Archivi tag: Femminile

La Forma della Seduzione. Il corpo femminile nell’arte del ‘900

modigliani nude from rear

Il nudo è donna. Sembra questa la conclusione cui è arrivata la cultura occidentale malgrado decenni di gender/cultural studies, teorie femministe e la passata affermazione modernista della forma: un discorso che voglia penetrare nel senso più latente del corpo umano pare dover confrontarsi sempre non con la sessualità in sé, ma con il suo versante femminile.

A dimostrazione di come il valore della critica d’arte consista in un’analisi che non sempre riesce poi ad avere un’effettiva influenza sulle esperienze artistiche; nonostante l’arte del Novecento abbia disgregato l’oggetto corporeo, setacciandone ogni interstizio per consumarne i residui significati, l’immaginario  culturale racconta l’attuale predominazione dell’immagine sessuale femminile nei mezzi di comunicazione, fondata sull’antica idea della donna come pura volontà riproduttiva, in nome della quale è allo stesso santificata e fatta prigioniera.

Così, un’esposizione come quella in corso fino a domenica alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna sull’incarnazione del desiderio in forma di donna presente nell’arte del secolo scorso, La Forma della Seduzione. Il corpo femminile nell’arte del ‘900 (Roma, fino a domenica) sembra documentare, più che un cammino artistico, il sedimento di un’idea precisa quale i media hanno preferito conservare a discapito di quei lavori che ripensavano la natura fisica dell’uomo in termini di volta in volta astratti e formalisti.

Forse un ingenuo modo per richiamare gli spettatori alla figura loro più nota, quel corpo languidamente disteso e stilizzato a là Modigliani che contiene nel suo spessore l’idealizzazione del sesso femminile. Un percorso parallelo attraversa il filo della mostra, ed è il lavoro sulla linea e materia corporea attuato dall’arte, che ha prodotto una rielaborazione del nudo nella sua forma più esasperata. La destrutturazione del corpo ha significato la distruzione del contenuto e dell’identità dissolti nella forma e nei giochi della coscienza.

Man Ray, Hans Belmer, De Chirico, il disfacimento del corpo in ricostruzioni visive che prediligono il dato formale, o l’esacerbazione dell’elemento sessuale feticizzato, sublimato, e deformato. Un processo che in realtà, lungi dal conservare ogni valenza erotica, avrebbe poi digerito e consumato i sensi fino a dar vita a corpi asessuati, astorici, immagini di una materia eterna. Perché allora interrompere questo percorso mantenendosi nei margini di una dimensione di genere? Colpa di una pigrizia mentale? Certo, si potrebbe rispondere, nella misura in cui una visione di tal fattura corrisponde ai dati di un effettivo immaginario culturale, l’esposizione non manca allora di essere specchio del suo tempo. Ciò apre a un interrogativo: come qualificare la discrepanza fra la critica artistica e la smisurata produzione di simulacri celebranti un’idea tanto definita della sessualità femminile? Come la realizzazione della sua unica capacità, si potrebbe iniziare a dire; quella cioè di far emergere i significati, senza per questo poterne modificare il cammino.

Se qualcosa si può fare è confrontarsi con quest’ideologia dominante che affiora dal cervello della massa, e che sovrasta qualsiasi altra concezione del nudo come luogo dell’identità, della vista o della materia primordiale. Figlia di sovrastrutture culturali e di un inconscio irrisolto, definisce la problematicità di una generale diffidenza che permane ancora oggi verso i corpi non imprigionati in perimetri già circoscritti. Se il nudo corrisponde nella nostra società alla donna non è per un principio biologico, ma perché risponde a esigenze che raccontano una comunità dalla sessualità tuttora non pacificata.

Da Doppiozero

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Arte & Fotografia, Articoli

Senza Titolo (quasi la bambola di Hans Bellmer)

3655377361_dfef4a11e0_z
(photo by me)

1 Commento

Archiviato in Immagini

bozzadariscrivereconpazienzaquieta

Gli altri a volte sono solo una scusa per esaltare noi stessi. Marionette, involucri vuoti e nomi scritti a penna.

Lei per esempio,voleva mangiare ed essere mangiata. Allora si innamorava e poi ne moriva, così di colpo. Una volta sembrava anzi interstardita o arresa a  morire con più energia del solito. (…) Per salvarla  i suoi genitori tentarono dichiarazioni d’amore  e lunghe chiacchierate a srotolare la tradizione di famiglia, coi volti ora seri ora malinconici di nonni e parenti mai conosciuti a testimoniare, con la loro vita vissuta, l’immensità dell’esistenza e delle sue possibilità. Cos’era il dolore di un amor perduto a confronto?

….

