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Roma 2014/ Tre tocchi – Marco Risi

Tre tocchi

Tre tocchi è puro caos: una confusione di personaggi e situazioni costretti a forza a condividere lo stesso spazio filmico, entro un rabberciato concentramento di voci. L’unico filo conduttore rintracciabile è un’audizione importante cui tentano di partecipano tutti i protagonisti, un gruppo di attori di varia età e fama che si incontra periodicamente nello spogliatoio del campo dove si allenano a calcio. Questo prezioso provino, potenziale trampolino di lancio per la terra dorata del successo, viene provato, ripetuto e interpretato continuamente per tutto il film, facendosi portavoce della comune angoscia di vivere che avvicina i personaggi invischiati in relazioni egoiste e morbose. La medesima pulsione sessuale si concretizza in fantasie omosessuali, o amplessi freddi e violenti, ed è in tale senso il film di Marco Risi si caratterizza come un’opera profondamente maschile, secondo il significato più scadente della parola. Le donne con cui si confrontano Max, Leandro, Emiliano, Vincenzo, Antonio e Gilles sono figure che non vengono mai comprese – nemmeno dal regista – esponendo un corpo considerato disponibile anche oltre ogni rifiuto; caratteristica peraltro questa che impedisce ogni possibile immedesimazione con i protagonisti, troppo egocentrici e presi dai propri impulsi per fare un passo verso l’Altro, o conquistare l’attenzione del pubblico.

Cosa resta di Tre Tocchi allora se non uno sfogo pulsionale tanto urgente quanto vomitato sullo schermo, fatto di sogni erotici e coiti gelidi giustificati da una nemmeno tanto latente disperazione – che guardacaso riguarda solo gli uomini e non le donne che li circondano? Nient’altro, dal momento che il contenuto emotivo poggia su una struttura narrativa davvero troppo esile. Così perfino il dato sociale suggerito dal film si trasforma in un lungo elenco di macchiette, che si discostano dalle figure che probabilmente Risi pensava di raccontare; l’esistenza mediamente frustrante dell’attore che si trovi a vivere e lavorare oggi in Italia, diviso fra lavori impegnati scarsamente considerati e, quando si è fortunati, esperienze televisive, perde, filtrata dall’occhio miope del regista, ogni spessore, per accontentarsi di bozzetti malamente disegnati.

Una serie di camei importanti – Luca Argentero, Claudio Santamaria,Valentina Ludovini e perfino un Paolo Sorrentino assunto a simbolo del regista di talento da conquistare – supporta ed enfatizza il lavoro degli interpreti, ma se l’intento di Risi era di descrivere un mondo che certamente per nascita e curriculum conosce bene, tale esperienza non è integrata da un racconto efficace, o che si possa definire almeno empatico. Il film soccombe sotto la pesantezza di un numero eccessivo di protagonisti, peraltro infelicemente resi, lasciando un gusto amaro in bocca, e un certo fastidio per alcune scene risolte rifugiandosi nella caricatura puerile o, al contrario, nell’esplosione emotiva, che non sorretta da un adeguato sentimento di comprensione per i personaggi risulta perlopiù prepotente, meschina e autoassolutoria. E così, vien persa ogni possibilità di penetrare questa latente depressione, questo continuo senso di colpa per cosa si è diventati, e la sotterranea speranza insensata di potercela ancora fare: lasciando solo noia e, unica emozione, una leggera irritazione.

Da PointBlank

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Roma 2014/ Il sale della terra – Wim Wenders & Juliano Ribeiro Salgado

Il sale della terra

L’esperienza di Il sale della terra sembra offrire una soluzione lapalissiana per chiunque voglia creare: fare arte è facilissimo, basta dedicarvici completamente. Una risposta solo apparentemente conclusiva, che nasconde invece difficoltà pratiche e mentali spesso insormontabili. La storia di Sebastião Salgado ne offre un perfetto esempio, nel suo lungo elenco di luoghi e popoli visitati abdicando quasi completamente al proprio ruolo di marito e madre, nonché assorbendo da ogni posto la bellezza e il dolore, fino a saturarsi l’anima. Venire incontro alla sua opera significa allora prendere su di sé questa completa dedizione al racconto; ed è in questo senso che Wim Wenders opera, promuovendo un movimento cinematografico verso la fotografia, assieme al figlio di Salgado,Juliano Riberio, che ne condivide in forma di coregista la penetrazione nelle immagini e nelle parole, come scoperta e comprensione di un padre perennemente assente durante la sua giovinezza.

