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Le Meraviglie – Alice Rohrwacher (2014)

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Immersa nella campagna la famiglia di Gelsomina, non si sa se per tradizione familiare o per fuga dalla città, si è adagiata al ritmo ripetitivo delle giornate lavorative a spremere dalla terra i suoi frutti per rivenderli. In particolare la ragazza, ormai adolescente, si è specializzata nell’apicoltura: il riconoscere lo stato di salute delle api, accarezzarle dalle dita e perfino, come una dea campestre, saperle far fuoriuscire dalle labbra come se le partorisse dal grembo della sua stessa bocca. Ma a 12 anni si ha voglia di vivere nuove esperienze, di divertirsi e non lavorare sempre e solo perché, essendo la maggiore di quattro figlie, si è costrette a impersonare il ruolo dell’erede maschile che il padre non ha mai avuto. Un invito verso le lusinghe del mondo esterno arriva dalla fata Milly Catena, che come la fata turchina ha capelli chiarissimi e parla con voce flautata: in realtà è la conduttrice, con tanto di parrucca e abiti di scena, di un programma televisivo che vuole premiare le famiglie del posto che meglio con il loro lavoro conservano l’atmosfera antica di un tempo in cui la terra era madre fertile che allattava con carne, miele, frutta e verdura i suoi figli; il tempo arcadico, ideale, in cui l’Italia era ancora ilpaese delle meraviglie.

Un padre innamorato ferocemente della propria primogenita che considera l’erede della sua terra e della sua sapienza, spaventato che possa rifiutare di divenire l’ape regina del regno che vuole lasciarle; una bambina-donna che in realtà ha già impresso se stessa nello stampo della natura feconda in cui è nata, ed è pronta a essere una novella Demetra in ogni posto dove metta i piedi; il film di Alice Rohrwacher prende le distanze dal racconto attuale, malgrado i riferimenti ai problemi economici di chi, al giorno d’oggi voglia continuare nell’impresa arcaica di coltivare la terra con tutti gli ostacoli derivanti dal doversi mettere in regola con le normative odierne. La magia, catturata nello sguardo adorante che la ragazzina rivolge alla sua Fata stratruccata e imbrigliata in corpetti aderenti, è il registro fondante di un racconto che partendo dal descrivere le attività quotidiane della famiglia della protagonista gradualmente abbandona ogni interesse per il presente per rivolgersi verso un senso atemporale delle cose, quasi eterno, come la terra dalla quale Gelsomina comanda le sue sorelle più piccole e intrattiene un muto dialogo con Martin, che con il suo volto ostinatamente silenzioso le indica altre strade da intraprendere, ed è un giovane teppista preso in custodia temporanea dal padre – una sorta di progetto rieducativo – per avere due braccia forti in più sul quale fare affidamento. Facile che i media vogliano appropriarsi di questo incantamento per farne un prodotto da vendere, in fondo è proprio su questa suggestione sensoriale del paese nostrano come sede ancestrale di qualcosa che ancora non è stato consumato dal tempo che si basa l’attrazione dei turisti. Ma è materia che nella sua essenza sfugge dalle mani degli esperti del marketing, esattamente come faceva la ricerca di Dio nella prima opera della regista, Corpo Celeste, sulla fede religiosa come sostanza adulterata di compravendita di anime e voti elettorali che tentava di sgorgare nuovamente pura e dolorosa in una ragazzina spaesata. C’è bisogno, per raccontare quel qualcosa che permane nella nostra penisola bistrattata e sempre più inquinata, di uno sguardo evanescente, pronto infine ad abbandonare la coerenza dello spazio tempo e immergersi nell’immagine sempre più immaginata e sempre meno reale per tramutarsi in qualcosa che scompare, diviene invisibile, qualcosa che si è afferrato un istante per poi dissolversi, al punto da farci chiedere se ce lo siamo sognato. Come il preciso momento in cui una bambina diviene donna e si distacca dal regno del padre per costruirsi da sola il proprio reame; come la bellezza elusiva di una terra che cambia luce e volto mentre ci camminiamo sopra; e come la meraviglia, che non si fa spiegare, fermare, ma solo percepire, vento sulle guance a occhi chiusi.

