Archivi tag: Infanzia

Teneramente folle – Maya Forbes (2015)

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“La complessità dell’esistenza è una nozione che necessariamente si apprende solo crescendo; inevitabile quindi che durante l’infanzia tutto ciò che esula dai semplici schemi puerili venga percepito come anormale o insano. La famiglia, che all’inizio costituisce la totalità del mondo conosciuto dal bambino, può rivelarsi, nel primo confronto con l’ambiente esterno, foriera di contraddizioni e assurdità che spaventano e imbarazzano. Solo dopo un percorso non scevro da rabbia e rifiuto dei propri genitori ci si potrà accorgere da grandi che ogni nucleo familiare nasconde i suoi segreti dolorosi: in altri termini, moltissime famiglie possiedono una dose specifica di follia.

Maya Forbes aveva un padre davvero molto speciale: oltre ogni definizione generica, Cameron Forbers era realmente un uomo particolare, in quanto affetto da un disturbo bipolare che ne faceva un maniaco depressivo. Negli anni Sessanta questo non gli aveva impedito di sposarsi e mettere al mondo due figlie, fino a che l’ennesimo licenziamento, a causa dei suoi comportamenti violenti, non convinse la moglie a lasciarlo e cercare un lavoro che non riusciva a trovare. Unica soluzione rimasta fu tornare a studiare, per ottenere un master che facesse da lasciapassare a un futuro stipendio perlomeno dignitoso. In attesa che la moglie finisse l’università per tornare a casa, toccò a Cam (Mark Ruffalo), reduce da un esaurimento nervoso, prendersi cura delle figlie piccole: soprattutto, farlo malgrado la propria malattia.” continua su Pb

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Quel Che Sapeva Maisie – Scott McGehee & David Siegel (2013)

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Negli ultimi decenni, complice la graduale ma inarrestabile frantumazione del nucleo familiare, siamo diventati tolleranti, per non dire cinici, nel giudicare l’esperienza del divorzio in relazione ai figli, dimenticando come solo pochi anni fa avere genitori divisi costituisse non solo uno stigma sociale ma, per quei bambini che diventavano monete di scambio o oggetti del contendere, la frattura di un’antica sicurezza ormai perduta per sempre. In Quel che sapeva Maisie, adattamento ai giorni d’oggi dall’omonimo romanzo di Henry James, è proprio lo sguardo di una bambina, Maisie, che tutto vede senza parlare, a descrivere gli avvenimenti seguenti la rottura fra la madre, un’emotiva Julianne Moore persa fra la figlia e gli eccessi di una vita da rockstar che mal si adegua alle sue responsabilità familiari, e un padre affettuoso ma poco presente. Per rifarsi una vita di facciata, o cercare inconsciamente qualcuno che si prenda cura della piccola, entrambi i genitori rapidamente si risposano con due compagni più giovani, per poi abbandonarli a se stessi insieme a Maisie e tornare a dedicarsi al lavoro, mentre la bambina, sballottata fra case nuove e camere diversamente addobbate, cerca di trovare un equilibrio precario affezionandosi ai rispettivi patrigno e matrigna.

Lo sguardo dei registi, Scott McGehee e David Siegel, parte dal presupposto che pur nel dolore un bambino non possa avere piena coscienza della tragedia come un adulto, e pertanto malgrado i contenuti Quel che sapeva Maisie si profila come una commedia, o meglio, un film drammatico ripetutamente alleggerito dal candore della protagonista che trova sollievo dalla solitudine nelle piccole gioie che il giorno può offrirle in forma di un gioco, una passeggiata lieve, una stretta di mano. Ma per quanto possa sembrar più facile dimenticare da piccoli, è invece vero il contrario, ovvero che i bambini non solo assorbono tutto, ma il peso che si portano dietro in età adulta è più intollerabile dei contrasti vissuti da grandi: così in realtà, quel che succede a Maisie è una vera e propria catastrofe di cui lei è ancora ignara – a differenza di noi spettatori –, una fine del mondo con i conseguenti primi, incerti passi sulla macerie che ne restano, fatte dei frammenti di quelle figure una volta granitiche che sono il padre e la madre. Il film soffre qui di una costruzione eccessivamente stereotipata degli opposti, costruita su questi genitori così egoisti, fragili e distratti, per quanti affettuosi, e i loro sostituti generosi, dediti, e forse più disponibili solo perché ancora giovani, liberi, e non piegati dai desideri contraddittori offerti dall’esistenza. Troppo facile raccontare un divorzio come la somma dell’incapacità dei partner di capirsi, ascoltarsi, avere pazienza, e troppo facile pensare che per essere genitori e occuparsi dei figli basti davvero poco. Ma se le figure adulte che circondano la protagonista sono troppo vaghe per meritare compassione o il disprezzo, è nella caratterizzazione della piccola Maisie, tanto dolce e mite da ispirare commozione, che Quel che sapeva Maisie trova la sua forza. Fa quasi rabbia che la bambina non possa parlare, anche se forse le sue parole sarebbero inadatte a descrivere ciò che vive, eppure bastano gli occhi a raccontare lo smarrimento che è forse la chiave per penetrare nel suo dramma. Maisie non è ancora grande abbastanza per essere arrabbiata, per perdonare, né per rinfacciare o chiedere spiegazioni, tutto ciò che riesce fare è avere paura, delle persone sconosciute che la vengono a prendere a scuola e dei genitori che esibiscono un’inedita maschera di rancore e violenza in sua presenza, e come risposta cerca di aggrapparsi ai piccoli brandelli di serenità che riesce a strappare nella sua caduta nell’abisso, il che basta per intuire una futura personalità pronta a vivere momento per momento giacché non si può contare su nulla di più solido. Di fronte a questa calcolata ferita inferta a un personaggio così innocente non si può rimanere indifferenti, malgrado tutte le pecche del racconto, e se il film fallisce nell’offrire personaggi autentici non manca però di lasciare una lanciante tristezza che sta nell’esser piccoli e tuttavia già costretti a farsi forti, quando invece la vita dovrebbe essere ancora solo gioco, risate, e il tenero calore del rifugio familiare che ogni paura sa cacciare via con un abbraccio.

