Archivi tag: Genitori

Quel Che Sapeva Maisie – Scott McGehee & David Siegel (2013)

WMK_JW_12948

Negli ultimi decenni, complice la graduale ma inarrestabile frantumazione del nucleo familiare, siamo diventati tolleranti, per non dire cinici, nel giudicare l’esperienza del divorzio in relazione ai figli, dimenticando come solo pochi anni fa avere genitori divisi costituisse non solo uno stigma sociale ma, per quei bambini che diventavano monete di scambio o oggetti del contendere, la frattura di un’antica sicurezza ormai perduta per sempre. In Quel che sapeva Maisie, adattamento ai giorni d’oggi dall’omonimo romanzo di Henry James, è proprio lo sguardo di una bambina, Maisie, che tutto vede senza parlare, a descrivere gli avvenimenti seguenti la rottura fra la madre, un’emotiva Julianne Moore persa fra la figlia e gli eccessi di una vita da rockstar che mal si adegua alle sue responsabilità familiari, e un padre affettuoso ma poco presente. Per rifarsi una vita di facciata, o cercare inconsciamente qualcuno che si prenda cura della piccola, entrambi i genitori rapidamente si risposano con due compagni più giovani, per poi abbandonarli a se stessi insieme a Maisie e tornare a dedicarsi al lavoro, mentre la bambina, sballottata fra case nuove e camere diversamente addobbate, cerca di trovare un equilibrio precario affezionandosi ai rispettivi patrigno e matrigna.

Lo sguardo dei registi, Scott McGehee e David Siegel, parte dal presupposto che pur nel dolore un bambino non possa avere piena coscienza della tragedia come un adulto, e pertanto malgrado i contenuti Quel che sapeva Maisie si profila come una commedia, o meglio, un film drammatico ripetutamente alleggerito dal candore della protagonista che trova sollievo dalla solitudine nelle piccole gioie che il giorno può offrirle in forma di un gioco, una passeggiata lieve, una stretta di mano. Ma per quanto possa sembrar più facile dimenticare da piccoli, è invece vero il contrario, ovvero che i bambini non solo assorbono tutto, ma il peso che si portano dietro in età adulta è più intollerabile dei contrasti vissuti da grandi: così in realtà, quel che succede a Maisie è una vera e propria catastrofe di cui lei è ancora ignara – a differenza di noi spettatori –, una fine del mondo con i conseguenti primi, incerti passi sulla macerie che ne restano, fatte dei frammenti di quelle figure una volta granitiche che sono il padre e la madre. Il film soffre qui di una costruzione eccessivamente stereotipata degli opposti, costruita su questi genitori così egoisti, fragili e distratti, per quanti affettuosi, e i loro sostituti generosi, dediti, e forse più disponibili solo perché ancora giovani, liberi, e non piegati dai desideri contraddittori offerti dall’esistenza. Troppo facile raccontare un divorzio come la somma dell’incapacità dei partner di capirsi, ascoltarsi, avere pazienza, e troppo facile pensare che per essere genitori e occuparsi dei figli basti davvero poco. Ma se le figure adulte che circondano la protagonista sono troppo vaghe per meritare compassione o il disprezzo, è nella caratterizzazione della piccola Maisie, tanto dolce e mite da ispirare commozione, che Quel che sapeva Maisie trova la sua forza. Fa quasi rabbia che la bambina non possa parlare, anche se forse le sue parole sarebbero inadatte a descrivere ciò che vive, eppure bastano gli occhi a raccontare lo smarrimento che è forse la chiave per penetrare nel suo dramma. Maisie non è ancora grande abbastanza per essere arrabbiata, per perdonare, né per rinfacciare o chiedere spiegazioni, tutto ciò che riesce fare è avere paura, delle persone sconosciute che la vengono a prendere a scuola e dei genitori che esibiscono un’inedita maschera di rancore e violenza in sua presenza, e come risposta cerca di aggrapparsi ai piccoli brandelli di serenità che riesce a strappare nella sua caduta nell’abisso, il che basta per intuire una futura personalità pronta a vivere momento per momento giacché non si può contare su nulla di più solido. Di fronte a questa calcolata ferita inferta a un personaggio così innocente non si può rimanere indifferenti, malgrado tutte le pecche del racconto, e se il film fallisce nell’offrire personaggi autentici non manca però di lasciare una lanciante tristezza che sta nell’esser piccoli e tuttavia già costretti a farsi forti, quando invece la vita dovrebbe essere ancora solo gioco, risate, e il tenero calore del rifugio familiare che ogni paura sa cacciare via con un abbraccio.

Da PointBlank

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Cinema

Sul mito della paternità assente: diamo visibilità anche ai padri

fullscreen_pc

Che ci piaccia o meno, la nostra società è, per quanto concerne la concezione di famiglia, sulla soglia di un cambiamento epocale. Fenomeni come le lotte civili e le rivendicazioni da parte dei gruppi attivisti LGBTQI indicano che non è più possibile credere che la genitorialità eterosessuale consista anche nell’offrire specifici ruoli di genere di riferimento ai figli. Questa concezione è destinata ad essere sostituita dall’idea universalmente accettabile che essere genitori significa semplicemente amare e prendersi cura dei propri figli, nulla di più, nulla di meno. Se dunque le cose stanno cambiando, bisogna anche tornare ai due addendi originari della faccenda, madre e padre, e chiederci se il nostro immaginario culturale non abbia costruito sopra questi un’immagine troppo limitata.