Lo sforzo attuato dal fotografo per incarnare nell’immagine il senso di ciò che vedeva è lo stesso che i due registi profondono nel contribuire alle fotografie con gli specifici stilemi cinematografici, quasi per poterle rianimare con il mezzo cinema. Che ogni medium possa bastare a se stesso è quesito non ancora risolto nel campo della comunicazione, ma questo non nega l’attrazione fra le due parti: fotografia come fotogramma, cinema come evoluzione dell’immagine, entrambi i media dialogano sul confine dell’integrità delle proprie strutture.

Se dunque Il sale della terra si denota come riflessione metalinguistica, dimostrandosi ben più di un semplice documentario, è perché l’oggetto stesso del suo discorso supera i limiti della semplice professione fotografica, per addentrarsi nelle innumerevoli pieghe del vissuto che racconta. L’intelligente mossa di Wenders di scomparire dall’intervista, lasciando Salgado solo di fronte allo schermo lungo il quale venivano proiettate le sue fotografie – che era anche il luogo dove era collocata la macchina da presa – lascia che sia il suo volto stesso, diretto agli spettatori, a descrivere le immagini. Ed è una narrazione intima, profondamente coinvolta, che rivela un uomo deciso ad accettare tutto ciò che viene dal fotografare: il tempo necessario per visitare e comprendere, la fatica di adattarsi, pazientare, accettare, essere sempre disponibili verso il mondo che si vuole conoscere, nonché la forza di sopportare anche tutto il dolore che può venirne, come il tragico reportage in Ruanda dal quale, confessa Salgado, ne uscì con l’anima contagiata dalla continua esposizione alla violenza.

A questo la regia risponde trattando ogni immagine come un’inquadratura filmica, con voci e suoni in sottofondo a risvegliare il ricordo di aver visto come persona, prima ancora di aver rappresentato in vece di artista, quella realtà. L’arte come il vissuto intenso delle cose: ed è davvero fondamentale nel film questa perfetta aderenza emotiva fra forma cinematografica e contenuto fotografico, perché trasporta dagli occhi di Salgado/Wenders a quelli di chi guarda l’impeto delle sensazioni descritte, in un’esperienza che è anche intrinseca immedesimazione. Dono prezioso, questo offerto da Il sale della terra: dimostrare ancora una volta, che la vista può essere una cosa davvero meravigliosa.

Da PointBlank

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Roma 2014/ Masterclass con Wim Wenders

Masterclass con Wim Wenders

”Più invecchio e meno capisco la fotografia” confessa a Mario Sesti un sincero Wim Wenders alla Masterclass a lui dedicata al Festival di Roma. Occasione dell’incontro è l’imminente uscita del documentario Il sale della terra dedicato al fotografo Sebastião Salgado, intorno al quale il regista tedesco ha costruito un discorso cinematografico che è divenuto anche riflessione metalinguistica sul valore dei linguaggi visivi. Un film che parli di fotografia non può infatti che far emergere, anche involontariamente, le differenze fra i due media: in questo caso poi la cosa si impone con maggior forza, data l’originaria fascinazione per il mezzo fotografico di un Wenders che si è detto inizialmente diffidente verso il principio narrativo del montaggio. Peraltro, meno nota ma comunque presente è la sua carriera come fotografo di paesaggi urbani e no – solo pochi mesi fa era in mostra a Roma, il suo cicloUrban Solitudes – in una considerazione del gesto fotografico imprescindibile dall’atto di viaggiare. La parallela esperienza cinematografica, ha raccontato il regista, ha sviluppato in lui l’idea di ogni immagine come una relazione di campo (fotografia) e controcampo (colui che scatta), da cui recentemente è derivata la curiosità di scoprire cosa ci fosse dietro le viscerali fotografie di Salgado: un’esperienza che l’ha portato a dover rivedere il proprio concetto di tempo.

