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Roma 2015 / The End of the Tour -James Ponsoldt

The End of the Tour recensione film

David Foster Wallace amava il cinema. Anzi, possiamo dire che amasse la fruizione di qualsiasi testo audiovisivo. Consumatore bulimico di televisione, al mondo cinematografico aveva dedicato la sua opera più famosa ed ambiziosa,Infinite Jest, un mattone di più di mille pagine, di cui un decimo composto solo di note al testo, nel quale Wallace immaginava la creazione della droga finale, concretizzata in un film pirata talmente bello da tenere letteralmente ipnotizzato lo spettatore fino alla sua morte per consunzione: una fantasia letale, che univa l’ossessione americana per l’intrattenimento al concetto del piacere sul quale oramai si fonda la nostra società, e che veniva sviluppata entro una complicata struttura di sottotrame e molteplici registri linguistici. Nel 1996 l’uscita del libro trasportò lo scrittore, già autore promettente, nell’olimpo della letteratura americana, e tra la massa di persone che improvvisamente volevano saperne tutto spuntò il giovane David Lipsky, neo giornalista di Rolling Stone, pronto a realizzare l’intervista del momento.” continua su Pb

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Roma 2015/ The Confessions of Thomas Quick – Brian Hill

The Confessions of Thomas Quick recensione film

“La storia narrata da The Confessions of Thomas Quick è tremenda e geniale: basta solo la trama per far venire voglia di guardare il documentario di Brian Hill, tutto incentrato sulla terribile vicenda di Sture Bergwall, uomo mentalmente instabile che all’inizio degli anni Novanta durante la propria terapia psichiatrica iniziò a confessare di essere l’autore di alcuni fra i più misteriosi casi di omicidio avvenuti in Svezia. Bambini, coppie, ragazzi e ragazze: Bergwall non si faceva remore ad ammettere di averli stuprati e uccisi, a volte sventrandone il corpo, altre arrivando perfino ad assaggiarlo. Le orribili violenze compiute dall’uomo, poi rinominatosi Thomas Quick per offrire un nome più “gradevole” alla stampa, sembravano essere state dimenticate e rimosse nel suo inconscio; finché la terapia nell’ospedale psichiatrico in cui era ricoverato non era riuscita a fargliele tornare in mente” continua su Pb

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Roma 2015 / Mistress America – Noah Baumbach

Mistress America recensione film

“Quando Tracy inizia l’università niente è come se l’era immaginato: gli altri studenti la ignorano o l’atterriscono con i loro modi sprezzanti, l’ambito circolo letterario a cui voleva partecipare boccia il suo racconto, il ragazzo con cui sembrava essere nato qualcosa si fidanza con un’altra. Studiare a New York senza avere amici è come starsene in disparte a una festa, perciò al culmine della disperazione a Tracy non rimane che incontrare Brooke, la figlia dell’uomo con cui sua madre sta per sposarsi in seconde nozze. L’incontro è magico, caotico, divertente: Brooke è una trentenne dinamica, le mani in pasta dentro qualsiasi cosa e mille progetti da realizzare, tra cui l’ambito sogno di aprire un ristorante che rappresenti un caldo rifugio familiare dal disordine della Grande Mela. Tracy inizia a seguirla ovunque, la sostiene, ne ascolta le storie logorroiche e gli aforismi pretenziosi, ed è a tal punto affascinata dalla sua strabordante personalità da scrivere un nuovo racconto tutto incentrato sulla sua esistenza.” continua su Pb

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Roma 2015/ Monster Hunt – Raman Hui

monster-hunt1È davvero un prodotto onesto, Monster Hunt: onesto nella misura in cui si propone di realizzare i propositi da cui è nato, ovvero piacere a una grossa fetta di pubblico. Non a caso infatti il super blockbuster diretto da Raman Hui è riuscito, grazie alla sua ottima mescolanza di animazione, avventura e fantasy, a diventare in poco tempo il più grande successo della storia del botteghino cinese. Gli elementi alla base del film sono semplici, quasi ingenui, ma organizzati stilisticamente in modo da tener sempre accesa l’attenzione dello spettatore. C’è innanzitutto una grande epica di riferimento: la storia ha inizio in un passato lontano in cui umani e mostri vivevano insieme combattendosi strenuamente, fino alla vittoria finale degli umani e il confinamento dei mostri in una zona separata. Questi ultimi però, dopo un lungo periodo di pace devono affrontare una sanguinosa lotta interna che vede perire il Re dei Mostri con quasi tutti i suoi fedeli; la Regina, incinta dell’erede al trono, e i pochi compagni con lei rimasti, sono costretti a spingersi fin dentro al mondo degli uomini ” continua su Pb

