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Nut Job Operazione Noccioline – Peter Lepeniotis (2014)

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Spocchia ha da tempo preso la sua decisione: si vive meglio pensando solo per sé. Peccato che Spocchia sia uno scoiattolo che vive in un parco insieme a molti altri suoi simili che si arrabattano per raccogliere le scorte necessarie per l’inverno, sotto la guida del procione Boss, e che si sia inimicato da tempo, con il suo fare ribelle, il favore della comunità. Un’ultima intemperanza e il roditore viene esiliato, cacciato e costretto a sopravvivere in una caotica giungla urbana, finché con il suo compare Buddy, un topolino che lo insegue in ogni dove, non si imbatte nel paradiso sulla terra, ovvero un negozio di noccioline gestito da una banda di omaccioni in realtà ben poco affidabile. Gli energumeni stanno infatti progettando un furto alla banca vicina, ma la cosa non interessa a Spocchia che decide di organizzare una propria personale rapina e assicurarsi da mangiare per parecchio tempo. Ma anche gli animali del parco, spaventati da una possibile carestia, stanno allertando una spedizione di salvataggio capitanata da Vanesio, l’eroe del posto che vive della propria fama, e l’intrepida Andie. Ben presto nel negozio di noccioline ci sarà un gran movimento di uomini, scoiattoli, topi alle prese con ingegnosi tunnel sotterranei, per un risultato esplosivo.

Nel 2005 Peter Lepeniotis, già animatore per la Pixar, dirigeva il cortometraggio d’animazione Surly Squirrel su uno scoiattolo egoista che cerca di rubare un pezzo di pizza abbandonato nell’immondizia senza volerlo dividere con nessuno degli uccelli che vivono nel suo parco. Nut Job – Operazione Noccioline è l’adattamento in forma di lungometraggio di quella prima idea originaria, con una maggiore costruzione dei personaggi e delle loro personalità. Benché non si conoscano i motivi per cui Spocchia è tanto inviso alla sua comunità né per quali rancori regressi, malgrado i suoi talenti naturali, abbia deciso di operare per l’esclusivo soddisfacimento delle proprie esigenze ignorando quelle altrui, si intuisce una ferita passata, un antico fraintendimento alimentato da Boss, simbolico padre repressivo che non ama il libero arbitrio di chi dovrebbe stare ai suoi comandi. Il protagonista negativo del corto iniziale, avido e senza scrupoli, pronto perfino a sbarazzarsi dei propri complici per non dover dividere con nessuno il bottino delle proprie ruberie, si è evoluto così in un personaggio dalle tinte chiaroscurali che sembra aver bisogno, nella propria risentita solitudine, solo di una voce amica e di un consiglio saggio per ritrovare la propria umanità e la gioia di vivere in gruppo condividendo con gli altri gioie e dolori comuni. Nut Job – Operazione Noccioline elabora un percorso di crescita spirituale in un contesto che rimanda alle tipiche ambientazioni noir dei film gangster americani degli anni Cinquanta facendo leva su una leva di comprimari piuttosto monolitici nelle loro caratteristiche stereotipate – la bella e impavida eroina, l’amico fedele, i ladri più stupidi che cattivi – senza però allontanarsi troppo da una narrazione che richiama lo stile slapstick dove più che il racconto conta il divertimento della gag del momento. Così il film è una divertente storia senza troppe pretese, con un onorevole messaggio morale sul vivere nella collettività e qualche buona sequenza: niente a che vedere con i capolavori cui ci hanno ambientato geni dell’animazione come la Pixar, ma buono per far passare ai bambini un pomeriggio tranquillo, il che, per genitori bisognosi di tenere occupati i propri figli per un’oretta e mezza, è sempre un’ottima cosa.

Da PointBlank

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Mister Morgan – Sandra Nettelbeck (2013)

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Matthew Morgan era pazzo di sua moglie. L’amava davvero, adorava tutto di lei, ha perfino acconsentito ad avere bambini, per quanto non si sentisse tagliato per la paternità. Poi Joan è morta, e l’uomo si è ritrovato anziano, con dei figli cresciuti con i quali non è mai riuscito a instaurare un rapporto e un immenso vuoto nell’anima. Da allora girovaga nella grande casa dove abitava con la moglie a Parigi, le finestre sempre chiuse, una donna che viene a portare la spesa una volta alla settimana, libri e giornali abbandonati a prendere polvere e qualche abitudine ripetitiva per occupare il tempo. Joan è sempre lì, accanto a lui, un fantasma con cui dialogare. Matthew è talmente inebetito dalla perdita da non essere nemmeno disperato, solo assente, mentre passeggia per la città, finché un giorno su un autobus incontra per caso Pauline e riscopre il dialogo con le persone. Non che questo sia per forza un evento positivo: ritornare alla vita, simboleggiata dai passi di danza che la ragazza insegna nel suo corso, è forse perfino troppo traumatico per chi aveva dimenticato il sapore delle cose e se lo ritrova improvvisamene di nuovo in bocca.

Come in Up della Pixar, Mr Morgan descrive il dolore della perdita, l’annichilimento successivo e l’istintivo desiderio di uscire dai giochi, come anche la ricerca della persona amata in ogni cosa che possa ricordarla. Matthew ha perso Joan, Pauline ha perso suo padre: ciascuno ritrova nell’altro frammenti dei propri fantasmi. L’ambivalenza sessuale temuta dai figli dell’uomo, in particolare Miles, per fortuna non è presente, pena la perdita di credibilità dell’intera storia; i due protagonisti si cercano, ma solo per consolarsi, tenersi in piedi, far rivivere rapporti finiti e convincersi così che la vita è ancora degna di essere vissuta. Poiché però ogni individuo non può solo ricalcare le proiezioni altrui, ma porta con sé anche elementi inediti, nuove emozioni necessariamente spuntano e travolgono, cambiando le carte in tavola.

Michael Caine si porta sulle spalle l’intero film, grazie alla sua poderosa interpretazione, benché a metà della storia un certo sviluppo dell’intreccio risulti piuttosto prevedibile; per fortuna chi si aspetta il racconto morboso, trito e ritrito, di come un uomo avanti con gli anni riscopra la gioia di vivere innamorandosi di una ragazza molto più giovane di lui – malgrado il titolo originale del film, Mr. Morgan’s Last Love – sarà deluso. Al contrario, una certa sottile delicatezza pervade lo sguardo, un rispetto viscerale per i sentimenti e le fragilità dei personaggi, anche se le soluzioni narrative finali non sono delle più originali. Con molto pudore si introduce il tema dell’eutanasia e la domanda che attende chi arriva a una certa età ed è come morire. Come terminare tutto quando si è ammalati, quando non si ha più motivo di vivere, e ciò è lecito? La regista Sandra Nettelbeck, che ha tratto la pellicola dal libro di Françoise Dorner La Douceur Assassine lascia la parola ai suoi protagonisti, senza intervenire troppo con scelte di regia che prediligano un orientamento morale preciso rispetto a un altro. “Quando si capisce tutto della propria vita, è arrivato il momento di morire” afferma Pauline, ma che questa consapevolezza che apre le porte alla fine sia reale o solo un’illusione non è specificato. Certamente, se si stringono i denti e si resiste, il tempo porta prima o poi sempre qualcosa di nuovo, una porzione originale di qualcosa che se non è l’antica gioia, assomiglia almeno a una ventata di momentaneo sollievo. Ma, se questo valga lo sforzo, sta solo a ognuno di noi deciderlo.

Da PointBlank

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