Archivi tag: Maternità

Gestazione per altri: cosa implica parlarne in Italia

sacrafamiglia

“È passato poco più di un mese dall’approvazione del DDL Cirinnà e continuo a pensare che in Italia non ci si sia accorti realmente del valore degli interrogativi portati avanti dal progetto di legge. Eppure, la reazione spropositata di molti interventi contrari (che andavano a toccare elementi assolutamente estranei al disegno concreto, soprattutto l’eventualità di regolamentare la pratica della gestazione per altri) indicava che si stesse toccando un punto dolente della nostra cultura.

Benché nei fatti il DDL non affrontasse minimamente la questione della gestazione per altri, si è fatta largo nel dibattito pubblico una visione distopica dove donne disgraziate si vendono per sfornare figli innocenti lautamente pagati da coppie omosessuali senza scrupoli.

In questo discorso si nascondono temi fondamentali per la nostra società, e che se la GPA ha monopolizzato per settimane il dibattito pubblico è perché miti secolari su chi siamo, cosa significa famiglia, cosa significa amore e cosa libertà rischiavano di cadere a pezzi.

La prima questione investe il senso di essere figli ed essere genitori e pone la domanda più complessa: di cosa ha bisogno un individuo per crescere serenamente?” continua su SR

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Società

Sul mito della paternità assente: diamo visibilità anche ai padri

fullscreen_pc

Che ci piaccia o meno, la nostra società è, per quanto concerne la concezione di famiglia, sulla soglia di un cambiamento epocale. Fenomeni come le lotte civili e le rivendicazioni da parte dei gruppi attivisti LGBTQI indicano che non è più possibile credere che la genitorialità eterosessuale consista anche nell’offrire specifici ruoli di genere di riferimento ai figli. Questa concezione è destinata ad essere sostituita dall’idea universalmente accettabile che essere genitori significa semplicemente amare e prendersi cura dei propri figli, nulla di più, nulla di meno. Se dunque le cose stanno cambiando, bisogna anche tornare ai due addendi originari della faccenda, madre e padre, e chiederci se il nostro immaginario culturale non abbia costruito sopra questi un’immagine troppo limitata.

Ancora oggi, soprattutto nel nostro paese, tradizionalmente la madre “vale più del padre” in termini di affetto, protezione e attenzione, anche se questo poi non si concretizza in politiche sociali realmente utili a reggere il peso economico del sostentamento familiare. Stranamente, solo nel dibattito sull’aborto si toglie alla donna l’esclusivo diritto decisionale che le appartiene, trattandosi del suo corpo; altrimenti i figli sono affari solo delle madri. Lo si vede per esempio nel dibattito sulla scelta delle donne fra famiglia e lavoro, o nella normalità con cui viene insegnato alle bambine a giocare con i bambolotti già calandosi nei panni di future allevatrici, mentre i maschi si vedono negare il medesimo approccio. Se la mamma è sempre la mamma, il papà non è mai troppo un papà.

A guardarmi in giro, però, le cose non tornano affatto. Innanzitutto perché ci sono ragazze come me, e molte altre mie conoscenti, che non hanno problemi a confessarsi “innamorate” dei propri padri. È un amore a volte ricambiato, a volte fuggito, ma incontestabilmente reale, malgrado si parli più spesso del complesso di Edipo che quello di Elettra. Non si può perciò contestare il fatto che la figura paterna, assente o presente che sia, abbia un peso centrale nell’edificazione del carattere di ogni individuo, similarmente a quella materna. C’è la questione fisica, certo, della gravidanza e dell’allattamento: la donna cresce il bambino dentro di sé e nel primo periodo della vita, rappresenta un’esclusiva fonte di nutrimento. Facile allora relegare l’uomo a “cosa inutile”, anche se il fenomeno della depressione femminile post partum dimostra come, in realtà, una madre, lasciata sola nel proprio compito, non riesca sempre a sopportarne tutte le responsabilità. Ma i neonati si cibano di latte e affetto, e quest’ultima è una cosa che può essere elargita da chiunque. Il padre si cristallizza idealmente nella cultura solo come una figura cerebrale, distante. È un severo emissario della Legge, colui che pone regole e limiti, che insegna il dovere, mentre la donna si vede assegnato l’impegno dell’espressione amorosa.

