Archivi tag: Società

Il Venditore di Medicine – Antonio Morabito (2013)

Immagine

Informatore medico: sulla carta è colui che gira per ospedali e studi mostrando ai dottori i nuovi prodotti della propria casa farmaceutica, in pratica si garantisce con regali e favori un tot minimo di prescrizioni favorevoli alla proprio azienda. Si chiama comparaggio, un reato tristemente diffuso nel nostro paese, l’unico modo per dare visibilità a migliaia di prodotti utili solo ad aumentare gli introiti di chi li produce, farmaci formulati, con principi poco testati o pieni di effetti collaterali Non è un bel lavoro, né un modo facile di procurarsi da vivere ma a Bruno (Claudio Santamaria) aveva permesso col tempo di garantirsi una certa tranquillità economica, una casa, una moglie. Poi è arrivata la crisi, ogni sicurezza è scomparsa e sopravvivere è divenuta una guerra quotidiana contro i concorrenti, i medici onesti, quelli troppo volubili, una lotta continua fatta di prevaricazioni, lusinghe, bustarelle, mentre a casa la consorte ignara di tutto si dà da fare per mettere in cantiere un figlio che potrebbe incrinare definitivamente il fragile equilibrio su cui ondeggia l’uomo. Rimane solo un’ultima possibilità, riuscire a comprare l’importante primario di un ospedale (Marco Travaglio) e ottenere l’ordinazione dei farmaci per il cancro, i più costosi in campo medico.

Antonio Morabito rivolta il punto di vista morale dello spettatore mettendo al centro della storia un uomo qualsiasi, né cattivo né avido, solo disperato, per cui si finisce per parteggiare, benché le sue azioni significhino truffa, corruzione e un probabile avvelenamento di pazienti che del tutto ingenui si affidano al volto fidato del proprio vecchio medico di base. Bruno corre da un posto all’altro, nasconde a colleghi e cari la propria paura coltivando un’immagine di professionista di successo; di fronte alla prospettiva del fallimento ogni valore morale è venuto meno, trasformandosi in un lusso. Raccontare la sua storia di derelitto significa fare luce su quella parte di paese messa da parte in favore di una semplicistica divisione del popolo in buoni e cattivi, vittime e carnefici (inutile chiedere a se stessi in quale categoria pensiamo di dover stare). Un ottimo Claudio Santamaria incarna un cittadino medio, non troppo stupido, capace di qualche slancio di bontà ma inevitabilmente dipendente dai poteri che gli procurano il cibo. Salendo di livello in livello nella gerarchia sociale c’è sempre qualcuno cui ubbidire e qualcuno da comandare, agli ordini vanno sacrificate le proprie istanze etiche perché altrimenti non si mangia, e le regole stesse non hanno valore quando non garantiscono il benessere che dovrebbero assicurare. È una guerra fra poveri dalla quale si estraniano i poteri forti che nello stesso film non appaiono mai, ma che vegliano su un esercito di soldati semplici che si azzannano l’un l’altro per un pezzo di pane. Il venditore di medicine è allora storia di un declino personale e di quello nazionale, incarnata nell’incrinatura della categoria professionale che più necessita la nostra fiducia. L’unico tassello della storia che Morabito ha dimenticato di raccontare è la reazione complessiva con cui si è reagito alla questione: un’ondata di paranoia complottista che non ha certo migliorato l’atmosfera complessiva del paese, ma, una volta caduti i punti di riferimento fondamentali, non ci poteva aspettare altro. Si può solo sperare che fra lobby fameliche di guadagni, ansiolitici prescritti ai bambini e antibiotici ingoiati come caramelle da una parte, e corse ai santoni guaritori, omeopatia e massicce dosi di vitamine dall’altra, ci sia prima o poi una luce in fondo al tunnel.

