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Gestazione per altri: cosa implica parlarne in Italia

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“È passato poco più di un mese dall’approvazione del DDL Cirinnà e continuo a pensare che in Italia non ci si sia accorti realmente del valore degli interrogativi portati avanti dal progetto di legge. Eppure, la reazione spropositata di molti interventi contrari (che andavano a toccare elementi assolutamente estranei al disegno concreto, soprattutto l’eventualità di regolamentare la pratica della gestazione per altri) indicava che si stesse toccando un punto dolente della nostra cultura.

Benché nei fatti il DDL non affrontasse minimamente la questione della gestazione per altri, si è fatta largo nel dibattito pubblico una visione distopica dove donne disgraziate si vendono per sfornare figli innocenti lautamente pagati da coppie omosessuali senza scrupoli.

In questo discorso si nascondono temi fondamentali per la nostra società, e che se la GPA ha monopolizzato per settimane il dibattito pubblico è perché miti secolari su chi siamo, cosa significa famiglia, cosa significa amore e cosa libertà rischiavano di cadere a pezzi.

La prima questione investe il senso di essere figli ed essere genitori e pone la domanda più complessa: di cosa ha bisogno un individuo per crescere serenamente?” continua su SR

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Sul tradimento e sulle narrazioni sentimentali odierne

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In una scena di Purificàti, terzo testo drammaturgico di Sarah Kane, Carl, che ama, ricambiato, Rod, gli offre un anello come promessa di eterna, irriducibile fedeltà. Rod però rifiuta, con un discorso secco ma incredibilmente onesto:

Ora ti amo. Ora sto con te. Farò del mio meglio, momento per momento, per non tradirti. Ora. Tutto qui. Solo questo. Non mi costringere a mentirti.

Tra le miriadi di esperienze che da giovani ci vengono narrate ancor prima che si possa viverle in prima persona, l’amore è il mito più diffuso. Lo conosciamo, o crediamo di conoscerlo, pur senza esserci mai innamorati, perché il mondo intorno a noi – la famiglia, gli amici e quella porzione di opinione pubblica cui riusciamo ad accedere – ce ne ha fornito un modello ben preciso che è, nella sua forma più vecchia e nota, la coppia eterosessuale, monogama e eterna. Se è anche il primo amore, meglio.

La narrazione amorosa prevede anche la creazione di miti positivi e negativi, il più disgraziato dei quali è il tradimento, inteso come il venir meno a un contratto sociale: dai secoli passati fino a oggi ha rappresentato l’infrazione di una promessa. In particolare, quando è l’uomo ad essere infedele, l’attenzione della narrativa si sposta dal soggetto (che tradisce) all’oggetto (con cui si tradisce): da qui la figura popolare dell’Altra Donna, l’amante, la rovina famiglie, la provocatrice indomita.

Qualche anno fa è perfino uscito un saggio storico sul fenomeno dell’”amantità”, Storia delle Altre, in cui l’autrice Elizabeth Abbott raccoglie con dovizia di dati le vicende di etere, concubine, favorite, dall’antichità fino ai nomi iconici di Marilyn Monroe e Camilla Parker-Bowles.

Sorvolando però sulla mera aneddotica, è possibile, se si guarda con occhi franchi la realtà,motivare l’infedeltà con fattori familiari ad entrambi i sessi: un’istintiva attrazione fisica e/o l’innamoramento, col desiderio di stare con l’altro in forma esclusiva o malgrado il partner preesistente.

Eppure quando nella vicenda compare l’Altra Donna la narrazione corrente si fa precisa, spietata. Questo lo affermo non solo guardando alle interpretazioni che trovo nei giornali, su internet e alla tv, ma anche con l’orecchio teso alle voci della mia adolescenza, quando sia io che amiche e conoscenti abbiamo vissuto lo sfogo pervaso di odio sulla ragazza di turno che, a sentir noi, ci aveva portato via l’amato. Due sono le caratteristiche di questa visione delle cose: la concezione dell’uomo naturalmente incontinente (laddove l’intemperanza femminile deve tacere), e la negatività che caratterizza la donna che si intrattiene con un individuo già impegnato.