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Le nostre facce ci perseguitano – Festival di Fotografia Internazionale di Roma 2014

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Le nostre facce ci perseguitano. Raramente un’epoca storica è stata tanto fondata come la nostra sul volto umano, reiterato nelle sue forme più photoshoppate o esposto nella sua nuda banalità in milioni di selfie online. Il viso è divenuto il tramite contemporaneo che permette all’individuo di esistere oltre le parole, secondo i parametri di una comunicazione intesa come un “metterci la faccia”, e se i lineamenti di una persona sono ora la suprema fonte di conoscenza in una cultura già così estremamente orientata verso il visivo, iniziano a farsi sentire gli effetti collaterali di una corsa alla bidimensionalità dell’umano. L’annuale esposizione al Macro di Fotografia – Festival Internazionale di Roma dedicata quest’anno al ritratto contiene in sé i limiti di questa esperienza : girando per le sale della mostra si avverte quasi una resistenza verso questo susseguirsi di volti che pur in modalità più lenta e stratificata del solito si esibiscono allo sguardo.

Un primo interrogativo sorge intorno al relazionarsi dello spettatore alle immagini, e concerne se e quanto all’aumento dei visi visualizzati ogni giorno corrisponda un reale contatto con esse. Così un allestimento che tratti il tema del ritratto sembra riassumersi cinicamente in un elenco di facce, facce, facce, che chiedono ognuna una reazione al loro esporsi, un sentimento di empatia, o ascolto difficile da ricavare da menti già sature. Dunque non può più valere l’idea che ogni volto umano valga a priori l’attenzione che richiede il vedere: pensiero ingenuo, figlio di un tempo in cui il gesto di scrutare dei lineamenti fisici non era alterato da una loro anomala proliferazione.

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Bisogna pertanto confrontarsi con questa stanchezza dello sguardo che inizia ad emergere, inevitabile in una società basata sulla bulimia visiva; una spossatezza che inscritta nel contesto delle relazioni umane pregiudica la capacità di conoscere veramente l’Altro, investiti come siamo dall’enorme numero di facce che pretendono di raccontare le proprie storie, di essere riconosciute, o almeno registrate momentaneamente nella retina di chi guarda. Se una lezione si apprende dal festival diretto da Marco Delogu è che il concetto di ritratto perde valore se esibito nella sua nuda essenza quale “riproduzione figurativa o fotografica delle sembianze di una persona” (dal Dizionario della Lingua Italiana Devoto-Oli): è la forma impressa a questa rappresentazione che può aprire il varco attraverso il quale l’esperienza visiva diviene un esercizio di apprendimento.

Mostrare può non significare nulla se non è accompagnato da una riflessione sui termini di tale modalità comunicativa, e allora ecco che i nomi che maggiormente rimangono nella memoria all’uscita dal Macro sono quelli di pochi artisti che hanno reinventato l’immagine umana, assoggettandola a una precisa consapevolezza del mezzo fotografico che prescinde dall’illusione di una riproposizione fedele della realtà, qui intesa sia come palese presenza inerte dell’oggetto che come indifferenza meccanica dello strumento di riproduzione. È infatti l’affermazione che guardare non è affatto un’azione scontata che eleva alcune opere proposte nella mostra a sintomatiche spie di rivelazione di un mondo la cui identità visiva è molto meno sicura e prevedibile di quanto l’ovvietà del volto di un individuo possa suggerire. Tra gli altri, il lavoro di Asger Carlsen in Hester e Wrong, in cui tramite un sofisticato uso del ritocco digitale vengono creati mostruosi ibridi umani, quasi un’eco delle bambole deformi di Hans Bellmer: duplici teste che sporgono da un solo collo, arti raddoppiati, spostati o mutilati, in una materia carnale duttile che dichiara una perfetta coerenza con un concetto di rappresentazione che pone trova la sua origine non nello scatto, ma nella sua post produzione digitale.