La sproporzione di considerazione verso la figura materna e paterna trova origine anche nei vantaggi di una lettura popolare che costringe le donne a farsi interamente carico del ruolo della madre di famiglia trasfigurato come destino stesso del sesso femminile, che a tale futuro deve essere preparato ed educato senza che nessun altra distrazione esistenziale lo distolga dalla via maestra, mentre agli uomini si insegna a portare a casa la pagnotta. È una responsabilità immensa contrapposta a un impegno inferiore: si può essere dei cattivi padri, ma sbagliare come madri è una colpa senza appello.

Cercando di addentrarmi nei complessi testi di legge sulle politiche familiari italiane ho scoperto che fino al 2012, anno della riforma Fornero, il padre non aveva diritto al congedo di paternità – relativo al tempo subito successivo alla nascita del bambino – ma poteva avvalersi di quello materno in caso si vedesse affidare esclusivamente il figlio per abbandono, morte o malattia della madre (legge 9 dicembre 1977, n. 903, art. 6-bis, commi 1 e 2). In poche parole, lo stato riconosceva il valore del suo ruolo solo quando rimaneva l’unico genitore esistente. Per quanto riguarda il congedo parentale, entro i primi otto anni di vita del bambino entrambi i genitori possono astenersi dal lavoro per un massimo ognuno di sei mesi. Anche il Testo Unico Maternità/Paternità (decreto legislativo n. 151 del 26 marzo 2001) non vedeva grosse modifiche riguardo i diritti del padre dopo la nascita. Dal 2012 qualcosa è cambiato: in misura sperimentale fino al 2015 il padre ha ora diritto a 1 giorno di congedo di paternità obbligatorio retribuito in aggiunta a quello materno, mentre può avvalersi di 1 o 2 giorni di congedo facoltativo retribuito in sostituzione degli altrettanti giorni di cui la madre sceglie di non usufruire (legge 28 giugno 2012, n. 92, art. 4, comma 24 e seguenti). La differenza, è di 5 mesi per la madre – 2 prima del parto e 3 dopo la nascita – e massimo 3 giorni per il padre, da ciò se ne deduce in Italia essere genitori è considerata ancora un’esperienza massimamente femminile.

Non è solo la nostra intima concezione di figli a raccontarci una storia diversa; è il presente che ci indica un altro stato di cose, non solo con il racconto in prima persona della paternità – si veda ad esempio il divertente blog de Il Mammo, il cui titolo però rimanda, in effetti, sempre all’idea di una genitorialità femminile – ma anche con la questione delicata dei diritti dei padri separati, tema purtroppo spesso strumentalizzato allo scopo di attribuire alla natura delle donne i peggiori difetti del proprio sesso. Parlare poco di questo argomento rischia di rendere ancora più difficile per gli uomini che iniziano l’avventura di genitore la ricerca di punti di riferimento, nella stessa misura in cui l’esagerato proliferare del mito della maternità e dell’immenso mare d’amore femminile può costituire un peso di aspettative troppo grave per chi diventa madre. I padri ci sono, valgono, ci lasciano sempre qualcosa nel bene e nel male; possono distruggere la vita come illuminarla, a volte finiamo per cercarli nelle persone di cui ci innamoriamo, o finiscono per rappresentare la nostra idea di maschilità; perfino la loro assenza può diventare un’eredità da portarsi dietro. Se insisteremo nel tralasciare anche questa parte della storia, vedremo pregiudicata la nostra capacità di comprendere appieno le nostre vite.

Da SoftRevolution

 

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Società

Roma Film Festival 2013/ Sorrow and Joy – Nils Malmros

Immagine

“Pensavo che una volta viste le mie cicatrici, mi avresti lasciato” dice Signe a Johannes all’inizio della loro relazione. Una linea bianca attraversa il suo polso sinistro, simbolo di un periodo buio da ragazza. Signe è una maniaco-depressiva più per cause biologiche che ambientali: padre depresso e zio suicida, un ricovero psichiatrico, una madre che non vuole vedere, l’abitudine giovanile a cercare nello sguardo degli uomini più grandi una conferma sessuale. Dieci anni dopo incontra Johannes, un regista, si innamorano, si sposano, mettono al mondo una bambina, Maria. Dopo nove mesi Signe taglia la gola alla neonata.

