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2 Giorni a New York – Julie Delpy (2012)

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Nel cinema esiste una convinzione che malgrado l’assoluta indifferenza di registi e produttori si mantiene tuttora intatta: nell’ottanta per cento dei casi il sequel di un film è di livello inferiore rispetto al primo. Ma capitalizzare un successo cinematografico è  l’imperativo del marketing, quindi anche se il pubblico rimane deluso, lo è solo dopo aver pagato il biglietto e portato soldi in casa. Davvero però non si capisce bene il senso di 2 giorni a New York, quando anche il punto di partenza, 2 giorni a Parigi, non si era dimostrato granché interessante. Il progetto di partenza di Julie Delpy era di raccontare se stessa divisa fra radici francesi e il trasferimento da adulta in America: il classico scontro fra due mondi e due culture differenti, non un’idea originalissima certo, ma comunque un concept da cui si poteva trarre qualcosa di gradevole anche grazie al contributo attoriale della madre (Marie Pillet) e del padre (Albert Delpy) come genitori della protagonista alter ego dell’attrice; e per quanto non riuscitissimo 2 giorni a Parigi si manteneva quasi a galla con qualche buona battuta e un’innocente e infantile leggerezza per tutto il racconto.

Avevamo lasciato Marion, fotografa in trasferta negli Stati Uniti, appena riappacificata con il suo compagno dopo due tragicomici giorni in Francia con la chiassosa e ridanciana famiglia di lei. Ora dopo aver avuto un figlio, i due si sono lasciati e la donna ha formato una nuova coppia con il collega di colore Mingus (Chris Rock), anch’esso con una figlia nata da un rapporto precedente. Un terremoto però si appresta a invadere la loro casa: il padre, morta la madre, viene a trovarla in America con la sorella e il suo nuovo fidanzato Manu, ex di Marion, proprio in concomitanza con l’imminente apertura di una sua mostra personale molto importante, mettendo a dura prova i nervi e la solidità dei due conviventi che credevano di conoscersi – e sopportarsi – molto bene.  Un supplizio per loro, ma anche per lo spettatore dato che 2 giorni a New York, a corto di idee, prende in prestito proprio gli aspetti peggiori del primo film, forse pensando di doversi adattare al pubblico americano. Battute a sfondo sessuale rilanciate fino allo sfinimento, isterismo urlante, grossolani giochi degli equivoci, la regia di Julie Delpy che spinge l’acceleratore sperando di nascondere sotto il gran frastuono di litigi  e citofoni assordanti la sostanziale esilità del plot, che trova il suo punto più alto nel cameo di un’indecifrabile Vincent Gallo che spunta fuori dal nulla.

Quel che rammarica è sentire nel racconto un’innegabile trasporto sentimentale da parte della regista francese così strenuamente legata alla propria infanzia, nonché un interesse genuino per le dinamiche relazionali. Se una persona è quello che è anche grazie – o per colpa – della propria famiglia, quanto conta allora il modo in cui il partner si riallaccia accettando, o rifiutando, le origini dell’altro? Suggestioni che Delpy insegue senza mai concretizzarle in un discorso reale, persa nella confusione dei propri intrecci narrativi appesantiti dalla voglia di accattivarsi le simpatie di una fetta più grande di pubblico con temi triti e ritriti. C’è l’europeo che prende il giro l’americano di colore perché sostanzialmente li immagina tutti come rappers che parlano per slang, l’americano di colore che parla da solo con il cartonato di Obama, l’ossessione francese per il sesso, il critico artistico cattivo, finendo in un miscuglio non ben amalgamato di Woody Allen e Bridget Jones. Di tutto ciò rimane solo un’occasione perduta e un’ultima paura: che prima o poi ne venga fuori un terzo film.

