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Via dalla pazza folla – Thomas Vinterberg (2015)

Via dalla pazza folla recensione film

” All’inizio di Via dalla pazza folla la protagonista, Bathsheba Everdene si descrive come “troppo indipendente”. Visto il contesto in cui si muove, l’Inghilterra rurale di fine Ottocento, quel “troppo” è perfettamente comprensibile, ma Bathsebea non se ne cura: ereditata la fattoria di suo zio, è intenzionata a farne un’azienda fiorente di cui sarà, senza alcun marito in mezzo, la padrona. Difatti la giovane rifiuta tutti gli appassionati pretendenti, dal fedele pastore Gabriel Oak, al distinto vicino William Bolwood, accomunati dall’incapacità di fare una richiesta di matrimonio senza citare il nutrito numero di oggetti che saranno garantiti alla sposa. Cederà all’unico che le prometterà passione, il tenebroso tenente Troy. Dietro la maschera di uomo dissoluto, il neo marito nasconde però un passato sentimentale straziante.

Il topos narrativo centrale nel romanzo di Thomas Hardy, da cui il regista Thomas Vinterberg ha tratto questo nuovo adattamento cinematografico – famoso quello del 1967 di John Schlesinger – riguarda le difficoltà di una giovane ragazza molto intelligente ed emancipata, nel realizzare concretamente il proprio ideale di esistenza autodeterminata, con tutti gli ostacoli che ne possono derivare: come quello di sposare l’uomo sbagliato.” continua su Pb

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Suite Francese – Saul Dibb (2015)

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“A pensarci adesso sembra assurdo, ma dieci anni fa in Italia non si sapeva nemmeno chi fosse Irene Nemirovsky. Solo la tardiva quanto provvidenziale pubblicazione nel 2005 da parte della casa editrice Adelphi di Suite Francese, opera inedita riscoperta un anno prima in Francia, aveva rivelato un prodigioso talento letterario che la Storia era quasi riuscita a dissimulare. Ora che le librerie traboccano dei romanzi e racconti della scrittrice, nata in Ucraina, vissuta in Francia e morta in un campo di concentramento a nemmeno quarant’anni, sono venute alla luce anche le origini rocambolesche del suo romanzo più celebre, rimasto prima chiuso in una valigia e poi conservato senza mai essere letto dalla sua primogenita, Denise, convinta che si trattasse di un diario materno troppo doloroso per essere affrontato. Avendo concordato però, negli anni Novanta, di donare il manoscritto a un archivio francese, la figlia si decide infine di dattilografarlo, scoprendo un’opera molto diversa da quella che immaginava.” continua su Pb

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Nessuno si salva da solo – Sergio Castellitto (2015)

(Avviso ai lettori: da oggi, per motivi legati all’indicizzazione di Google, tutti i miei articoli per PointBlank saranno pubblicati solo parzialmente per poi reinviare per una completa lettura al sito originale. Questo blog è un archivio, ma ci tengo che i siti per cui scrivo sopravvivano e vengano letti quindi questo è quanto; se poi ogni tanto cliccate sui banner pubblicitari mi fate un ulteriore favore. Grazie Mille)!

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“Possiamo immaginare, fra il serio e il faceto, le discussioni della squadra Castellitto-Mazzantini al riguardo dell’adattamento cinematografico del libro scritto da lei; un processo lavorativo questo, peraltro ormai rodato, dato che Nessuno si salva da solo è già il terzo volume scritto da Margaret che la coppia porta sul grande schermo. Le buone intenzioni, in fase di scrittura, non saranno certo mancate: ci sarà stata una gran voglia di raccontare con realismo la bellezza e la difficoltà dell’amarsi e del crescere una famiglia, incarnandole nella storia di Gae (Riccardo Scamarcio) e Delia (Jasmine Trinca) che si innamorano, si sposano e poi si allontanano, finendo col litigare – e piangere – al tavolo di un ristorante sui cocci di un’amore che sembra ormai finito.” continua su Pb

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Appunti su Argo e la bellezza dell’America “malgrado tutto”

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Argo è l’ennesima testimonianza, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, di come il genere patriottico americano cinematografico si sia da anni ribaltato a favore di una indispensabile autocratica, pena la credibilità della pellicola. Basti pensare ad altri film simili e recenti, da Django a Zero Dark Thirty: raccontare l’America oggi significa raccontarne in primis gli errori.

