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22.11.63 (2016)

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“Per affrontare la miniserie tv 22.11.63 bisogna partire da un concetto di per sé già troppo abusato, cioè che nella realtà tutto è relativo; sopratutto quando una serie televisiva trova in un libro il suo soggetto originario, e deve continuamente confrontarsi con esso. Il progetto, che vede fra i suoi produttoriJ.J. Abrams, nasce difatti dall’omonimo romanzo di Stephen King, uno scrittore talmente sfruttato dal cinema da essersi già riservato un posto a parte nella storia cinematografica come uno dei soggettisti più prolifici. In questo senso è bene specificare che proprio nel caso di22.11.63 il ruolo di King, e del suo libro, non è quello di fornire una storia, quanto un’idea liberamente sviluppata dalla sceneggiatrice Bridget Carpenter, con un risultato finale che si allontana parecchio dal canovaccio originale. Ecco spiegato il motivo per cui, questa volta, tutto è relativo: 22.11.63 acquista una luce diversa a seconda che lo si guardi come opera autonoma o, al contrario, come un effettivo adattamento televisivo. ” continua su Pb

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Suite Francese – Saul Dibb (2015)

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“A pensarci adesso sembra assurdo, ma dieci anni fa in Italia non si sapeva nemmeno chi fosse Irene Nemirovsky. Solo la tardiva quanto provvidenziale pubblicazione nel 2005 da parte della casa editrice Adelphi di Suite Francese, opera inedita riscoperta un anno prima in Francia, aveva rivelato un prodigioso talento letterario che la Storia era quasi riuscita a dissimulare. Ora che le librerie traboccano dei romanzi e racconti della scrittrice, nata in Ucraina, vissuta in Francia e morta in un campo di concentramento a nemmeno quarant’anni, sono venute alla luce anche le origini rocambolesche del suo romanzo più celebre, rimasto prima chiuso in una valigia e poi conservato senza mai essere letto dalla sua primogenita, Denise, convinta che si trattasse di un diario materno troppo doloroso per essere affrontato. Avendo concordato però, negli anni Novanta, di donare il manoscritto a un archivio francese, la figlia si decide infine di dattilografarlo, scoprendo un’opera molto diversa da quella che immaginava.” continua su Pb

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Quel Che Sapeva Maisie – Scott McGehee & David Siegel (2013)

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Negli ultimi decenni, complice la graduale ma inarrestabile frantumazione del nucleo familiare, siamo diventati tolleranti, per non dire cinici, nel giudicare l’esperienza del divorzio in relazione ai figli, dimenticando come solo pochi anni fa avere genitori divisi costituisse non solo uno stigma sociale ma, per quei bambini che diventavano monete di scambio o oggetti del contendere, la frattura di un’antica sicurezza ormai perduta per sempre. In Quel che sapeva Maisie, adattamento ai giorni d’oggi dall’omonimo romanzo di Henry James, è proprio lo sguardo di una bambina, Maisie, che tutto vede senza parlare, a descrivere gli avvenimenti seguenti la rottura fra la madre, un’emotiva Julianne Moore persa fra la figlia e gli eccessi di una vita da rockstar che mal si adegua alle sue responsabilità familiari, e un padre affettuoso ma poco presente. Per rifarsi una vita di facciata, o cercare inconsciamente qualcuno che si prenda cura della piccola, entrambi i genitori rapidamente si risposano con due compagni più giovani, per poi abbandonarli a se stessi insieme a Maisie e tornare a dedicarsi al lavoro, mentre la bambina, sballottata fra case nuove e camere diversamente addobbate, cerca di trovare un equilibrio precario affezionandosi ai rispettivi patrigno e matrigna.