Inizialmente convinto, infatti, di poter terminare il film in poche settimane,Wenders ne ha realizzato una prima versione piuttosto convenzionale, secondo lo scherma domande/risposte/immagini; nel visionare il girato si è però reso conto che l’emozione del fotografo nel rivedere le proprie fotografie svaniva una volta rientrato nella dimensione dell’intervista. Da qui la scelta di effettuare una seconda serie di riprese, posizionando Salgado in una camera buia, con uno schermo a proiettare le immagini. Il regista, con la telecamera nascosta dietro lo schermo, riprendeva l’artista che, non più distratto, poteva perdersi completamente nelle emozioni e nei ricordi suscitati dalle fotografie. Un approccio lento che Wenders ha dovuto far proprio, per poter penetrare nella diversa concezione temporale presente nel lavoro del fotografo brasiliano.

Raramente la concezione dell’arte come totale devozione è stata meno esplicita come nella storia di Salgado che, nato come economista, ha iniziato a fotografare viaggiando e svanendo da casa per mesi e mesi, completamente assorbito dai luoghi che voleva raccontare. Dedicava moltissimo tempo solo a conoscerne gli abitanti, conquistare la loro fiducia, vivere e dormire con loro. Una scelta di vita che ha influenzato profondamente le dinamiche della sua famiglia, costretta ad abituarsi a continue e prolungate assenze di un marito e un padre lontano. Se la moglie ha condiviso sempre il lavoro di Salgado in qualità di editor e curatrice, solo una volta divenuto regista il figlio Juliano Ribeiro ha potuto superare le distanze prodotte dalle ripetute separazioni, diventando coautore insieme a Wenders di Il sale della terra.

Tra le domande fatte dal pubblico si è distinta una riflessione sul legame fra verità e bellezza in relazione al dilemma morale proposto dall’estetizzazione della tragedia. Wenders ha risposto attribuendo alla bellezza delle immagini un carattere involontario, contrapponendovi il valore superiore della verità. Un’ottima sintesi del racconto ascoltato alla masterclass : più che il piacere del guardare, vale la consapevolezza del sapere, per ricordare che creare può contribuire a diffondere il vero.

Da PointBlank

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Roma 2014/ Last Summer – Leonardo Guerra Seragnoli

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C’è tanto silenzio in Last Summer, lunghe sequenze di immobilità: ed è certo l’estenuante lentezza della pellicola a costituire il primo e fondamentale ostacolo alla visione, coadiuvato dai problemi inerenti la comprensione della storia. Ciò che è noto fin dall’inizio è solo l’incontro fra una madre e il figlio su una barca in mezzo al mare, circondati da un equipaggio tanto premuroso quanto diffidente. La donna ha perso la custodia del bambino, e le rimangono solo quattro giorni per salutare il piccolo prima di non rivederlo per molto, molto tempo; ma il figlio, forse manipolato dalla famiglia del padre, o smarrito dalla prolungata assenza della madre, sfugge ogni attenzione di quest\’ultima. A questa, prigioniera di un’atmosfera di cordiale ostilità, non resta che inventarsi continui piccoli approcci fisici e verbali per poter ricreare un legame che si mantenga saldo nell’imminente lontananza.
Il vuoto degli spazi aperti in cui si muovono i personaggi, è paradossalmente claustrofobico. Non vi sono posti dove scappare, impossibile non entrare prima o poi a contatto con qualcuno sulla barca, o coglierne le conversazioni bisbigliate. Una situazione tesa non solo per la protagonista, ma per lo stesso spettatore che si scontra coi ripetuti primi piani del volto muto della donna, senza poterne penetrare i pensieri. La stanchezza che ne deriva allenta l’attenzione e la comprensione, rischiando anche di minare l’interesse per il film, fino a che l’incontro inevitabile fra madre e figlio, a lungo ritardato, ostacolato e deviato, non si compie, partendo dall’uso e la condivisione della medesima lingua – la donna ha avuto il bambino da un uomo occidentale, pertanto è bilingue – per evolversi poi nel contatto fisico. La seconda parte del film, forse la più apprezzabile, è infatti la cronaca di questo graduale riavvicinamento epidermico fra i due, laddove finalmente il vuoto viene riempito dai movimenti reciproci verso l’altro, in forma di smorfie, mani strette e pelli respirate.
Opera pertanto ambigua, ambivalente,Last Summer sembra mancare di una linea narrativa forte, abbandonando i personaggi a loro stessi per poi recuperarli nella parte finale del film. Ciò che a prima vista appare come l’esperienza di un addio, preparato e vissuto come l’ultimo scampolo di tempo prima della separazione definitiva, è in realtà il tentativo di mettere radici nell’assenza. Rimanere come ricordo, presenza forte nella mente: ribadendo almeno il valore di un rapporto imprescindibile al di là delle influenze esterne. La madre, inizialmente rappresentata nella sua gelida eleganza esteriore, si anima gradualmente nel momento in cui riesce a trovare un canale di comunicazione produttivo col bambino.
Ma se lo smarrimento dei personaggi riecheggia in una macchina da presa dallo sguardo rallentato, talvolta immobile, ciò fa sì che lo svolgimento stesso della storia risulti soffocante e inconcludente, pregiudicando la piena comprensione dei fatti, nonché ogni coinvolgimento per questi. Altalenando fra divagazioni e sequenze maggiormente azzeccati Last Summer ondeggia come i suoi protagonisti, per trovare un suolo stabile solo dopo un lungo tragitto sconnesso.