Una volta, certo, il matrimonio, l’unica relazione accettabile fra uomo/donna, rappresentava più un contratto sociale che un rapporto intimo: di modo che l’unica maniera per allestire una relazione sessuale/sentimentale reale era l’adulterio. Ma oggi, che già solo l’universo delle relazioni LGBT dovrebbe preannunciarci la riscrittura dei modelli narrativi amorosi, cosa ci dice la permanenza di questa lettura rigida e stereotipata?

Oltre a un chiaro problema di accettazione della potenza del desiderio femminile, si può evincere che la coppia è ancora oggi spesso intesa come un vincolo formale e predeterminato. In altri termini è sempre un contratto, dove però si finisce per patteggiare per le cose sbagliate, negando le proprie e altrui responsabilità.

Credo che chiunque di noi a livello inconscio o meno, abbia percepito, almeno una volta nella vita, l’enorme complessità delle relazioni amorose. I modelli predefiniti comunemente diffusi sono insufficienti a descrivere e giustificare il mucchio convulso di emozioni, pensieri e leggi morali continuamente rimesse in discussione.

Ma se proprio si vuole rimanere all’interno di un modello di riferimento, sarebbe molto più auspicabile un patto che riguardi una presenza basata non sul dovere, ma sulla lealtà: lealtà di mostrarsi come si è, di modo che l’altro possa sceglierci così come siamo, anche nelle nostre debolezze, paure e contraddizioni, il che non lede la volontà di diventare migliori anche come compagni affettivi. Nessun dubbio allora che sia un’esperienza difficile, problematica, e molto meno romantica di quanto ci si aspettasse: ma è anche autentica.

Da SoftRevolution 

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Immobile di professione: il mestiere della modella d’arte

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Due anni fa mi è scaduta la carta d’identità, per cui ho dovuto recarmi in municipio a fare le dichiarazioni necessarie per il rinnovamento. Quando mi è stato chiesto cosa preferissi mettere come impiego, la me laureata e lavoratrice precaria ha esitato, per poi scegliere “disoccupata” come risposta.

Non era del tutto vero: benché effettivamente senza lavoro per quasi metà dell’anno, un mestiere che mi garantisca un reddito minimo ce l’avevo e ce l’ho ancora, ma la sua definizione mi è sempre sembrata ambigua vista nel contesto storico attuale. Faccio la modella, uso il mio corpo per offrire un’immagine specifica a chi mi guarda.

Lavoro con artisti, studenti d’arte e appassionati di disegno e pittura, collaboro con accademie, scuole di fumetto, illustrazione, laboratori e associazioni culturali, ed è un mondo molto diverso da quello che i più oggi identificano nell’icona della modella di moda.

Una soluzione è il termine modella d’arte, ma devo spesso accompagnarlo con una spiegazione dei miei compiti, ed strano, perché il nostro è storicamente il paese artistico per eccellenza, e i corpi nudi presenti nelle rappresentazioni figurative ci sono ben familiari: sarebbe bene ricordare che molti di questi appartenevano a persone reali, che hanno offerto la propria presenza all’occhio di chi voleva riprodurla o prenderne ispirazione.

Nel mio caso furono piccoli episodi sparsi nella mia adolescenza a delineare un interesse per questo ruolo, da cose ingenue come il fascino che mi aveva trasmesso la scena del ritratto di Rose in Titanic – una splendida, morbidissima Kate Winslet – al successivo innamoramento per i nudi stilizzati di Modigliani, tutti curve e masse di colore.

C’era per me una specie di poesia, un’empatia e una consapevolezza di sé in quel esserci di fronte all’artista che mi attraeva profondamente, ma credevo che quel mondo avesse ormai assorbito i canoni della perfetta magrezza occidentale ed ero certa di non piacere. In pratica, pensavo di essere troppo brutta per poterlo fare.

Tutto cambiò quando a vent’anni mi prese la passione per la fotografia e iniziai a ritrarmi nel modo più anticonvenzionale possibile. Qualunque sia stato il risultato, la pratica costante mi abituò a vedere il mio corpo fuori dagli schemi che si erano sedimentati nel mio cervello e lo studio dell’arte confermò la libertà con cui si poteva guardare la carne da cui erano rivestiti gli esseri umani. Nello stesso periodo una mia amica iniziò a seguire un laboratorio di pittura e così, raccogliendo il coraggio, mi presentai una sera con la mia vestaglia e posai per la prima volta.