I rifugiati che Ben Affleck deve salvare in Iran sono infatti ridotti in tale situazione a causa della rabbia di un popolo provato da una dittatura sanguinaria, quella di Reza Pahlavi, insediatosi grazie al governo americano, cui hanno risposto con una controdittatura non meno feroce. (E viene molto da pensare, visto che Italia ultimamente la Rivoluzione viene invocata, con la rabbia di chi non ce la fa più, da più e più parti ).
Allora la narrazione si trasforma nella storia di ciò che malgrado pesantissime contraddizioni, c’è ancora di giusto nella cultura americana, ; ma se questo sia il preludio a una vera riflessione, ancora immatura, o piuttosto a una mera giustificazione, non è ancora chiarissimo da quel che si vede al cinema. Sempre meglio di John Wayne, questo è certo.

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Anna Karenina – Joe Wright (2012)

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Anna Karenina è un film di un’esuberanza teatrale quasi schiacciante. Non che il gusto della pura rappresentazione non contraddistingua già Joe Wright che qui, con Keira Knightley oramai  sua attrice feticcio, ritorna a un classico letterario. Laddove era la vivace e sobria Inghilterra di Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen qui protagonista è il dramma di Tolstoj, racconto del cupo abisso di una donna attraente e ammirata mutatasi in paria sociale nel momento in cui osa affermare i sentimenti oltre le convenzioni. Wright rinnova il suo interesse per la psicologia femminile che fa delle donne le uniche protagoniste dei suoi lavori, ma mettendo qui  al primo posto l’estetica degli eventi, più che il suo racconto.

Non scene, ma quadri in movimento; non narrazione ma gusto della rappresentazione. La natura teatrale si rivela apertamente nella presenza di fondali e quinte, né i personaggi sono avulsi dal ruolo di semplice comparse sulla scena. Di volta in volta danzanti o immobili, manichini di una lanterna magica.

Ma godere dell’allestimento, delle coreografie e delle scenografie non basta a fare di Anna Karenina un film godibile quanto anche ingombrante nel suo voler essere più guardato, che compreso, riducendo una tragedia umana a un puro esercizio visivo di stile fine a se stesso.

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Fantine – I Dreamed a Dream

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Les Miserables è un film lungo, pomposo, quasi caricaturale. Ma Anne Hathaway crea una Fantine sconvolgente, che toglie il respiro: quasi cent’anni dopo riporta sullo schermo la capacità di Reneé Falconetti di usare ogni  lineamento del volto, ogni sguardo, ogni lacrima, per comunicare dolore, speranza, rabbia e gioia come fece nella Passione di Giovanna D’Arco. Da brividi, da lacrime; pura empatia.

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In Darkness – Agnieszka Holland (2011)

Sappiamo già dall’inizio che In Darkness non attirerà orde di spettatori in sala: ancora – e su questo “ancora” torneremo in seguito – l’Olocausto, stavolta durante l’occupazione nazista in Polonia, ancora un Giusto, come i ben più noti Oscar Schindler e il nostrano Giorgio Perlasca, che in ogni modo tenta di salvare il suo gruppo di ebrei dalla morte. E non soltanto dato che tutto questo avviene nell’oscurità reale, suggerita dal titolo, delle fogne, un labirinto d’acqua, vicoli e topi che è luogo di quasi tutti gli eventi del film. Ma sarebbe un peccato, perché quel ”ancora” non significa nulla di ripetitivo e già visto, e grattando sotto la superficie del dramma storico si può assistere a uno stupefacente compendio di tutte le emozioni che regolano la vita umana. Continua a leggere

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