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Selma – Ava DuVernay (2014)

Selma - La strada per la liberta

Se ogni racconto è una forma di metabolismo del vissuto, si potrebbe ben dire, a guardare la produzione cinematografica degli ultimi anni, che due sono i principali traumi storici che la cultura occidentale sembra aver finito per assimilare completamente: la deportazione ebraica compiuta dal Nazismo e il trattamento subito dai neri americani prima con il fenomeno dello schiavismo e dopo, con la segregazione razziale. A partire dall’elezione di Obama come Presidente degli Stati Uniti nel 2008, il cinema americano ha moltiplicato le storie di schiavitù (12 anni schiavo) e di rivalsa razziale, come le due pellicole che il regista Lee Daniels ha dedicato all’argomento, Precious e The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca; al punto tale che, con un tocco di malignità, si potrebbe affermare che ormai da qualche tempo ogni anno, oltre al prevedibile film sull’Olocausto sempre in uscita nelle sale intorno al 27 Gennaio, Giorno della Memoria, è possibile aspettarsi un altro film su una persona di colore che cerca di superare le avversità del razzismo.

Selma – La strada per la libertà è, in questo senso, una sorta di ribaltamento rispetto al The Butler uscito l’anno scorso, di cui ripropone anche alcuni interpreti (Cuba Gooding Jr e Oprah Winfrey, inarrestabile paladina televisiva e no dei diritti civili afroamericani) e situazioni. Se però nel film di Lee Daniels la violenza degli scontri era solo parzialmente rappresentata e il protagonista si trovava al servizio della Casa Bianca, qui tutto cambia, e l’uomo venuto a parlare con il Presidente Lyndon B. Johnson nulla ha di remissivo e accondiscendente. Si tratta di Martin Luther King, che alla fine del 1964 decise di dedicare tutto il suo impegno alla rivendicazione del diritto al voto delle persone di colore. Sulla carta erano sì già libere di farlo, ma nei fatti osteggiate in ogni modo, in special modo dalle amministrazioni del Sud ancora legate al passato schiavista.

Il braccio di ferro fra il pastore e il presidente si concretizzò in una serie di marce storiche a partire da Selma, città dell’Alabama – uno degli stati più razzisti del paese – i cui partecipanti subirono da parte della polizia, in collaborazione con i cittadini bianchi del posto, ripetute, violente aggressioni di massa. Malgrado la tensione, le minacce e le pressioni King tenne duro e vinse: nella primavera del 1965 Johnson annunciò al Congresso che avrebbe presentato una nuova legge sul voto (la Voting Rights Act, che fu varata 5 mesi dopo), ma questa vittoria civile non avrebbe impedito al reverendo di andare incontro alla morte nel 1968, ucciso da un colpo alla testa in circostanze ancora oggi misteriose.

Narrare eventi così gravi comporta sempre il rischio della retorica, in particolare quella relativa al martirio: lo testimonia l’inevitabile stereotipizzazione della persecuzione nazista e i risultati scolastici, da compitino delle medie, degli ultimi film, citati all’inizio di questo articolo, sulla lotta per i diritti civili afroamericani. Selma – La strada per la libertà non è esente da questi errori, e la voglia di risultare allo stesso tempo un film biografico e un collettivo racconto storico genera spesso uno stile manierato, conscio di raccontare un pezzo di storia con la S maiuscola. Eppure, in un momento così strano dal punto di vista dell’etica dei valori, mentre si piange la perdita degli ideali o al contrario la loro furiosa estremizzazione fanatica, una vicenda di ingiustizia così palese e in fondo recente – non a caso gli scontri di Ferguson, avvenuti l’anno scorso dopo l’assassinio di un afroamericano disarmato da parte di un agente di polizia, rivelano un problema culturale irrisolto – sembra interrogare lo spettatore su concetti forse dati per scontato, o cinicamente ridimensionati. Ma a quanto pare Libertà, Giustizia, o semplicemente il diritto elementare di vedersi riconosciuti come persone con una dignità, sono temi che non detengono ancora un ruolo preciso e indiscutibile nella nostra civiltà, per cui non rimane da chiedersi, Quante strade deve percorrere un uomo prima che lo si possa chiamare uomo?