Lo sguardo dei registi, Scott McGehee e David Siegel, parte dal presupposto che pur nel dolore un bambino non possa avere piena coscienza della tragedia come un adulto, e pertanto malgrado i contenuti Quel che sapeva Maisie si profila come una commedia, o meglio, un film drammatico ripetutamente alleggerito dal candore della protagonista che trova sollievo dalla solitudine nelle piccole gioie che il giorno può offrirle in forma di un gioco, una passeggiata lieve, una stretta di mano. Ma per quanto possa sembrar più facile dimenticare da piccoli, è invece vero il contrario, ovvero che i bambini non solo assorbono tutto, ma il peso che si portano dietro in età adulta è più intollerabile dei contrasti vissuti da grandi: così in realtà, quel che succede a Maisie è una vera e propria catastrofe di cui lei è ancora ignara – a differenza di noi spettatori –, una fine del mondo con i conseguenti primi, incerti passi sulla macerie che ne restano, fatte dei frammenti di quelle figure una volta granitiche che sono il padre e la madre. Il film soffre qui di una costruzione eccessivamente stereotipata degli opposti, costruita su questi genitori così egoisti, fragili e distratti, per quanti affettuosi, e i loro sostituti generosi, dediti, e forse più disponibili solo perché ancora giovani, liberi, e non piegati dai desideri contraddittori offerti dall’esistenza. Troppo facile raccontare un divorzio come la somma dell’incapacità dei partner di capirsi, ascoltarsi, avere pazienza, e troppo facile pensare che per essere genitori e occuparsi dei figli basti davvero poco. Ma se le figure adulte che circondano la protagonista sono troppo vaghe per meritare compassione o il disprezzo, è nella caratterizzazione della piccola Maisie, tanto dolce e mite da ispirare commozione, che Quel che sapeva Maisie trova la sua forza. Fa quasi rabbia che la bambina non possa parlare, anche se forse le sue parole sarebbero inadatte a descrivere ciò che vive, eppure bastano gli occhi a raccontare lo smarrimento che è forse la chiave per penetrare nel suo dramma. Maisie non è ancora grande abbastanza per essere arrabbiata, per perdonare, né per rinfacciare o chiedere spiegazioni, tutto ciò che riesce fare è avere paura, delle persone sconosciute che la vengono a prendere a scuola e dei genitori che esibiscono un’inedita maschera di rancore e violenza in sua presenza, e come risposta cerca di aggrapparsi ai piccoli brandelli di serenità che riesce a strappare nella sua caduta nell’abisso, il che basta per intuire una futura personalità pronta a vivere momento per momento giacché non si può contare su nulla di più solido. Di fronte a questa calcolata ferita inferta a un personaggio così innocente non si può rimanere indifferenti, malgrado tutte le pecche del racconto, e se il film fallisce nell’offrire personaggi autentici non manca però di lasciare una lanciante tristezza che sta nell’esser piccoli e tuttavia già costretti a farsi forti, quando invece la vita dovrebbe essere ancora solo gioco, risate, e il tenero calore del rifugio familiare che ogni paura sa cacciare via con un abbraccio.

Da PointBlank

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Storia di Una Ladra di Libri – Brian Percival (2013)

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Il linguaggio come gesto salvifico è alla base de Storia di una ladra di libri: imparare a leggere e scrivere restituisce all’individuo la possibilità di affermarsi in quanto essere umano e in tal modo lo libera dalle gabbia dell’ignoranza mentale. Per quanto culturalmente, forse per la sua complessità strutturale, si sia affermato con maggior prestigio l’atto della lettura/scrittura quale conoscenza del mondo, ciò di cui l’uomo ha bisogno per sopravvivere spiritualmente è di una forma di comunicazione qualsiasi, purché gli permetta di esprimersi. A volte è la musica, a volte l’arte, altre volte metodi più singolari; nel caso della piccola Liesel è la lettura, che all’inizio possiede il sapore della rivendicazione sociale. Arrivata in un piccolo paesino tedesco per essere adottata da nuovi genitori – dacché la madre, comunista, è dovuta fuggire – la bambina, quasi analfabeta, soffre l’umiliazione d dover rivelare di fronte a tutta la classe le proprie carenze scolastiche e pertanto tenta subito di rimediare, aiutata dal dolcissimo padre adottivo Hans, un pigro e buontempone Geoffrey Rush costantemente rimbrottato dalla severa moglie (Emily Watson). Insieme danno vita a un abbecedario casalingo sui muri della cantina, ma ogni parola, in quanto nuovo significato, allarga gli orizzonti dello sguardo di Liesel fino a farle comprendere che il mondo in cui vive non è un posto meraviglioso. Siamo infatti nel 1939, alle soglie dello scoppio della guerra, e per quanto la bambina sia felice di essere come tutti gli altri, di cantare inni nazisti e partecipare alle parate, nel momento in cui assiste al rogo di libri, ognuno portatore di quelle storie che l’hanno salvata dalla sua solitudine, capisce che qualcosa non torna. Poi, una notte, bussa un ragazzo alla porta: si chiama Max, un ebreo in fuga dai rastrellamenti, figlio dell’uomo che salvò in guerra Hans, che per riconoscenza pur rischiando tutto si sente in dovere di nasconderlo in cantina. Il ragazzo, affamato, malato, barricato in casa lontano dalla luce del sole, si aggrappa alle parole di Liesel, invitandola a descrivere per lui tutto quel mondo esterno dal quale si è dovuto separare. Cosa fare allora, per trovare nuove parole e racconti, se non…mettersi a rubare libri?