Da allora sono passati sette anni e, splendido paradosso per una persona cerebrale come la sottoscritta, lavorare come modella è diventata la cosa più vicina a un lavoro fisso che abbia mai avuto. Da novembre a giugno passo metà del mio tempo nuda e immobile in una stanza davanti a delle persone che mi ritraggono, fisso la sveglia, ascolto le lezioni dei docenti su pittura, scultura e disegno. Nel mio stato sono un’eccezione: la maggior parte dei modelli solitamente hanno esperienza di lavoro col corpo, dal teatro alla danza, e possiede una personale inclinazione per il disegno, tutte e due esperienze e doti che non mi appartengono.

Sulla carta mi vengono bene solo stelline, cuori e fiorellini, a scuola ero fra quelli meno capaci di padroneggiare matite e pennelli, e a quattro anni ho abbandonato danza dopo la terza lezione, terrorizzata di star senza la mamma per un’ora (eh già).

Però la figura umana mi interessa, come immagine in movimento, e all’università nomi come Pina Bausch e Sylvie Guillem mi aprirono gli occhi sulle immense possibilità del concetto di corpo. Ho dovuto impararlo sulla mia pelle, scoprendo la forza e i limiti dei muscoli, sperimentando la resistenza e la concentrazione mentale. Devo allenarmi per sopportare lo sforzo di pose lunghe anche un’ora, e tenermi elastica per poter presentare nuove variazioni.

I compiti sono solo due: non muoversi e offrire figure sempre interessanti, che qui significa complesse, plastiche, voluminose. Lo studente di fronte al modello si trova nella stessa posizione di chi deve risolvere un’equazione matematica, e maggiore è la difficoltà dell’esercizio, migliore diviene l’abilità tecnica a intuire le linee fondamentali del corpo, conoscerne scheletro e muscoli.

Per me è diventato normale – e lo è – e mi ci sono abituata, ma uscendo fuori dal contesto lavorativo ho dovuto confrontarmi con diversi pregiudizi ed etichette. Il punto è sostanzialmente uno: il corpo nudo possiede nella nostra società una valenza quasi esclusivamente sessuale, e chi si spoglia lo fa per esprimere e richiamare desiderio fisico.

Certo, è lecito che ognuno possa rifiutare di dover mostrarsi agli altri, ma questo non significa che in chi lo fa ci debba essere per forza un’inclinazione nascosta o perlomeno una notevole sicurezza, se non la chiara ostentazione venale che mi attribuì una ragazza quando mi definì “un’esibizionista”.

Ciò che lo rende strano è che sono una persona quasi totalmente incapace di parlare in pubblico, dura a trovare le parole con gli sconosciuti, sempre lì a rimuginare su ogni frase. La fiducia l’ho acquistata solo grazie alle reazioni positive che il mio lavoro ha suscitato.

Non c’entra la bellezza, solo il carattere che si riesce a imprimere ai propri gesti, la capacità di offrire un senso espanso alla lettura del corpo, suggerire nuove idee creative. Il sesso è l’ultima cosa cui pensi quando devi controllare i crampi e ignorare la zanzara che ondeggia sul tuo naso, soffrendo il freddo che non sempre le stufe riescono ad attenuare; motivo per cui digrigno feroce i denti di fronte a chi dice che tutto sommato, non faccio niente tutto il tempo.

In fondo la questione è una sola: si ha difficoltà a concepire il nudo come materia visiva, racconto personale o espressione artistica, astraendolo dalla pulsione sessuale (la quale, peraltro, non ha nulla di negativo in sé, se non quando viene associata a idee sessiste).
Eppure ho acquisito dal mio impiego una notevole consapevolezza di quanto possa essere interessante la figura umana in tutte le sue sfaccettature, ma anche di me, dei miei sensi; ho guadagnato inoltre un’inaspettata padronanza dei miei arti.

