Archivi tag: Parzialmente Rammendata

La Vita di Adele – Abdellatif Kechiche (2013)

Amore

In Febbre (1998) di Sarah Kane un monologo delirante interrompe l’alternarsi dei quattro personaggi archetipici, A, B, C e M. È un flusso di coscienza ad opera di A, teso a esprimere i suoi sentimenti per C in una lunghissima enumerazione secondo una lista ben particolareggiata di gesti specifici che si desiderano attuare nei confronti della persona amata, “E voglio giocare a nascondino e darti i miei vestiti (…) e andare da Florent e bere caffè a mezzanotte e farmi rubare le sigarette e non trovare mai un fiammifero…”. Al posto di una descrizione generica delle proprie emozioni l’autrice entra nel personale noto solo ai due interlocutori, occupando due pagine nel tentativo di enunciare tutti i gesti minimi con cui si può essere vicini e uniti. Iperrealismo descrittivo, ossessione degli interstizi del reale, dal teatro al cinema nuovamente il dettaglio è al centro di un racconto d’amore. Particolare come mezzo e non fine però: ne La Vita di Adele non c’è una vera storia, ogni elemento biografico serve solo a creare l’intelaiatura dove prenderà posizione la relazione amorosa. Che sia poi nei fatti costituita da un legame omosessuale ambientato nella Francia contemporanea o che ci siano differenze socio-economiche fra le due protagoniste, sono solo elementi utili a creare le basi per l’inizio, e l’eventuale fine del rapporto. Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Cinema

23/08/11 o della paura come costruzione del passato/futuro

Una buona cosa di quella che non chiamerò vecchiaia perché indipendentemente dalle mie possibili sfortune personali statisticamente sono solo a quasi un terzo della mia esistenza, è la consapevolezza che la maggior parte delle volte non è la fine del mondo anche se lo sembra. Una fortissima differenza rispetto all’infanzia dove il tempo non era lineare ma puntuale e ogni dolore si assolutizzzava in una catastrofe perché, in fondo, del domani non si aveva un vero concetto. E invece eccoci oggi a dirsi che no, non è la fine, a lasciar passare come sintomi di una malattia quasi cronica le angosce che stritolano il respiro. Mi prende, mi prende eccome la disperazione, e non so davvero bene perché, anche se di motivi formali ce ne sarebbero, il futuro blablabla così incerto e la libertà minata dalle ristrettezze, dai nodi dell’affetto malato e anche della propria confusione vigliacca riguarda al da farsi per vivere realmente la propria vita, oltre alla solitudine dell’essere estromessi dagli altri senza alcun motivo se non quello che pare non si possa far altrettanto, a sentir quello che si sente dentro in quell’istante.

Ma da tempo mi ripeto che tanto, sono le solite cose, sai com’è, passeranno, lascia stare, sopravviverai ancora.
Ci vuole una mente cinica e convenientemente dimentica per pensare che le disperazioni dell’infanzia non siano nulla di davvero valido rispetto all’età adulta; ma io provo molta pena per quella bambina che non solo era schiacciata dalla paura, ma ancor più annichilita dall’idea che era finita per sempre, che sarebbe morta presto, prestissimo, e nessuna soluzione era possibile, ogni via d’uscita sbarrata, il panico del condannato al patibolo diffuso in tutto il corpo. Che non sapeva che finché non si muore veramente, non si muore mai.

Lascia un commento

Archiviato in Personale/I Me Mine

Cose in cui ho smesso di credere

Quando ero più ragazzina, pensavo di essere pazza. E lo dicevo, tra lo scherzoso e il serio, a me stessa e agli altri. Ero solo stupida però.
L’unica giustificazione che posso portare è che sono vissuta in un contesto dove il concetto di pazzia veniva facilmente messo in ballo, e a furia di sentirmi dire che ero strana ci ho creduto. Allora davo agli altri la possibilità di possedere la verità; adesso, timidamente, oso dire che malgrado abbia cercato strenuamente di vedere le cose dal loro punto di vista, forse erano solo opinioni di persone superficiali. O che non avevano ancora vissuto abbastanza.
L’etichetta di pazza, strana fa emergere  anche alibi di rinuncia, come a dire, oh beh, sono fatta così, non posso cambiare, non ci posso fare niente. Ma anche senso di liberazione.