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Allora è negli artisti che bisogna confidare per ritrovare un senso all’immagine corporea? Sì, se le loro opere sono una esse stesse una reazione alla presenza dell’altro, e non solo una mera constatazione di questa. Ancora, i Crani di Antonio Biasiucci affrontano l’uomo ricercandolo nella sua essenza freddamente terrena, ciò che rimane della vita dopo la completa consunzione della carne, astraendola nella sua schietta materialità. Visioni che elaborano quel residuo di alterità, di un dis-umano insito nelle pieghe dell’umanità, operando per sottrazione di identità, contesti, storie.

Altrove i ritratti sembrano nutrirsi proprio delle situazioni in cui sono collocati, e le facce acquistano significato in quanto testimoni di precise circostanze. I visi degli anarchici schedati tra la fine dell’ 800 e l’inizio del secolo scorso, conservati nell’Archivio di Stato, i Beats di Larry Fink, in definitiva facce, facce, facce, e la comune sensazione che di nuovo ritorni il sopracitato problema odierno di essere capaci di ascoltare le parole che vogliono dirci questi volti, o se questi riescano realmente a comunicarci qualcosa, e decidere a quali offrire i propri occhi, data l’inevitabile esigenza di selezione. Se sia una questione di educazione allo sguardo dello spettatore, o al contrario di capacità di chi ritrae di attirare la sua attenzione è argomento scivoloso, dai confini incerti; ciò che è possibile trarne è però la solida convinzione che il volto umano non acquisti un valore o un senso solamente per il suo essere visibile: è solo quando smette di essere una faccia per divenire altro, che l’immagine – e per estensione, un festival di fotografia – acquista un significato efficace.

Da DoppioZero

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Roma 2014/ Tre tocchi – Marco Risi

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Tre tocchi è puro caos: una confusione di personaggi e situazioni costretti a forza a condividere lo stesso spazio filmico, entro un rabberciato concentramento di voci. L’unico filo conduttore rintracciabile è un’audizione importante cui tentano di partecipano tutti i protagonisti, un gruppo di attori di varia età e fama che si incontra periodicamente nello spogliatoio del campo dove si allenano a calcio. Questo prezioso provino, potenziale trampolino di lancio per la terra dorata del successo, viene provato, ripetuto e interpretato continuamente per tutto il film, facendosi portavoce della comune angoscia di vivere che avvicina i personaggi invischiati in relazioni egoiste e morbose. La medesima pulsione sessuale si concretizza in fantasie omosessuali, o amplessi freddi e violenti, ed è in tale senso il film di Marco Risi si caratterizza come un’opera profondamente maschile, secondo il significato più scadente della parola. Le donne con cui si confrontano Max, Leandro, Emiliano, Vincenzo, Antonio e Gilles sono figure che non vengono mai comprese – nemmeno dal regista – esponendo un corpo considerato disponibile anche oltre ogni rifiuto; caratteristica peraltro questa che impedisce ogni possibile immedesimazione con i protagonisti, troppo egocentrici e presi dai propri impulsi per fare un passo verso l’Altro, o conquistare l’attenzione del pubblico.

Cosa resta di Tre Tocchi allora se non uno sfogo pulsionale tanto urgente quanto vomitato sullo schermo, fatto di sogni erotici e coiti gelidi giustificati da una nemmeno tanto latente disperazione – che guardacaso riguarda solo gli uomini e non le donne che li circondano? Nient’altro, dal momento che il contenuto emotivo poggia su una struttura narrativa davvero troppo esile. Così perfino il dato sociale suggerito dal film si trasforma in un lungo elenco di macchiette, che si discostano dalle figure che probabilmente Risi pensava di raccontare; l’esistenza mediamente frustrante dell’attore che si trovi a vivere e lavorare oggi in Italia, diviso fra lavori impegnati scarsamente considerati e, quando si è fortunati, esperienze televisive, perde, filtrata dall’occhio miope del regista, ogni spessore, per accontentarsi di bozzetti malamente disegnati.