Da PointBlank

1 Commento

Archiviato in Articoli, Cinema

Piccola Patria – Alessandro Rossetto (2013)

Immagine

In tempi come questi, la fuga è più di un ideale romantico: è l’unica alternativa all’abisso sociale ed economico, un progetto di vita minuziosamente preparato sin dall’adolescenza, quando si comprende con amarezza e spavento che la giovinezza non sarà quel periodo dorato descritto dall’immaginario popolare. Da un tentativo di fuga parte Piccola Patria, per raccontare le vicende di due amiche, Luisa e Renata, costrette a una quotidianità scadente in un paesino dell’Alto Adige, e circondate da adulti spenti, risentiti, spaventati. Perché allora non vendicarsi di uno di questi, già sfruttato economicamente per la propria debolezza sessuale, ricattandolo con foto compromettenti per mettere insieme i soldi necessari a scappare da tutto? Se è vero che l’ambiente influenza le persone che ci vivono, Renata ha preso dal suo paese l’astio diffuso e generalizzato verso tutti, quella sottile convinzione di essere stata derubata di un futuro che le apparteneva; odia i suoi compaesani per la loro ignoranza e piccineria, come loro odiano tutti gli stranieri, senza differenza, colpevoli di aver invaso una terra non loro e per questo ladri e criminali. Luisa ha invece assorbito dalla sua terra il sole e la luminosità, impressa nel suo sorriso e nella sua voglia di cantare, gridare, andare in giro nuda e fare l’amore, malgrado un padre razzista e rancoroso e una madre spaventata dall’effervescenza quasi violenta della figlia. Come due lati di una medaglia, la luce e l’ombra, le due protagoniste vagano in una cittadina addormentata, tra ricchi clienti di hotel prestigiosi che dimentichi di tutto si godono la brezza in piscina, e i poveri abitanti sonnambuli ma di tanto in tanto pronti a risvegliarsi per urlare a gran voce di orgoglio nazionale, mire secessioniste, rivoluzioni sanguinarie.

Piccola Patria non è assolutamente esente da critiche, in primis una sorta di estrema fascinazione dello sguardo verso la natura e le atmosfere della regione veneta e la convivenza di queste con le strutture fatiscenti dell’urbanità moderna: tanto attratto da questa commistione di verde e casermoni, campi e rifiuti, da perdere talvolta per strada il racconto, come un passante che mentre parli con qualcuno si interrompa a guardarsi intorno, affascinato da ciò che lo circonda, del tutto dimentico di ciò che stava dicendo. L’effetto che ne deriva è di un film troppo distratto dal proprio ambiente, spesso colpevole di divagazioni al limite del documentario che distorcono la concentrazione dalle vicende principali.  In compenso però vi è nella pellicola una rappresentazione della mediocrità spirituale che attanaglia non solo la penisola italiana, ma in generale gran parte del genere umano, come non se ne vedevano di così ben fatte da tempo. Il problema frequente di un cinema che voglia raccontare il presente è di cedere agli stereotipi, o peggio alle caricature, siano di adolescenti in crisi, adulti problematici, cittadini meschini. Qui è invece perfettamente resa la miseria sociale sfogata nel razzismo, nella facile reiterazione della legge del più forte sul piccolo, e quell’aggrapparsi a quelle piccole ancore di sicurezza che confortano nello smarrimento, come la convinzione che sia tutta colpa di qualcuno in particolare, o il rifugio nella religione o nella morale bigotta; la ricerca insomma di qualcosa in cui credere per quanto grossolano, poco lineare o addirittura irrazionale, è la medesima sindrome che investe la quotidianità cui ormai ci siamo abituati. Poiché prima o poi il futuro, questo benedetto miraggio, arriverà per tutti, il film di Alessandro Rossetto avverte dei pericoli insiti nel rancore comune che si sta diffondendo a macchia d’olio dappertutto, raramente filtrato dalla ragione. Ci sarà un giorno in cui dovremmo fare i conti con l’ira dei giovani  di oggi ormai invecchiati, rabbiosi come la generazione che li ha preceduti: e chissà se saranno più ragionevoli e saggi dei loro genitori.

Da PointBlank

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Cinema

Felice chi è Diverso – Gianni Amelio (2014)