Da PointBlank

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The Butler – Lee Daniels (2013)

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A nessun altro si applica bene l’ideale del sogno americano – inteso come la versione capitalistica della parabola cristiana secondo la quale Gli ultimi saranno i Primi – come agli emarginati sociali. Ovvero immigrati, stranieri, donne, gente in miseria e più di tutti questi gli ex schiavi di colore, una volta privi perfino del riconoscimento della loro natura umana. The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca si ripropone di raccontare la scalata di uno di questi, Cecil Gaines (ma il suo nome reale è Eugene Allen), e la vera storia di come dai campi di cotone sia riuscito a passare ai lavori domestici iniziando l’apprendistato che gli permetterà di divenire in avanti maggiordomo alla Casa Bianca sotto otto presidenti, da Harry Truman a Ronald Reagan. Un arco di tempo che inizia dalle suggestioni del passato schiavista – padre ucciso davanti a lui nei campi dal padroncino bianco che non contento, abusava anche della madre – a Obama, che con la propria elezione ha definitivamente sdoganato le potenzialità di un’intera comunità fino ad allora relegata in secondo piano.

Una vicenda di così ampio respiro non può prescindere da una dialettica padre-figlio, e se Cecil emerge nella società grazie alla propria abilità di servire i bianchi in perfetto silenzio, senza mai farsi notare, il primogenito Louise aspira a far sentire la propria voce nel periodo difficile della lotta all’apartheid razziale con il riconoscimento dei pari diritti, tra Martin Luther King e il richiamo delle Pantere Nere, finendo per diventare un frequentatore abituale delle carceri statunitensi. Sono forse gli anni di lotta politica proprio la parte migliore del film per la capacità di suggerire un odio razziale che fra ricostruzioni e documenti d’epoca spaventa nel suo palesarsi sulle facce più innocue e borghesi: i compagni di Louis, intenzionati a sovvertire le barriere spaziali imposte su autobus, ristoranti e toilette, si preparano a sopportare insulti e calci simulando fra loro le possibili umiliazioni che potrebbero subire, e il quantitativo di violenza vissuto sulla propria pelle è tale da rendere potenzialmente accettabile il passaggio alla lotta terroristica. Ai due modi di sopravvivere proposti da The Butler, l’accettazione con impegno e fatica delle regole sociali o al contrario la battaglia per distruggerle, si accosta però una silenziosa terza via, che il film racconta senza maggiori approfondimenti, ed è quella delle madri, mogli e compagne di colore che associavano in sé le discriminazione della propria pelle e del proprio sesso: dalla madre violentata e poi impazzita alla moglie che deve farsi carico delle assenze del marito e dei suoi contrasti col figlio maggiore, rifugiandosi nell’alcool, fino alla fidanzata giovanile di Louis, che dopo i pochi anni vissuti assieme condividendo la lotta politica scompare dalla scena portandosi via le sue inclinazioni terroriste e i capelli fieramente crespi. Scelta particolare per il regista, che nel precedente e tanto acclamato Precious si era già avvicinato al tema dell’emarginazione proiettandolo nella vicenda di una giovane adolescente di colore obesa, quasi analfabeta, ripetutamente stuprata dal padre e umiliata dalla feroce madre.

Trattasi forse di un interesse prediletto per l’argomento che Lee Daniels ha preferito affrontare in due tempi traendone narrazioni diverse; ma la dedizione al messaggio umano prima che all’intima verità dei personaggi fa di The Butler un’opera troppo pretenziosa, consapevole di sé e della propria levatura morale per toccare veramente gli animi con i suoi protagonisti così artificiosamente costruiti nelle loro miserie. Dare per scontata la commozione dello spettatore di fronte alla propria storia riassunta con musiche pompose ad hoc è indice di una presunzione che pur garantendo un prodotto dalla confezione patinata non può assicurarne nella stessa misura l’autenticità del racconto. Manca, insomma, l’anima: al suo posto c’è un godibile riassunto scolastico di eventi cardine del secolo passato che, ipotizziamo con un certo cinismo, potrà riscuotere un maggiore successo nelle proiezioni ad uso delle scuole che in sala.

Da PointBlank

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