Ancora oggi, soprattutto nel nostro paese, tradizionalmente la madre “vale più del padre” in termini di affetto, protezione e attenzione, anche se questo poi non si concretizza in politiche sociali realmente utili a reggere il peso economico del sostentamento familiare. Stranamente, solo nel dibattito sull’aborto si toglie alla donna l’esclusivo diritto decisionale che le appartiene, trattandosi del suo corpo; altrimenti i figli sono affari solo delle madri. Lo si vede per esempio nel dibattito sulla scelta delle donne fra famiglia e lavoro, o nella normalità con cui viene insegnato alle bambine a giocare con i bambolotti già calandosi nei panni di future allevatrici, mentre i maschi si vedono negare il medesimo approccio. Se la mamma è sempre la mamma, il papà non è mai troppo un papà.

A guardarmi in giro, però, le cose non tornano affatto. Innanzitutto perché ci sono ragazze come me, e molte altre mie conoscenti, che non hanno problemi a confessarsi “innamorate” dei propri padri. È un amore a volte ricambiato, a volte fuggito, ma incontestabilmente reale, malgrado si parli più spesso del complesso di Edipo che quello di Elettra. Non si può perciò contestare il fatto che la figura paterna, assente o presente che sia, abbia un peso centrale nell’edificazione del carattere di ogni individuo, similarmente a quella materna. C’è la questione fisica, certo, della gravidanza e dell’allattamento: la donna cresce il bambino dentro di sé e nel primo periodo della vita, rappresenta un’esclusiva fonte di nutrimento. Facile allora relegare l’uomo a “cosa inutile”, anche se il fenomeno della depressione femminile post partum dimostra come, in realtà, una madre, lasciata sola nel proprio compito, non riesca sempre a sopportarne tutte le responsabilità. Ma i neonati si cibano di latte e affetto, e quest’ultima è una cosa che può essere elargita da chiunque. Il padre si cristallizza idealmente nella cultura solo come una figura cerebrale, distante. È un severo emissario della Legge, colui che pone regole e limiti, che insegna il dovere, mentre la donna si vede assegnato l’impegno dell’espressione amorosa.

La sproporzione di considerazione verso la figura materna e paterna trova origine anche nei vantaggi di una lettura popolare che costringe le donne a farsi interamente carico del ruolo della madre di famiglia trasfigurato come destino stesso del sesso femminile, che a tale futuro deve essere preparato ed educato senza che nessun altra distrazione esistenziale lo distolga dalla via maestra, mentre agli uomini si insegna a portare a casa la pagnotta. È una responsabilità immensa contrapposta a un impegno inferiore: si può essere dei cattivi padri, ma sbagliare come madri è una colpa senza appello.

Cercando di addentrarmi nei complessi testi di legge sulle politiche familiari italiane ho scoperto che fino al 2012, anno della riforma Fornero, il padre non aveva diritto al congedo di paternità – relativo al tempo subito successivo alla nascita del bambino – ma poteva avvalersi di quello materno in caso si vedesse affidare esclusivamente il figlio per abbandono, morte o malattia della madre (legge 9 dicembre 1977, n. 903, art. 6-bis, commi 1 e 2). In poche parole, lo stato riconosceva il valore del suo ruolo solo quando rimaneva l’unico genitore esistente. Per quanto riguarda il congedo parentale, entro i primi otto anni di vita del bambino entrambi i genitori possono astenersi dal lavoro per un massimo ognuno di sei mesi. Anche il Testo Unico Maternità/Paternità (decreto legislativo n. 151 del 26 marzo 2001) non vedeva grosse modifiche riguardo i diritti del padre dopo la nascita. Dal 2012 qualcosa è cambiato: in misura sperimentale fino al 2015 il padre ha ora diritto a 1 giorno di congedo di paternità obbligatorio retribuito in aggiunta a quello materno, mentre può avvalersi di 1 o 2 giorni di congedo facoltativo retribuito in sostituzione degli altrettanti giorni di cui la madre sceglie di non usufruire (legge 28 giugno 2012, n. 92, art. 4, comma 24 e seguenti). La differenza, è di 5 mesi per la madre – 2 prima del parto e 3 dopo la nascita – e massimo 3 giorni per il padre, da ciò se ne deduce in Italia essere genitori è considerata ancora un’esperienza massimamente femminile.

Non è solo la nostra intima concezione di figli a raccontarci una storia diversa; è il presente che ci indica un altro stato di cose, non solo con il racconto in prima persona della paternità – si veda ad esempio il divertente blog de Il Mammo, il cui titolo però rimanda, in effetti, sempre all’idea di una genitorialità femminile – ma anche con la questione delicata dei diritti dei padri separati, tema purtroppo spesso strumentalizzato allo scopo di attribuire alla natura delle donne i peggiori difetti del proprio sesso. Parlare poco di questo argomento rischia di rendere ancora più difficile per gli uomini che iniziano l’avventura di genitore la ricerca di punti di riferimento, nella stessa misura in cui l’esagerato proliferare del mito della maternità e dell’immenso mare d’amore femminile può costituire un peso di aspettative troppo grave per chi diventa madre. I padri ci sono, valgono, ci lasciano sempre qualcosa nel bene e nel male; possono distruggere la vita come illuminarla, a volte finiamo per cercarli nelle persone di cui ci innamoriamo, o finiscono per rappresentare la nostra idea di maschilità; perfino la loro assenza può diventare un’eredità da portarsi dietro. Se insisteremo nel tralasciare anche questa parte della storia, vedremo pregiudicata la nostra capacità di comprendere appieno le nostre vite.

Da SoftRevolution

 

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Società