1 Commento

Archiviato in Personale/I Me Mine

Effetti Collaterali – Steven Soderbergh (2013)

Effetti-Collaterali-fgdsn-300x225

Esiste l’anima, o siamo soltanto il prodotto di impulsi neuronali/elettrici? Si dice che il futuro della psicanalisi sia deposto nelle mani della neurologia: felicità a grandi dosi di serotonina e la modifica meccanica dello stato d’animo umano. Se scoprire la natura materiale, quasi tecnica delle emozioni costituisca oggi un trauma culturale ben peggiore di quello provocato dalla nascita della psicoanalisi non è ancora ben chiaro, ma il dilemma basta a far da canovaccio al nuovo film di Steven Soderbergh.

In Effetti Collaterali il controllo esterno dell’anima si oppone alla piena padronanza di sé. Emily (Rooney Mara), una moglie in crisi dopo il ritorno a casa dal carcere del marito (Channing Tatum) ipoteca la consapevolezza mentale in cambio di una serenità chimica prodotta artificialmente. La cura farmacologica prescritta dal dottor Banks (Jude Law) dopo il tentato suicidio della donna si basa sull’uso di un nuovo farmaco e sembra funzionare malgrado il disturbo secondario di frequenti episodi di sonnambulismo. Finché proprio in uno di questi episodi Emily, addormentata, uccide il marito. L’unica speranza per evitare il carcere è dimostrare la temporanea infermità mentale della donna, ma questo implicherebbe l’accusa verso colui che ha prescritto la terapia: tutto sta nel decidere quanto i farmaci possano modificare la coscienza dell’individuo e di conseguenza, il grado di responsabilità verso le proprie azioni.

In Effetti Collaterali Soderbergh gioca al rilancio, e di mano in mano costruisce un labirinto di possibilità. Nulla è come sembra e lo spettatore deve periodicamente aggiornare la propria idea sulla vicenda in un consistente numero di colpi di scena. Come tutti i bari però, il gioco di Soderbergh nasconde carte ben più insignificanti di quelle che lascia intendere. La provocazione iniziale del dilemma morale si consuma in una nube di fumo lasciando spazio al vero film, un thriller serrato basato su un castello di bugie da far a pezzi poco a poco. Come in molte pellicole del genere l’intrattenimento funziona come carburante a breve termine, catturando prepotentemente l’attenzione del pubblico nel presente della proiezione per poi consumarsi in un nulla di fatto. Se Soderbergh l’abbia immaginato così fin dal principio o abbia preferito in seguito abbandonare il tema più complesso della natura delle scelte umane  non è dato sapere, ma certa è la sensazione di un’occasione sprecata. Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Cinema

Senza Titolo (E.)

4399292277_c2a0131404_b

(photo by me)

Lascia un commento

Archiviato in Immagini

Empatie cinematografiche

article-2252149-169F2516000005DC-334_634x378

Le lacrime di Eva Mendes nella scena degli scatti fotografici in
The Place Behind The Pines (Come un Tuono)

Lascia un commento

Archiviato in Cinema, Personale/I Me Mine

La Scelta di Barbara – Christian Petzold (2012)

01_7

Tutto è relativo. Nei primi anni Novanta un film come La scelta di Barbara, Orso d’Argento al Festival di Berlino 2012, sarebbe stato una rivelazione per il coraggio e l’onestà autocritica che avrebbero riaperto il ricordo ancora recente delle due Germanie divise. Un caso non dissimile da quello realmente accaduto per Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck, a cui il film di Christian Petzold è stato non a caso paragonato.

Ma nel 2013 La scelta di Barbara altro non è che un racconto didattico, stilisticamente impeccabile nonché prevedibile, che soddisfa le aspettative dello spettatore lasciandolo però del tutto freddo: un problema prodotto sia dalla costruzione narrativa del film che dal sedimentarsi dell’immaginarsi collettivo. Infatti, di fronte al tempo che passa, il cinema storico deve affrontare la sfida della graduale banalizzazione a opera della memoria degli eventi passati. Ciò che prima era il nostro presente, o passato prossimo, muta con gli anni nella trasmissione del racconto epico di ciò che fu; ma l’epica per sua natura deve sempre tendere a semplificare la realtà. Allora ci sono i buoni, gli eroi, e i cattivi da sconfiggere per conquistare la libertà, e La scelta di Barbara non è da meno nel narrare non i fatti storici quanto l’impressione che hanno lasciato nel ricordo: non può mancare perciò una protagonista stoica, leale e altruista, alle prese con l’indifferenza schiacciante di una dittatura impersonata da agenti, poliziotti e cittadini spietati, quasi monolitici nella loro apparenza.  Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Cinema