Una serie di camei importanti – Luca Argentero, Claudio Santamaria,Valentina Ludovini e perfino un Paolo Sorrentino assunto a simbolo del regista di talento da conquistare – supporta ed enfatizza il lavoro degli interpreti, ma se l’intento di Risi era di descrivere un mondo che certamente per nascita e curriculum conosce bene, tale esperienza non è integrata da un racconto efficace, o che si possa definire almeno empatico. Il film soccombe sotto la pesantezza di un numero eccessivo di protagonisti, peraltro infelicemente resi, lasciando un gusto amaro in bocca, e un certo fastidio per alcune scene risolte rifugiandosi nella caricatura puerile o, al contrario, nell’esplosione emotiva, che non sorretta da un adeguato sentimento di comprensione per i personaggi risulta perlopiù prepotente, meschina e autoassolutoria. E così, vien persa ogni possibilità di penetrare questa latente depressione, questo continuo senso di colpa per cosa si è diventati, e la sotterranea speranza insensata di potercela ancora fare: lasciando solo noia e, unica emozione, una leggera irritazione.

Da PointBlank

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Roma 2014/ Buoni a nulla – Gianni De Gregorio

foto di Fabrizio Di Giulio

Usciti dalla visione di Buoni a nulla si resta un poco perplessi, incerti su come definire la costruzione narrativa del film. Incerto sul limite tra slapstick e commedia, l’opera di Gianni Di Gregorio traballa in cerca di una propria identità, ma i margini del film sono troppo slabbrati per contenere una struttura coerente. L’idea di base era certamente interessante: rappresentare la parabola dell’uomo mite costantemente soggetto alle prevaricazioni altrui, e il suo conseguente tentativo di rivalsa, descrivendo una particolare filosofia di vita. Nella vicenda di Gianni – ennesimo alter ego del regista – impiegato prossimo alla pensione che si vede costretto ad accettare altri tre anni in azienda a causa della recente riforma lavorativa, c’è tutta la potenziale amara ironia di una secolare pazienza tradotta in continui vessamenti. Laddove modernità significa prepotenza, l’antico stile della calma, dedito al godimento dei piaceri o diversamente, all’incontro verso gli altri, è sinonimo di debolezza e stupidità, anche quando si nasconde nelle persone più preparate o più gentili. Gemello involontario di Gianni è Marco, compagno nella nuova sede di lavoro, che attempone ai propri bisogni le esigenze altrui, sobbarcandosi il lavoro di colleghi altrimenti incapaci di eseguire i propri compiti. In seguito a uno svenimento Gianni decide di scoprire da quale malessere è affetto, per concludere che il problema è mentale e non fisico. Per guarire inizia a dire i no che si è sempre tenuti chiusi in bocca, imparando a trarre il buono dalla situazioni anche quando ciò significa mettere in difficoltà gli altri. La ripresa è immediata: sul piano lavorativo e sentimentale tutto si volge al meglio, motivo per il quale l’uomo esaltato dal proprio successo prova a convertire al proprio metodo l’amico collega, ottenendone però risultati ben più deludenti; ma la reiterata abitudine a mostrarsi sicuro di sé rischia di mettere in crisi proprio i rapporti personali che aveva aiutato a costruire.

Qui e lì si coglie in Buoni a Nulla una parvenza di sincero sentimento, purtroppo sopraffatto da un’eccessiva tendenza macchiettistica che propende per il ritratto stereotipato, dal tratto grosso, di personaggi troppo caricati per essere verosimili. La vecchia vicina di casa petulante, l’impiegata sensuale che affida il proprio lavoro ai colleghi che ne subiscono il fascino, vuota (ma non troppo), il dentista santone-psicologo, l’amico buono ma debole, sono tutti caratteri che richiamano l’immaginario dello spettatore ma non offrono nulla più di un mero spunto di intrattenimento. Ma anche qualora si voglia ascrivere al film di De Gregorio una funzione umoristica bisogna però riconoscervi in questo caso un uso troppo scontato delle classiche figure caricaturali, offerte da interpreti costretti a recitare ruoli monotematici. Ed è un peccato, perché nei protagonisti del film era possibile intravedere una possibile evoluzione del discorso sull’anima di un popolo, che nella sua mollezza trova sia il suo pregio che il suo limite. Al suo posto un’opera ugualmente rilassata, che si compiace giusto di rallegrare con leggerezza il suo pubblico; solo che divertimento e interesse sono ora diluiti qua e là.

Da PointBlank

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