Da PointBlank

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Il Venditore di Medicine – Antonio Morabito (2013)

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Informatore medico: sulla carta è colui che gira per ospedali e studi mostrando ai dottori i nuovi prodotti della propria casa farmaceutica, in pratica si garantisce con regali e favori un tot minimo di prescrizioni favorevoli alla proprio azienda. Si chiama comparaggio, un reato tristemente diffuso nel nostro paese, l’unico modo per dare visibilità a migliaia di prodotti utili solo ad aumentare gli introiti di chi li produce, farmaci formulati, con principi poco testati o pieni di effetti collaterali Non è un bel lavoro, né un modo facile di procurarsi da vivere ma a Bruno (Claudio Santamaria) aveva permesso col tempo di garantirsi una certa tranquillità economica, una casa, una moglie. Poi è arrivata la crisi, ogni sicurezza è scomparsa e sopravvivere è divenuta una guerra quotidiana contro i concorrenti, i medici onesti, quelli troppo volubili, una lotta continua fatta di prevaricazioni, lusinghe, bustarelle, mentre a casa la consorte ignara di tutto si dà da fare per mettere in cantiere un figlio che potrebbe incrinare definitivamente il fragile equilibrio su cui ondeggia l’uomo. Rimane solo un’ultima possibilità, riuscire a comprare l’importante primario di un ospedale (Marco Travaglio) e ottenere l’ordinazione dei farmaci per il cancro, i più costosi in campo medico.

Antonio Morabito rivolta il punto di vista morale dello spettatore mettendo al centro della storia un uomo qualsiasi, né cattivo né avido, solo disperato, per cui si finisce per parteggiare, benché le sue azioni significhino truffa, corruzione e un probabile avvelenamento di pazienti che del tutto ingenui si affidano al volto fidato del proprio vecchio medico di base. Bruno corre da un posto all’altro, nasconde a colleghi e cari la propria paura coltivando un’immagine di professionista di successo; di fronte alla prospettiva del fallimento ogni valore morale è venuto meno, trasformandosi in un lusso. Raccontare la sua storia di derelitto significa fare luce su quella parte di paese messa da parte in favore di una semplicistica divisione del popolo in buoni e cattivi, vittime e carnefici (inutile chiedere a se stessi in quale categoria pensiamo di dover stare). Un ottimo Claudio Santamaria incarna un cittadino medio, non troppo stupido, capace di qualche slancio di bontà ma inevitabilmente dipendente dai poteri che gli procurano il cibo. Salendo di livello in livello nella gerarchia sociale c’è sempre qualcuno cui ubbidire e qualcuno da comandare, agli ordini vanno sacrificate le proprie istanze etiche perché altrimenti non si mangia, e le regole stesse non hanno valore quando non garantiscono il benessere che dovrebbero assicurare. È una guerra fra poveri dalla quale si estraniano i poteri forti che nello stesso film non appaiono mai, ma che vegliano su un esercito di soldati semplici che si azzannano l’un l’altro per un pezzo di pane. Il venditore di medicine è allora storia di un declino personale e di quello nazionale, incarnata nell’incrinatura della categoria professionale che più necessita la nostra fiducia. L’unico tassello della storia che Morabito ha dimenticato di raccontare è la reazione complessiva con cui si è reagito alla questione: un’ondata di paranoia complottista che non ha certo migliorato l’atmosfera complessiva del paese, ma, una volta caduti i punti di riferimento fondamentali, non ci poteva aspettare altro. Si può solo sperare che fra lobby fameliche di guadagni, ansiolitici prescritti ai bambini e antibiotici ingoiati come caramelle da una parte, e corse ai santoni guaritori, omeopatia e massicce dosi di vitamine dall’altra, ci sia prima o poi una luce in fondo al tunnel.

Da PointBlank

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Felice chi è Diverso – Gianni Amelio (2014)

