciò che è stato insegnato da piccoli, e in mezzo sta anche la gelosia, la paura di rimanere soli e il risentimento provocati dal non voler parlare ad alta voce e smuovere le acque; solo che a furia di tacere o si muore soffocati dalle parole nascoste in gola o si urla tutto quanto insieme in una volta sola. Violet è una drogata disperata, fragile, che sragiona sull’orlo dell’esaurimento senile, ma è anche matriarca lucidissima ed inesorabile che tutto vede e comprende poiché, come dice essa stessa, non le sfugge “mai niente” delle debolezze di chi le sta di fronte; e in lei si rispecchia la figlia Barbara che ne possiede la stessa inflessibile durezza, attenuata però da una profonda malinconia che fa capolino nei momenti di solitudine. Come nel recente Nebraska, anche I segreti di Osage County si perde in esterni di lunghe pianure solitarie il cui spazio vuoto sembra dilatarsi fino a sommergere chi vi abita, ma se il bianco e nero del film di Payne lascia spazio alla tenerezza di un contatto tardivo fra genitori e figli fino ad allora sconosciuti uno agli occhi dell’altro, qui i colori accecanti delle radure dell’Oklahoma ormai bruciate dal sole raccontano di animi troppo inariditi per poter perdonare il dolore sofferto. Se lacrime ci saranno, avranno solo il sapore amaro della sconfitta.

Da PointBlank

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Il mio battesimo di fuoco

Inizia oggi la mia collaborazione con SoftRevolution, un gruppo di ragazze incazzate come piace a me che mi ha fatto l’onore di includermi fra i loro collaboratori. Qui il primo articolo basato sul tema del mese, la paura.

Qualche anno fa ebbi il mio battesimo di fuoco. Non ha molta importanza definire i particolari, sarebbero più utili alla strumentazione delle mie parole che ad altro. Erano italiani? Stranieri? Era notte? Giorno? Dov’ero? Com’ero vestita? A seconda delle informazioni che potrei dare il contesto e il valore di quello che accadde cambierebbero ed è proprio contro la varia interpretazione dei fatti che scrivo, per mettere sotto luce un’unica, indimenticabile sensazione.

Un giorno, da qualche parte, un gruppo di uomini mi fermò per lanciarmi pesanti frasi da rimorchio; poi mi misero le mani addosso e mi sbatterono a terra. La colpa, ovviamente, fu mia: avevo risposto alla violenza. Quando iniziarono a infastidirmi con le prime battute non provai paura, ma un’immensa rabbia, generata dalla noia e dal fastidio di vedere un gruppo di persone rendersi ancora una volta ridicoli e meschini solo perché sei da sola, sei donna, sei fisicamente piccola. La mancata immedesimazione da parte loro nei miei panni – che in quel momento erano quelli della vittima – mi esasperava così chiesi, visto che per loro non valevo niente, se avevano una madre. Forse avevano almeno una figura femminile che rispettavano? Non era una donna anche lei? Come si sarebbero sentiti a vederla vulnerabile, attorniata da un nugolo di gente che abdicava alla propria dignità, in nome dell’inebriante sensazione di avere per un attimo in mano il Potere? Continua a leggere

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Helmut Newton/Palazzo delle Esposizioni (dal 06/03/2013 al 21/07/2013

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Sessualmente disponibili. Così nella mostra White Women, Sleepless Nights, Big Nudes presente al Palazzo delle Esposizioni dal 6 Marzo al 21 Luglio recita una parete a proposito delle preferenze femminili del fotografo Helmut Newton scomparso nel 2004 : un’inclinazione abbastanza curiosa dato che le donne che desiderano un uomo di solito sono anche inclini a consumare un rapporto sessuale con esso, a meno che la concezione del fotografo non riguardi il desiderio subito (le donne che lo desiderano) piuttosto che quello esercitato (le donne che lui desidera). Se la trasgressione è connessa al desiderio – desiderio che rompe le redini che dovrebbero imbrigliarlo – allora sono la volontà, frenesia, anelito a diventare osceni, in quanto motori di quella rottura di confini che è il pudore. Ma non a caso si usa qui un “Se”, giacché nell’epoca odierna la trasgressione è comunemente legata perlopiù a una nudità fisica di cui si equivoca la potenza simbolica. Altro che potere; nelle immagini di Helmut Newton non trova posto un’espressione di desiderio né pertanto di un’azione verso l’esterno. Il nudo diviene una perdita: più le eroine sono svestite più divengono statiche, immobili, e identiche. È la dimensione temuta da Tereza ne L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere di Kundera, del mondo creato dalla madre, “dove l’intero universo non è che un enorme campo di concentramento di corpi identici fra loro e con l’anima invisibile”. Continua a leggere

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B.B.

Come possono diventare belle le persone una volta conosciute, si disse: adesso a volte le sembrava di vedere un’altra persona, uno sguardo appartenente a qualcun’altro che lei aveva già visto, ma non ricordava dove.

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Sul discorso contro la violenza alle donne

Non c’è bisogno di aspettare Giugno per dire che, almeno sulla carta, in Italia nei primi 6 mesi del 2013 si sono fatti alcuni significativi passi avanti riguardo il discorso della violenza sulle donne. Il più importante è la comunicazione stessa del problema in televisione, nel web e sui giornali: la violenza alle donne esiste, ci sono numeri e fatti a testimoniarlo. Luciana Littizzetto approfitta della conduzione del Festival di Sanremo per poter parlare in un monologo del tema che oggi ha anche acquisito un proprio termine, femminicidio. Serena Dandini pubblica per la Rizzoli Ferite a Morte e lo porta in giro per i teatri italiani. Ogni nuovo omicidio – e non sono pochi – riapre il dibattito, scatena manifestazioni, porta alla pubblicazioni di articoli e dossier sull’argomento, cartelloni e pubblicità con donne colme di lividi, un occhio socchiuso, le labbra tumefatte. Ma sembra che ancora non si sia constatata l’anomalia per cui il discorso, per quanto parlato non è ancora uscito dal filo spinato della ghettizzazione di genere.