Da PointBlank

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Pinterest e le Favole per Bambini (Cose BELLE!)

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Grazie a 823543* ho scoperto che Pinterest è un archivio inesauribile di immagini che in confronto Google Images è una bettola. Dopo aver cercato per ore foto di vestitini, reggicalze, e capelli ricci mi sono aperta una bacheca a parte per raccogliere tutte le illustrazioni per bambini che mi piacciono. Per la cronaca io AMO le fiabe e i racconti per bambini, ne amo la parte narrativa e quella visiva: credo che sia un’arte che in virtù della propria libertà espressiva può raggiungere vette altissime. Ci sono storie e immagini buffe, belle, commoventi e tutte sono bellissime.  Adesso posso guardarle e raccontarmi le favole della buonanotte. 

Qui la mia raccolta in continuo divenire.

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Roma Film Festival 2013/ Like Father Like Son – Hirokazu Kore-Eda

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Like Father Like Son parte da una domanda di non facile soluzione: cosa rende genitori e cosa rende figli? Ryota non avrebbe dubbi: è il legame di sangue. Per questo, quando scopre con sua moglie Midori che il loro bambino Keita non è “loro” figlio a causa di uno scambio di neonati in ospedale, inizia subito le pratiche per riavere il suo vero primogenito, cresciuto in una famiglia numerosa, di estrazione sociale inferiore, dove il baccano e l’allegria sono all’ordine del giorno. “Questo spiega tutto” si dice l’uomo: ecco perché Keita era così tranquillo, così poco interessato alla competizione e alla vittoria. In poche parole, diverso da lui. Il sangue ha diritti che nessun affetto può prevaricare, quindi i due bambini andranno ognuno nella famiglia e nella casa cui erano destinati, non importa quante abitudini e legami dovranno abbandonare.

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13/08/05

tra mille anni tutti i problemi e le controversie e i dibattiti di questa società non vorranno più dire nulla

rimarranno solo i sassi che qualcuno tirò per terra per ricordarsi la strada di casa,   ripercorsi all’indietro da qualcun’altro.

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30/06/08

(stanca)
le stanze della memoria hanno pareti mobili,
che si spostano ad ogni istante
lasciando le linee fragili di ciò che é già andato
cosìcché ogni visitatore possa avere la sensazione,
pur rimanendo immobile,
di star percorrendo un lungo corridoio;
si bussa a un stanza che già si é spostata oltre,
come un gioco di cubi
per smarrirsi in alloggi nuovi o dimenticati
a ritroso nel pensiero. dagli interstizi delle mattonelle arrivano voce confuse,
i riflessi dalle finestre contengono volti che svaniscono come impronte sul vetro
singhiozza il tetto,
si ricostruiscono case andate a pezzi .

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13/01/07

L’infanzia non ha numeri. È, nel ricordo, un tutt’uno di date, il tempo non è lineare, non esistono i singoli anni. Non mi ricordo cosa ho fatto a 7, 8 anni, rispetto ai 9, non so associare i fatti a un momento specifico, è come se tutto fosse accaduto ininterrottamente. So solo che ero bambina, ma non so quando.
C’è sempre stata la notte, anche nella mia infanzia: Continua a leggere

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