Sorrow and Joy parte dalla tragedia orribile di un innocente assassinato. Una famiglia distrutta, la donna rinchiusa ancora in ospedale e imbottita di farmaci, incapace di piangere. Manca solo la sentenza finale. In un lungo colloquio con il dottore che deve fornire la perizia psichiatrica, Johannes ripercorre le fasi della sua storia con Signe, dal primo incontro a poche ore prima dell’omicidio ma, cosa degna di nota, l’uomo crede fermamente nell’innocenza della moglie. Non che non abbia fatto quello che ha fatto, lo ha confessato essa stessa; ma non lo ha fatto consapevolmente.

Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Cinema

Il Caso Kerenes – Calin Netzer (2013)

Immagine

Uno dei maggiori luoghi comuni sul cinema è che nei film non esistano tempi morti. Nel caso fosse una verità accertata non si saprebbe cosa fare della parte di noia presente in tante opere cinematografiche, noia intesa come eterna aspettativa di una non ben definita azione che entri in scena movimentando le acque. Non che lo spettatore medio crucciato in poltrona debba vedere le proprie ragioni confutate da una completa assoluzione delle parti più difficili di un racconto, ma ciò non sottintende che abbiano origini casuale. Certamente talvolta non c’è altro che il nulla nel tentativo di riempire le fondamenta di un’idea già scarsa di suo; ma se invece vi si scorge del significato, non si può buttare tutto alle ortiche per colpa di una ricezione frustrata.

Se, per esempio, si volesse scavare nella quotidianità dell’essere umano fino a portarne alla luce tutti i più controversi aspetti, un primo risultato possibile sarebbe la nausea di rivedere in terza persona quella stessa personalità quotidianità che fa dire di tanto in tanto,“mi piace andare al cinema per evadere”. Allora un film come Il Caso Kerenes sarebbe giustamente intollerabile: lento, privo non solo di quell’estetica visiva che fa godere della capacità percettiva in sé ma di un approccio narrativo che faccia immaginare il regista intento a tagliare e scegliere quali parti della trama far combaciare.
Ovviamente credere che la realtà basti da sola a farsi racconto coerente è un’illusione, come era illusione mirata per i film del manifesto Dogma, di cui ci è rimasto un ancor vitale e odiatissimo Lars Von Trier, o compiendo salti nel tempo, per il Neorealismo. Dietro c’è sempre, più invisibile ma sempre presente all’appello, una mano tesa a estrapolare dal furioso evolversi delle cose solo quelle realmente necessarie. Se nei film d’azione le parti strappate al reale sono quelle più dinamiche, nell’opera di Calin Peter Netzer sono le più meschine, pigre e indolenti. Ci sono la noia, l’orrore della piccola quotidianità vissuta dall’individuo in modo sonnambulo, salvo farsi insopportabile quando diviene oggetto esterno da guardare con occhi da spettatore e non più da protagonista; una quotidianità perfino imbarazzante allorché il regista si sofferma su mille minuscoli particolari, come lo squillare di un telefonino che interrompe ripetutamente una conversazione, o il meccanico spalmarsi su viso e mani già avvizzite un’inutile crema idratante. Ancora, non bisogna credere che ci si trovi di fronte a una sezione del mondo tagliata e riproposta netta sul grande schermo come un qualsiasi copia incolla da una parte, perché allora il regista si scopre baro e al posto di un racconto fragile nel suo consumarsi nel tempo, in questa classe borghese romena protagonista del film che balla e sorride e urla alle feste esattamente come ci si aspetterebbe da lei, si introduce di soppiatto il racconto epico. Era tutta una scusa per riportare ancora una volta in scena una tragedia vecchia di millenni, e noi ci siamo cascati un’altra volta. Continua a leggere

1 Commento

Archiviato in Articoli, Cinema

La donna che canta/ Incendies – Denis Villeneuve (2010)

La_donna_che_canta

Per i fratelli gemelli Jeanne e Simon, la madre è sempre stata una figura controversa e indecifrabile. Alla sua morte, seduti al tavolo di un notaio, scoprono l’esistenza di un padre e un fratello mai conosciuti. La richiesta materna è esplicita: bisogna assolutamente ritrovarli e consegnare loro due buste sigillate. I due fratelli Marwal, diversamente scossi, si alterneranno alla ricerca della verità, molto più sconvolgente delle loro previsioni; in fondo al cammino li aspetta  però la scoperta di una madre lacerata dalle proprie orribili esperienze di guerra nel Medio Oriente. Una donna dolorosamente tenera e combattiva. Continua a leggere

1 Commento

Archiviato in Articoli, Cinema