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Sul discorso contro la violenza alle donne

Non c’è bisogno di aspettare Giugno per dire che, almeno sulla carta, in Italia nei primi 6 mesi del 2013 si sono fatti alcuni significativi passi avanti riguardo il discorso della violenza sulle donne. Il più importante è la comunicazione stessa del problema in televisione, nel web e sui giornali: la violenza alle donne esiste, ci sono numeri e fatti a testimoniarlo. Luciana Littizzetto approfitta della conduzione del Festival di Sanremo per poter parlare in un monologo del tema che oggi ha anche acquisito un proprio termine, femminicidio. Serena Dandini pubblica per la Rizzoli Ferite a Morte e lo porta in giro per i teatri italiani. Ogni nuovo omicidio – e non sono pochi – riapre il dibattito, scatena manifestazioni, porta alla pubblicazioni di articoli e dossier sull’argomento, cartelloni e pubblicità con donne colme di lividi, un occhio socchiuso, le labbra tumefatte. Ma sembra che ancora non si sia constatata l’anomalia per cui il discorso, per quanto parlato non è ancora uscito dal filo spinato della ghettizzazione di genere.

Il discorso sulla violenza contro le donne viene difatti articolato esclusivamente al femminile, con il paradosso per cui l’oggetto del problema – la donna che subisce – diviene soggetto, e il soggetto – l’uomo che usa la violenza – scompare. Le donne parlano alle donne, gli uomini parlano alle donne, nessuno parla agli uomini. Tema dominante della propaganda è la difesa: le donne devono imparare ad evitare i soggetti maschili violenti, imparare a denunciarli, imparare a liberarsi da rapporti autodistruttivi. Luciana Littizzetto ricorda che “un uomo che ti picchia è uno stronzo”, e anche lontano da noi, in America i media danno addosso a Rihanna – già ripresa da Camille Paglia come nuova icona femminile autodistruttiva alla stregua della principessa Diana – che dopo essere stata pestata a sangue nel 2009 dal fidanzato rapper Chris Brown ha deciso recentemente di tornarci assieme; così la cantante va da Oprah Winfrey, in lacrime, a difendere se stessa e il proprio compagno mentre tutta l’opinione pubblica statunitense si chiede se non sia impazzita. Chris Brown perlopiù tace, al massimo promette laconicamente di diventare un uomo migliore. Cosa gli passasse per la testa, la sera in cui ruppe il naso alla sua donna, ancora non si sa. D’altra parte è la donna che “non si sa difendere”, o che non sa dire no; è lei che deve parlare.

 L’equivoco è che la violenza sulle donne riguardi solo loro; e che pertanto l’educazione, o meglio, la prevenzione, vada declinata al femminile. Non si vuole con questo sminuire i risultati di quelle figure maschili che hanno deciso di dissociarsi dallo stereotipo di genere e affermare la propria diversità culturale, ma se la comunicazione è improntata solo a spiegare alle donne come reagire, o a far dire ad alcuni uomini che loro “certe cose” non le fanno, escludendosi dal problema, il rischio è che la generalizzazione di quelli che Luciana Littizzetto chiama “stronzi” ripeta pedissequamente il luogo comune autogiustificatorio per cui alcuni sono fatti così, spostando, come in tutti i casi di discriminazione, – perché una violenza la si fa anche agli stessi uomini riducendoli in bestie – il contesto dal piano civile a quello biologico. Non interrogare la parte in causa, continuando ad negarla come un nemico insormontabile solo da evitare, significa non voler aprire un vaso di Pandora ben più esplosivo che è l’educazione stessa degli uomini e delle donne.

 Che l’uomo sia di base cattivo o meno, la sua formazione culturale serve a riconoscere e reprimere determinati impulsi negativi a favore di altri, per una convivenza serena in società: come, per farla banale, il fatto che pur a volte desiderare di uccidere qualcuno non comporta che lo si faccia automaticamente. Allora perché ancora oggi invece di insegnare a combattere specifiche istanze di sopraffazione si finisce per far coincidere l’uomo con quelli stessi desideri bestiali? A chi fa comodo? Non è un caso che la società si rifiuti di affrontare un problema così granitico: conseguenze sarebbero lo scardinamento e la ridiscussione di concetto subconsci ancora ben saldi. Ci vogliono un’energia e fatica immense il cui peso nessuno, a quanto pare, vuole sobbarcarsi. Allora l’uomo per natura è cattivo, odia le donne e ama distruggere: bisogna tollerarlo, difendersi e imparare a conviverci. Troppo facile come soluzione, comoda per non toccare i grandi nodi culturali e morali della realtà in cui viviamo.

 Cosa succederebbe invece se gli uomini che violentano, che ammazzano, pur in tutta la loro meschinità, bassezza raccontassero almeno perché, perché lo fanno, come sono stati educati, perché nessuno ha insegnato loro una via diversa? Cosa succederebbe se si parlasse non solo alle donne, ma anche agli uomini di oggi e di domani, permettendo loro di ammettere l’impulso di violenza,, riconoscerlo e quindi poter scegliere fra questo e un’istanza più pacifica? Perché questo approccio è utilizzato in tutti i discorsi etici tranne questo? E infine quand’è che gli uomini diventeranno voce e soggetto di questo discorso? Che la maggior parte delle donne l’abbia capito o meno, il problema principale non è sapere che alcuni uomini sono degli stronzi, ma sapere per quale motivo lo sono, e “perché sì” è una risposta che non possiamo continuare ad accettare.

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Moon – Duncan Jones (2009) : un approfondimento

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In principio fu la Science Fiction, in gergo Sci-Fi, da noi conosciuta comunemente come fantascienza. Storie fantastiche di orizzonti lontani, con un’ umanità nuova condizionata dal contatto di tecnologie superiori e  incredibili, che mutavano il concetto stesso di essere umano. Robot, cloni, intelligenze artificiali, al servizio dell’uomo o in conflitto con esso. E cosa c’è di più lontano e utopico che la vita nello spazio? Alieni, astronauti, pianeti dai nomi impronunciabili vennero a popolare i sogni notturni di milioni di adolescenti di ogni generazione, prima in forma letteraria, poi visiva. Il cinema era il contenitore perfetto di immagini straordinarie su esseri e spazi mai visti primi, e grazie ai capolavori del genere fantascientifico gli spettatori poterono nutrire ulteriormente la propria fame di fantasia tecnologica.

Più di un secolo dopo, un regista al suo esordio cinematografico realizza un film a basso budget che  a prima vista sembra un semplice  omaggio da parte di un grande appassionato al genere con cui è cresciuto. Ambientato in un futuro impreciso, Moon (2009)  è la storia di un minatore spaziale (Sam Rockwell) adibito ad estrarre l’energia del futuro sulla Luna e prossimo alla fine del proprio contratto lavorativo, che sta per tornare a casa ad abbracciare moglie e figlioletta che non vede da tre anni. Completamente solo nella base lunare, interdetto ad ogni comunicazione diretta con la Terra causa apparente guasto, Sam interagisce esclusivamente con GERTY, (voce originale di Kevin Spacey) robot programmato alla gestione di tutte le operazioni, nonché alla cura dello stesso Sam. Continua a leggere

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