Non è tutto rose e fiori, perché è un lavoro gratificante solo se fatto in un contesto di pieno coinvolgimento da entrambe le parti. Non è scontato ricevere il riscaldamento adeguato o il completo interesse di chi è nell’aula e il rispetto per il proprio corpo, e bisogna imparare a farsi valere e sottolineare le proprie esigenze (stufe, pause fra una posa e l’altra, fotografie solo a richiesta). Né è qualcosa che si può fare per sempre. La schiena fa male, i muscoli si indolenziscono, e pur con tutti gli accorgimenti star nuda tutto l’inverno anche per otto, nove ore al giorno, tre-quattro volte la settimana, comporta, per tipe freddolose come me, periodici mal di gola e influenze. In un certo senso è stata una scelta di vita, che mi ha portato a confrontarmi con la necessità di conoscere la storia dell’arte, i limiti del mio fisico e modi efficaci per non morire di noia durante la posa.

Una mia cara collega colombiana, che credo faccia questo mestiere da almeno trent’anni, ha scritto un libro, al momento disponibile solo in spagnolo, che ripercorre la storia del modello d’arte fin dalla sue origini, citandone i nomi più famosi fino a oggi, e aggiungendovi un elenco di modalità di lavoro, e dei diritti che bisogna pretendere dai datori.

Ho consigliato a molte mie amiche di sperimentare questo lavoro come guadagno extra, perché per il tempi che richiede paga bene e si ha poca concorrenza: molti ci provano, pochi continuano, a causa di un costante esercizio fisico. Alcune hanno detto di non poter sopportare lo sforzo, o giustamente ribadito il proprio personale concetto di pudore, altre hanno addotto motivazioni più preoccupanti sul rischio di essere etichettate come poche di buono e sul disaccordo dei fidanzati.

Quella di modella è talvolta un’esperienza davvero impegnativa, ma mi ha dato moltissimo. Anche una volta smesso di posare, non potrò dimenticare la potenza e la particolarità di ogni parte del corpo che mi ha rivelato: è diventato un pezzo di vita che mi descrive in profondità, ribadendo il continuo rinnovarsi dello stupore per quello che è essere carne.

Da SoftRevolution

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Sul mito della paternità assente: diamo visibilità anche ai padri

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Che ci piaccia o meno, la nostra società è, per quanto concerne la concezione di famiglia, sulla soglia di un cambiamento epocale. Fenomeni come le lotte civili e le rivendicazioni da parte dei gruppi attivisti LGBTQI indicano che non è più possibile credere che la genitorialità eterosessuale consista anche nell’offrire specifici ruoli di genere di riferimento ai figli. Questa concezione è destinata ad essere sostituita dall’idea universalmente accettabile che essere genitori significa semplicemente amare e prendersi cura dei propri figli, nulla di più, nulla di meno. Se dunque le cose stanno cambiando, bisogna anche tornare ai due addendi originari della faccenda, madre e padre, e chiederci se il nostro immaginario culturale non abbia costruito sopra questi un’immagine troppo limitata.

Ancora oggi, soprattutto nel nostro paese, tradizionalmente la madre “vale più del padre” in termini di affetto, protezione e attenzione, anche se questo poi non si concretizza in politiche sociali realmente utili a reggere il peso economico del sostentamento familiare. Stranamente, solo nel dibattito sull’aborto si toglie alla donna l’esclusivo diritto decisionale che le appartiene, trattandosi del suo corpo; altrimenti i figli sono affari solo delle madri. Lo si vede per esempio nel dibattito sulla scelta delle donne fra famiglia e lavoro, o nella normalità con cui viene insegnato alle bambine a giocare con i bambolotti già calandosi nei panni di future allevatrici, mentre i maschi si vedono negare il medesimo approccio. Se la mamma è sempre la mamma, il papà non è mai troppo un papà.

A guardarmi in giro, però, le cose non tornano affatto. Innanzitutto perché ci sono ragazze come me, e molte altre mie conoscenti, che non hanno problemi a confessarsi “innamorate” dei propri padri. È un amore a volte ricambiato, a volte fuggito, ma incontestabilmente reale, malgrado si parli più spesso del complesso di Edipo che quello di Elettra. Non si può perciò contestare il fatto che la figura paterna, assente o presente che sia, abbia un peso centrale nell’edificazione del carattere di ogni individuo, similarmente a quella materna. C’è la questione fisica, certo, della gravidanza e dell’allattamento: la donna cresce il bambino dentro di sé e nel primo periodo della vita, rappresenta un’esclusiva fonte di nutrimento. Facile allora relegare l’uomo a “cosa inutile”, anche se il fenomeno della depressione femminile post partum dimostra come, in realtà, una madre, lasciata sola nel proprio compito, non riesca sempre a sopportarne tutte le responsabilità. Ma i neonati si cibano di latte e affetto, e quest’ultima è una cosa che può essere elargita da chiunque. Il padre si cristallizza idealmente nella cultura solo come una figura cerebrale, distante. È un severo emissario della Legge, colui che pone regole e limiti, che insegna il dovere, mentre la donna si vede assegnato l’impegno dell’espressione amorosa.