Da PointBlank

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Roma 2014/ My Italian Secret – The Forgotten Heroes – Oren Jacoby

ITALY BARTALI OBIT

L’ambiguità della questione razziale in Italia alla fine degli anni Trenta, diversamente dalla rigida posizione degli alleati tedeschi, potrebbe essere ricondotta alla tradizionale doppia considerazione dell’etnia italiana, tesa tra il sublime e il subumano. Così pur venendo varate nel 1938 le vergognose Leggi razziali fasciste, ultima conseguenza di un ventennio di dittatura, le statistiche sembrano dimostrare un minore accanimento verso gli ebrei, supportato anzi da molteplici testimonianze di aiuto, anche sotto il rischio della morte, da parte di molti italiani. My Italian Secret – The Forgotten Heroes parte dal presupposto di raccogliere qualcuna di queste storie sotto l’egidia della figura di Gino Bartali, l’eroe del ciclismo di cui da qualche anno si è conosciuto anche l’impegno nel mettere in salvo centinaia di rifugiati nascondendo documenti falsi utili alla loro partenza nel telaio della bicicletta, durante lunghi viaggi spacciati per allenamenti sportivi. Il ciclista è però solo il nome di rilievo di un racconto che unisce le voci dei sopravvissuti a quelle dei parenti di chi li nascose: dalla gentildonna che offriva le stanze del suo sontuoso palazzo, al medico che si inventò una malattia letale per tener lontano i tedeschi dal reparto dove teneva gli ebrei in fuga, il film è uno sfilare di volti e voci talvolta rotte dall’emozione.

Peccato però che non bastino le buone intenzioni a tenere in piedi un’opera riuscita solo a metà, appesantita da uno sguardo televisivo troppo convenzionale – nella formula della testimonianza seguita dalla ricostruzione filmica degli eventi – teso a un’analisi semplicistica, affatto approfondita, della vicenda razziale italiana. In primis l’abitudine di una certa lettura mediatica a fare del fascismo un’esperienza forzata e non voluta dagli italiani, o perlomeno una brutta faccenda sopportata a fatica: uno di quei casi in cui lasciare la parola solo ai vincitori riscrive, a discapito di una comprensione storica, anche i pensieri dei vinti. Così le gesta di alcuni divengono le gesta di tutti, e ci vuol poco a trarre daMy Italian Secret – The Forgotten Heroes la rassicurante quanto errata idea di un popolo fermamente antifascista e antirazzista opposto a una parte contraria in egual misura, quando i fatti, una volta fugate le emozioni, descrivono una realtà ben più complessa ( sconfortante); a ennesima dimostrazione di quanto raccontare, usando come tramite esclusivo i sentimenti di chi parla, possa suscitare l’empatia del pubblico senza con questo garantire un reale e proficuo approfondimento storico.

In questi termini appare lungimirante la scelta di Bartali di mantenere per decenni il segreto sulle sue attività clandestine nel periodo bellico, in perfetta coerenza con il medesimo atteggiamento di chi, ripudiando la caratterizzazione astratta degli esseri umani, preferisce giudicarli per l’evolversi delle loro esistenze. Comprensibile timore, infatti, vista la reiterata tendenza da parte della collettività sociale a costruire il mito degli eroi, contrapposto alle figure dei “cattivi”, riducendo l’elemento umano a parte residuale in un discorso altrimenti declinato all’estremizzazione morale; quasi che il passato non ci avesse insegnato che male e bene non sono concetti aprioristici, presenti in grandezze prestabilite alla nascita negli individui, ma scelte effettuate e ripensate giorno dopo giorno.

Da PointBlank

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