Da PointBlank

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The Butler – Lee Daniels (2013)

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A nessun altro si applica bene l’ideale del sogno americano – inteso come la versione capitalistica della parabola cristiana secondo la quale Gli ultimi saranno i Primi – come agli emarginati sociali. Ovvero immigrati, stranieri, donne, gente in miseria e più di tutti questi gli ex schiavi di colore, una volta privi perfino del riconoscimento della loro natura umana. The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca si ripropone di raccontare la scalata di uno di questi, Cecil Gaines (ma il suo nome reale è Eugene Allen), e la vera storia di come dai campi di cotone sia riuscito a passare ai lavori domestici iniziando l’apprendistato che gli permetterà di divenire in avanti maggiordomo alla Casa Bianca sotto otto presidenti, da Harry Truman a Ronald Reagan. Un arco di tempo che inizia dalle suggestioni del passato schiavista – padre ucciso davanti a lui nei campi dal padroncino bianco che non contento, abusava anche della madre – a Obama, che con la propria elezione ha definitivamente sdoganato le potenzialità di un’intera comunità fino ad allora relegata in secondo piano.

Una vicenda di così ampio respiro non può prescindere da una dialettica padre-figlio, e se Cecil emerge nella società grazie alla propria abilità di servire i bianchi in perfetto silenzio, senza mai farsi notare, il primogenito Louise aspira a far sentire la propria voce nel periodo difficile della lotta all’apartheid razziale con il riconoscimento dei pari diritti, tra Martin Luther King e il richiamo delle Pantere Nere, finendo per diventare un frequentatore abituale delle carceri statunitensi. Sono forse gli anni di lotta politica proprio la parte migliore del film per la capacità di suggerire un odio razziale che fra ricostruzioni e documenti d’epoca spaventa nel suo palesarsi sulle facce più innocue e borghesi: i compagni di Louis, intenzionati a sovvertire le barriere spaziali imposte su autobus, ristoranti e toilette, si preparano a sopportare insulti e calci simulando fra loro le possibili umiliazioni che potrebbero subire, e il quantitativo di violenza vissuto sulla propria pelle è tale da rendere potenzialmente accettabile il passaggio alla lotta terroristica. Ai due modi di sopravvivere proposti da The Butler, l’accettazione con impegno e fatica delle regole sociali o al contrario la battaglia per distruggerle, si accosta però una silenziosa terza via, che il film racconta senza maggiori approfondimenti, ed è quella delle madri, mogli e compagne di colore che associavano in sé le discriminazione della propria pelle e del proprio sesso: dalla madre violentata e poi impazzita alla moglie che deve farsi carico delle assenze del marito e dei suoi contrasti col figlio maggiore, rifugiandosi nell’alcool, fino alla fidanzata giovanile di Louis, che dopo i pochi anni vissuti assieme condividendo la lotta politica scompare dalla scena portandosi via le sue inclinazioni terroriste e i capelli fieramente crespi. Scelta particolare per il regista, che nel precedente e tanto acclamato Precious si era già avvicinato al tema dell’emarginazione proiettandolo nella vicenda di una giovane adolescente di colore obesa, quasi analfabeta, ripetutamente stuprata dal padre e umiliata dalla feroce madre.

Trattasi forse di un interesse prediletto per l’argomento che Lee Daniels ha preferito affrontare in due tempi traendone narrazioni diverse; ma la dedizione al messaggio umano prima che all’intima verità dei personaggi fa di The Butler un’opera troppo pretenziosa, consapevole di sé e della propria levatura morale per toccare veramente gli animi con i suoi protagonisti così artificiosamente costruiti nelle loro miserie. Dare per scontata la commozione dello spettatore di fronte alla propria storia riassunta con musiche pompose ad hoc è indice di una presunzione che pur garantendo un prodotto dalla confezione patinata non può assicurarne nella stessa misura l’autenticità del racconto. Manca, insomma, l’anima: al suo posto c’è un godibile riassunto scolastico di eventi cardine del secolo passato che, ipotizziamo con un certo cinismo, potrà riscuotere un maggiore successo nelle proiezioni ad uso delle scuole che in sala.

Da PointBlank

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