Immagine

Si parte da molto lontano in Felice Chi è Diverso, addirittura dall’epoca fascista, per raccontare l’omosessualità maschile quando questa sulla carta non esisteva nemmeno nella società italiana: strano paradosso di una società talmente ossessionata dalla virilità di corpi – si veda, un esempio fra tanti, la costruzione dello Stadio dei Marmi a Roma – da suggerire l’ipotesi di un’omofobia di Stato necessaria a nascondere istinti poco accettabili. Una repulsione simile alla paura di un virus capace di sovvertire il paese poi incarnata, come nei peggiori incubi, nel dilagare dell’Aids negli anni Ottanta, di cui si era convinti i gay e i tossici potessero essere le sole vittime giustamente punite dei propri peccati– si veda il neo premio Oscar Matthew McConaughey, così etero, macho e texano, incredulo di fronte alla propria diagnosi sieropositiva in The Dallas Buyers Club. Da Mussolini si va fino alla più grande personalità omosessuale del nostro paese, Pier Paolo Pasolini, con il lento emergere di un non detto che nel suo primo affiorare acquistò negli anni Sessanta la forma di lato sporco, nascosto, di  parte di una comunità altrimenti perbene che aspettava la notte per esprimere i propri desideri più turpi su cui non doveva mai sorgere il sole. Articoli scandalistici, vignette sarcastiche, gag, servizi televisivi alla ricerca dello shock, un po’ di cinema, questa la copertura mediatica di un fenomeno che Gianni Amelio riporta in luce passando dalle immagini di repertorio alle voci reali di chi nelle grandi città o nei paesini, ricco o povero, scopriva di non essere come gli altri.

A che dovrebbe servire un film su una questione che formalmente si crede oggi pacificata al punto di far dichiarare taluni  nauseati dall’odierno Politicamente Corretto che si dice, ha finito per uscire dai propri argini per assegnare a una minoranza un’aura di sacro martirio? Forse a far ricredere sul reale cambiamento dei tempi. Alla conferenza stampa del film a Roma Amelio ha definito la critica dell’Hollywood Report di un film “vecchio e datato” come il miglior complimento possibile per la sua opera. Si vorrebbe sperare che sia proprio così, come in quella favola di Rodari in cui un gruppo di alunni del futuro in gita al Museo del Tempo che Fu guardano stupiti, chiusa in una teca, la parola Piangere e si chiedono cosa fosse e a cosa servisse. Ma questi vecchi anziani che si raccontano, una volta giovani ragazzi cacciati di casa, rinchiusi in manicomio, costretti a rapporti sessuale con prostitute due volte al dì per curarsi non sembrano ancora fare davvero parte di un’epoca lontana dalla nostra. C’è, in Felice Chi è Diverso, soprattutto la questione tuttora irrisolta del rapporto del maschio italiano con la propria fragilità traslata in un concetto esclusivamente femminile nel quale si vuole racchiudere tutta la vulnerabilità dell’essere umano, come esprimere le emozioni, voler bene alla propria madre, essere sensibili alla bellezza. Cosa non vera che fa torto a entrambe le due categorie sessuali, eppure molte delle storie narrate, per quanto diverse, parlano di ragazzi rifiutati dai propri padri e accettati dalle madri, coloro che invece “capiscono”, che riconoscono subito la reale natura dei figli. E l’inevitabile compassione che si prova di fronte a questi racconti è forse un buon punto di partenza, ma solo l’inizio e non la soluzione del problema, che sta nel comprendere che non c’è proprio nessun problema, e basta. Dopo tanto Passato ecco allora il volto di Aaron, un ragazzo di oggi, il presente della nostra società, che di fronte all’espressione di pietà della madre si ribella e chiede non indulgenza ma rispetto. Non resta che andare avanti, lottare e attendere, sperando di non far brutta figura di fronte agli studenti in gita di domani.

Da PointBlank

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Cinema

Indifferenza sociale

“Quando si soffre di solitudine, la percezione dell’oppressione rimane muta”
(Susan Griffin)

Lascia un commento

Archiviato in Citazioni, Personale/I Me Mine

Strategie di pubbliche relazioni in caso di caduta meteoriti

L’altro giorno ho sognato che c’era la fine del mondo causa meteoriti. Le televisioni e i giornali sapevano esattamente a che ora sarebbero cadute, e dunque la popolazione poteva godere di un certo preavviso prezioso per decidere come passare gli ultimi minuti.

Ma, problema: se io voglio passare quel che mi rimane della mia vita con i miei cari, che però non sono solo i miei parenti, ma anche persone cui voglio bene, e queste persone però non possono tutte passarlo contemporaneamente con me e con i loro parenti causa impossibile ubiquità e però l’idea di passare la fine del tutto tutti insieme appassionatamente non piace a chi è più riservato e vorrebbe godersi la propria dipartita incenerito dalle piogge di fuoco in rispetto della privacy, allora come si fa? Mi sono svegliata prima di risolvere l’arcano, accidenti.

1 Commento

Archiviato in Personale/I Me Mine