“Entrare nel manicomio secondo me,
è come entrare nel regno di una felicità
che nessuno comprende,
perchè si rimane finalmente soli davanti alla nostra identità
che tutti avevano cercato di deformare”
(Alda Merini)

Il senso di inferiorità fa talmente coincidere la propria identità con i soli propri difetti che si finisce per pensare che siano l’unica cosa autentica che si ha. Quasi ci si sente sinceri, liberi, anche perché molti difetti sono soltanto caratteristiche innocue. Per me però, si finisce per fraintendersi esattamente come hanno fatto gli altri. La sfida, estenuante, diventa quella di trovare qualcuno che accetti soprattutto i difetti, ma che abbia un senso o no, lascia da parte anche tutte quelle cose belle per cui forse ci meritiamo anche un po’ di accettazione.
Ho scritto poesiole dolci e stupide, quando ero più giovane.

(per chiunque)
se mi sceglierai
sceglimi per le mie imperfezioni
per il modo in cui solo io saprò ferirti
per quella rabbia che t’ispirerò

per gli angoli storti del mio corpo e le manie della mia mente
per gli sbagli solo miei di cui vorrai essere il testimone

cosi anche se te ne andrai ricorderò la tua scelta
per la mia persona traballante su cui ti appoggiavi
donando ad entrambi un incredulo equilibrio.

Mi sbagliavo. Non conoscevo ancora bene il dolore, Quello mio e quello degli altri. E chi diavolo ci vuole avere a che fare? La verità è che quando sei pazzo non soffri. Hai mollato. Ma la sofferenza può avvicinare parecchio alla follia, proprio perché ci si vuole solo arrendere. Perdere il contatto, la consapevolezza, vagare tra le contraddizioni senza notarle, notificarle.
L’unica cosa decente del dolore, l’unico straccio di senso che ci galleggia dentro, è che rende tutti uguali. Altro che diversi, o strani, o pazzi. Tutt’altro: la follia è una liberazione che costa troppo.

Adesso che so di essere banale, normalissima, ho smesso di deformare io per prima la mia identità presentandomi al mondo nel prisma equivoco dello sbaglio, dell’eterna imperfezione e incomprensione. Accettando la fatica di essere una persona che cerca di tirare avanti come tutti, e cerca di essere anche decente senza farsi fregare dall’idea di sempiterno errore come connaturazione biologica scritta nelle stelle.

Tu quanto vuoi indulgere ai tuoi difetti? Quali sono i tuoi difetti? E sono difetti?
(Ragazze Interrotte)

Ero piccola, ed erano tutte cazzate. Sono solo uguale a tutti voi da cui per anni mi sono convinta di essere diversa; almeno nella partenza. Poi si decide passo per passo. Riuscire a convivere con il mondo, almeno, è diventato più comprensibile ora che non mi sento più tanto strana; e da quando  ho percepito veramente, più che capito, quanto dolore possono provare gli altri.

5 commenti

Archiviato in Citazioni, Personale/I Me Mine

Pessimismi

La gente non aspetta, tu non conti.

(non aspettare nemmeno tu)

1 Commento

Archiviato in Personale/I Me Mine

30/06/08

(stanca)
le stanze della memoria hanno pareti mobili,
che si spostano ad ogni istante
lasciando le linee fragili di ciò che é già andato
cosìcché ogni visitatore possa avere la sensazione,
pur rimanendo immobile,
di star percorrendo un lungo corridoio;
si bussa a un stanza che già si é spostata oltre,
come un gioco di cubi
per smarrirsi in alloggi nuovi o dimenticati
a ritroso nel pensiero. dagli interstizi delle mattonelle arrivano voce confuse,
i riflessi dalle finestre contengono volti che svaniscono come impronte sul vetro
singhiozza il tetto,
si ricostruiscono case andate a pezzi .

Lascia un commento

Archiviato in Personale/I Me Mine

22/06/09

e alla fine, non ci sarà che la mia pelle.

Poiché ogni persona è divisa, nessuna comunicazione è reale. Nessun amore è reale, anche se su questo ci tornerò alla fine. Nessuna conoscenza è reale. Nessuno sa davvero niente dell’altro.
Io sono il metro di questa affermazione. Ho amato. Ho parlato. Ho dato in doni parti estese del mio corpo, lembi di pelle che potessero crescere sui corpi altrui. Ma non ho mai lasciato che nessuno sapesse fino in fondo chi ero. Non era cattiveria, indifferenza ,riservatezza, solo pensavo non si potesse. Penso ancora non si possa: Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in Personale/I Me Mine

07/02/13

Io non mi vergogno delle mie cicatrici.
Sono il segno che ho imparato
come si ferisce la pelle e come la si cura.

Lascia un commento

Archiviato in Personale/I Me Mine