In Storia di una ladra di libri si fanno le cose in grande: la voce fuoricampo è niente poco di meno che la Morte in persona, abbondano le sequenze drammatiche e le musiche strazianti, e certamente la presenza di due grandi attori come Rush e Watson aumenta il prestigio della pellicola.  Forse però il tono troppo edificante del film e la sua eccessiva ricerca di commozione privano di autenticità una storia che solo a tratti lancia sprazzi di reale emozione, anche grazie all’appassionata interpretazione dei suoi protagonisti. Un prezioso sguardo laterale è proiettato sulla natura della consapevolezza del popolo tedesco rispetto alla situazione in cui si stava cacciando col Nazismo: una lettura che fra perfetta aderenza o totale innocenza sceglie la paura e l’ignavia sulla falsariga de “Il più forte del momento è X, X detiene il potere, facciamo come dice lui e staremo meglio anche noi”. Nessuna militanza patriottica, solo la pura legge della convenienza, sulla cui indifferenza morale si sono fondati i peggiori crimini dell’umanità. Lo sguardo di Liesel che guarda passare davanti a sé cumuli di libri sul punto di bruciare, o file di disperate destinati al treno della morte, il suo dibattersi fra il tacere e salvarsi – che è anche il dilemma del padre adottivo – o parlare e rischiare tutto, racconta il dramma dell’uomo medio che deve scegliere fra una sopravvivenza mediocre o un’esistenza autentica. Quest’ultima spesso non viene perdonata dai più forti, che la stroncano sul nascere, ma se il linguaggio è salvezza, finché ci saranno parole ci sarà speranza.

Da PointBlank

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Bill Brandt e Francesca Woodman: differenze e ritorni

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Un modo di guardare, due fotografie leggermente diverse: si veda un’immagine dal primo libro di Bill Brandt (1904-1983) Perspective of Nudes (1961) e una della serie On Being an Angel (1977) di Francesca Woodman (1958-1981). Foto in interno, un bianco e nero esasperato, profondità di campo accentuata – un primo piano e uno sfondo – macchina orientata diagonalmente rispetto alla stanza in modo da contenere nel mirino l’angolo in cui le pareti si incontrano. In mezzo, quasi vent’anni di differenza, contesti storico-geografici completamente distanti, età e sesso opposti. Per non lavorare esclusivamente su delle coincidenze, si provi ad analizzare ancora una location esterna, come i nudi in spiaggia di Brandt (1979) e i primi nudi all’aperto di Woodman (1976): corpi non adagiati, stesi, quanto immersi e fusi nell’ambiente.

Il gioco delle differenze biografiche e delle somiglianze artistiche potrebbe continuare ben oltre: quasi pleonastico indulgere dunque sulle storie dei due artisti, uno con una carriera fotografica di quasi mezzo secolo e l’altra con appena meno di dieci anni intercorsi dal suo primo scatto in età preadolescente alla sua repentina scomparsa appena ventenne. Dal punto di vista bibliografico, Bill Brandt è quasi assente in Italia rispetto a Woodman, ma, da qualche mese, è arrivato nelle librerie italiane Brandt Nudes (Thames & Hudson Londra 2012), un volume che raccoglie i due libri fotografici pubblicati dall’artista in vita, il sopracitato Perspective of Nudes e Bill Brandt: Nudes 1945-1980 (1980). Provando a superare lo scoglio spazio-temporale rivolgendosi esclusivamente alle immagini, dalla coppia Brandt/Woodman emerge una contiguità visiva che delinea uno sguardo ben preciso con cui la fotografia sembra dover istintivamente esprimersi e ri-esprimersi, anche a distanza di anni, come un problema algebrico ripetutamente affrontato da più generazioni di matematici, come scoprire la forma attraverso la deformazione: entrambi i fotografi possiedono il senso della concretezza della materia nello spazio, una concretezza talvolta talmente esasperata da trasformarsi in evento astratto. Ed ecco allora che si ripete il gioco creativo della fotografia, delle sue immense possibilità formali, oggetti e corpi demistificati fino a perdere la comprensione di ciò che appare nell’immagine; ed ecco la medesima, reiterata esperienza di una continua perdita di nomi e di definizioni da parte di ciò che sta nella fotografia e non più nella realtà. Continua a leggere

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Tre settimane passate insieme

A casa, in pausa dal lavoro, nel letto, in cucina…. Continua a leggere

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05/02/10 – Dedicato ad Anne Eliot

Anne Eliot oltre a essere un personaggio di Jane Austen, era il nome della moglie del miglior amico di Diane Arbus, Alex, nonché suo folle innamorato. Benché la Arbus fosse sposata con Allen, un giorno finì per consumare la sua attrazione mai espletata per Alex, confessando poi la cosa ai rispettivi coniugi, perché credeva nell’onestà del matrimonio. Anne, aspirante scrittrice fallita, con disagi psichici alle spalle, già costretta a sopportare l’evidente interesse di suo marito e della sua amica l’uno per l’altra, crollò. Divorziarono, e lei finì in una clinica, dove morì 30 anni dopo. Fine. Continua a leggere

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