Il discorso sulla violenza contro le donne viene difatti articolato esclusivamente al femminile, con il paradosso per cui l’oggetto del problema – la donna che subisce – diviene soggetto, e il soggetto – l’uomo che usa la violenza – scompare. Le donne parlano alle donne, gli uomini parlano alle donne, nessuno parla agli uomini. Tema dominante della propaganda è la difesa: le donne devono imparare ad evitare i soggetti maschili violenti, imparare a denunciarli, imparare a liberarsi da rapporti autodistruttivi. Luciana Littizzetto ricorda che “un uomo che ti picchia è uno stronzo”, e anche lontano da noi, in America i media danno addosso a Rihanna – già ripresa da Camille Paglia come nuova icona femminile autodistruttiva alla stregua della principessa Diana – che dopo essere stata pestata a sangue nel 2009 dal fidanzato rapper Chris Brown ha deciso recentemente di tornarci assieme; così la cantante va da Oprah Winfrey, in lacrime, a difendere se stessa e il proprio compagno mentre tutta l’opinione pubblica statunitense si chiede se non sia impazzita. Chris Brown perlopiù tace, al massimo promette laconicamente di diventare un uomo migliore. Cosa gli passasse per la testa, la sera in cui ruppe il naso alla sua donna, ancora non si sa. D’altra parte è la donna che “non si sa difendere”, o che non sa dire no; è lei che deve parlare.

 L’equivoco è che la violenza sulle donne riguardi solo loro; e che pertanto l’educazione, o meglio, la prevenzione, vada declinata al femminile. Non si vuole con questo sminuire i risultati di quelle figure maschili che hanno deciso di dissociarsi dallo stereotipo di genere e affermare la propria diversità culturale, ma se la comunicazione è improntata solo a spiegare alle donne come reagire, o a far dire ad alcuni uomini che loro “certe cose” non le fanno, escludendosi dal problema, il rischio è che la generalizzazione di quelli che Luciana Littizzetto chiama “stronzi” ripeta pedissequamente il luogo comune autogiustificatorio per cui alcuni sono fatti così, spostando, come in tutti i casi di discriminazione, – perché una violenza la si fa anche agli stessi uomini riducendoli in bestie – il contesto dal piano civile a quello biologico. Non interrogare la parte in causa, continuando ad negarla come un nemico insormontabile solo da evitare, significa non voler aprire un vaso di Pandora ben più esplosivo che è l’educazione stessa degli uomini e delle donne.

 Che l’uomo sia di base cattivo o meno, la sua formazione culturale serve a riconoscere e reprimere determinati impulsi negativi a favore di altri, per una convivenza serena in società: come, per farla banale, il fatto che pur a volte desiderare di uccidere qualcuno non comporta che lo si faccia automaticamente. Allora perché ancora oggi invece di insegnare a combattere specifiche istanze di sopraffazione si finisce per far coincidere l’uomo con quelli stessi desideri bestiali? A chi fa comodo? Non è un caso che la società si rifiuti di affrontare un problema così granitico: conseguenze sarebbero lo scardinamento e la ridiscussione di concetto subconsci ancora ben saldi. Ci vogliono un’energia e fatica immense il cui peso nessuno, a quanto pare, vuole sobbarcarsi. Allora l’uomo per natura è cattivo, odia le donne e ama distruggere: bisogna tollerarlo, difendersi e imparare a conviverci. Troppo facile come soluzione, comoda per non toccare i grandi nodi culturali e morali della realtà in cui viviamo.

 Cosa succederebbe invece se gli uomini che violentano, che ammazzano, pur in tutta la loro meschinità, bassezza raccontassero almeno perché, perché lo fanno, come sono stati educati, perché nessuno ha insegnato loro una via diversa? Cosa succederebbe se si parlasse non solo alle donne, ma anche agli uomini di oggi e di domani, permettendo loro di ammettere l’impulso di violenza,, riconoscerlo e quindi poter scegliere fra questo e un’istanza più pacifica? Perché questo approccio è utilizzato in tutti i discorsi etici tranne questo? E infine quand’è che gli uomini diventeranno voce e soggetto di questo discorso? Che la maggior parte delle donne l’abbia capito o meno, il problema principale non è sapere che alcuni uomini sono degli stronzi, ma sapere per quale motivo lo sono, e “perché sì” è una risposta che non possiamo continuare ad accettare.

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Senza Titolo (quasi la bambola di Hans Bellmer)

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(photo by me)

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bozzadariscrivereconpazienzaquieta

Gli altri a volte sono solo una scusa per esaltare noi stessi. Marionette, involucri vuoti e nomi scritti a penna.

Lei per esempio,voleva mangiare ed essere mangiata. Allora si innamorava e poi ne moriva, così di colpo. Una volta sembrava anzi interstardita o arresa a  morire con più energia del solito. (…) Per salvarla  i suoi genitori tentarono dichiarazioni d’amore  e lunghe chiacchierate a srotolare la tradizione di famiglia, coi volti ora seri ora malinconici di nonni e parenti mai conosciuti a testimoniare, con la loro vita vissuta, l’immensità dell’esistenza e delle sue possibilità. Cos’era il dolore di un amor perduto a confronto?

….

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