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Si parte da molto lontano in Felice Chi è Diverso, addirittura dall’epoca fascista, per raccontare l’omosessualità maschile quando questa sulla carta non esisteva nemmeno nella società italiana: strano paradosso di una società talmente ossessionata dalla virilità di corpi – si veda, un esempio fra tanti, la costruzione dello Stadio dei Marmi a Roma – da suggerire l’ipotesi di un’omofobia di Stato necessaria a nascondere istinti poco accettabili. Una repulsione simile alla paura di un virus capace di sovvertire il paese poi incarnata, come nei peggiori incubi, nel dilagare dell’Aids negli anni Ottanta, di cui si era convinti i gay e i tossici potessero essere le sole vittime giustamente punite dei propri peccati– si veda il neo premio Oscar Matthew McConaughey, così etero, macho e texano, incredulo di fronte alla propria diagnosi sieropositiva in The Dallas Buyers Club. Da Mussolini si va fino alla più grande personalità omosessuale del nostro paese, Pier Paolo Pasolini, con il lento emergere di un non detto che nel suo primo affiorare acquistò negli anni Sessanta la forma di lato sporco, nascosto, di  parte di una comunità altrimenti perbene che aspettava la notte per esprimere i propri desideri più turpi su cui non doveva mai sorgere il sole. Articoli scandalistici, vignette sarcastiche, gag, servizi televisivi alla ricerca dello shock, un po’ di cinema, questa la copertura mediatica di un fenomeno che Gianni Amelio riporta in luce passando dalle immagini di repertorio alle voci reali di chi nelle grandi città o nei paesini, ricco o povero, scopriva di non essere come gli altri.

A che dovrebbe servire un film su una questione che formalmente si crede oggi pacificata al punto di far dichiarare taluni  nauseati dall’odierno Politicamente Corretto che si dice, ha finito per uscire dai propri argini per assegnare a una minoranza un’aura di sacro martirio? Forse a far ricredere sul reale cambiamento dei tempi. Alla conferenza stampa del film a Roma Amelio ha definito la critica dell’Hollywood Report di un film “vecchio e datato” come il miglior complimento possibile per la sua opera. Si vorrebbe sperare che sia proprio così, come in quella favola di Rodari in cui un gruppo di alunni del futuro in gita al Museo del Tempo che Fu guardano stupiti, chiusa in una teca, la parola Piangere e si chiedono cosa fosse e a cosa servisse. Ma questi vecchi anziani che si raccontano, una volta giovani ragazzi cacciati di casa, rinchiusi in manicomio, costretti a rapporti sessuale con prostitute due volte al dì per curarsi non sembrano ancora fare davvero parte di un’epoca lontana dalla nostra. C’è, in Felice Chi è Diverso, soprattutto la questione tuttora irrisolta del rapporto del maschio italiano con la propria fragilità traslata in un concetto esclusivamente femminile nel quale si vuole racchiudere tutta la vulnerabilità dell’essere umano, come esprimere le emozioni, voler bene alla propria madre, essere sensibili alla bellezza. Cosa non vera che fa torto a entrambe le due categorie sessuali, eppure molte delle storie narrate, per quanto diverse, parlano di ragazzi rifiutati dai propri padri e accettati dalle madri, coloro che invece “capiscono”, che riconoscono subito la reale natura dei figli. E l’inevitabile compassione che si prova di fronte a questi racconti è forse un buon punto di partenza, ma solo l’inizio e non la soluzione del problema, che sta nel comprendere che non c’è proprio nessun problema, e basta. Dopo tanto Passato ecco allora il volto di Aaron, un ragazzo di oggi, il presente della nostra società, che di fronte all’espressione di pietà della madre si ribella e chiede non indulgenza ma rispetto. Non resta che andare avanti, lottare e attendere, sperando di non far brutta figura di fronte agli studenti in gita di domani.

Da PointBlank

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Il pezzo mancante – Giovanni Piperno (2010)

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Certi film nascono dalle idee; altri sono il miracoloso prodotto della capacità umana di costruire proprio partendo da quello che non c’è. Ne Il Pezzo Mancante Giovanni Piperno si trova ad affrontare un tema di enorme importanza – le vicende pubbliche e private di una delle famiglie, gli Agnelli, che più hanno condizionato la storia del nostro paese – sprovvisto di qualunque mezzo adeguato alla realizzazione del progetto. Se infatti molti dei possibili interlocutori sono oggi oramai scomparsi, a gravare sulla riuscita del film concorre anche la scelta perentoria degli altri membri della famiglia a non collaborare col regista. Tale difficoltà si è però straordinariamente mutata in opportunità, e su questo vuoto di parole e ricordi Piperno ha impostato i termini della sua narrazione. Racconto che rimanda di continuo al rimosso, al celato, Il pezzo mancante sceglie consapevolmente di sostituire quella sistematica griglia di fatti storici e rivelazioni che non può permettersi di delineare, con un intreccio di piccoli aneddoti, foto, sensazioni inespresse, intuizioni solo suggerite. Continua a leggere

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