La sproporzione di considerazione verso la figura materna e paterna trova origine anche nei vantaggi di una lettura popolare che costringe le donne a farsi interamente carico del ruolo della madre di famiglia trasfigurato come destino stesso del sesso femminile, che a tale futuro deve essere preparato ed educato senza che nessun altra distrazione esistenziale lo distolga dalla via maestra, mentre agli uomini si insegna a portare a casa la pagnotta. È una responsabilità immensa contrapposta a un impegno inferiore: si può essere dei cattivi padri, ma sbagliare come madri è una colpa senza appello.

Cercando di addentrarmi nei complessi testi di legge sulle politiche familiari italiane ho scoperto che fino al 2012, anno della riforma Fornero, il padre non aveva diritto al congedo di paternità – relativo al tempo subito successivo alla nascita del bambino – ma poteva avvalersi di quello materno in caso si vedesse affidare esclusivamente il figlio per abbandono, morte o malattia della madre (legge 9 dicembre 1977, n. 903, art. 6-bis, commi 1 e 2). In poche parole, lo stato riconosceva il valore del suo ruolo solo quando rimaneva l’unico genitore esistente. Per quanto riguarda il congedo parentale, entro i primi otto anni di vita del bambino entrambi i genitori possono astenersi dal lavoro per un massimo ognuno di sei mesi. Anche il Testo Unico Maternità/Paternità (decreto legislativo n. 151 del 26 marzo 2001) non vedeva grosse modifiche riguardo i diritti del padre dopo la nascita. Dal 2012 qualcosa è cambiato: in misura sperimentale fino al 2015 il padre ha ora diritto a 1 giorno di congedo di paternità obbligatorio retribuito in aggiunta a quello materno, mentre può avvalersi di 1 o 2 giorni di congedo facoltativo retribuito in sostituzione degli altrettanti giorni di cui la madre sceglie di non usufruire (legge 28 giugno 2012, n. 92, art. 4, comma 24 e seguenti). La differenza, è di 5 mesi per la madre – 2 prima del parto e 3 dopo la nascita – e massimo 3 giorni per il padre, da ciò se ne deduce in Italia essere genitori è considerata ancora un’esperienza massimamente femminile.

Non è solo la nostra intima concezione di figli a raccontarci una storia diversa; è il presente che ci indica un altro stato di cose, non solo con il racconto in prima persona della paternità – si veda ad esempio il divertente blog de Il Mammo, il cui titolo però rimanda, in effetti, sempre all’idea di una genitorialità femminile – ma anche con la questione delicata dei diritti dei padri separati, tema purtroppo spesso strumentalizzato allo scopo di attribuire alla natura delle donne i peggiori difetti del proprio sesso. Parlare poco di questo argomento rischia di rendere ancora più difficile per gli uomini che iniziano l’avventura di genitore la ricerca di punti di riferimento, nella stessa misura in cui l’esagerato proliferare del mito della maternità e dell’immenso mare d’amore femminile può costituire un peso di aspettative troppo grave per chi diventa madre. I padri ci sono, valgono, ci lasciano sempre qualcosa nel bene e nel male; possono distruggere la vita come illuminarla, a volte finiamo per cercarli nelle persone di cui ci innamoriamo, o finiscono per rappresentare la nostra idea di maschilità; perfino la loro assenza può diventare un’eredità da portarsi dietro. Se insisteremo nel tralasciare anche questa parte della storia, vedremo pregiudicata la nostra capacità di comprendere appieno le nostre vite.

Da SoftRevolution

 

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Arrivano Le Ragazze del Porno

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Di recente sono arrivata alla conclusione che tutto il dibattito intorno alla pornografia si basi sull’equivoco della sineddoche (figura retorica basata su relazioni di tipo quantitativo: in questo caso nello scambio della parte per il tutto). Cosa non piace della pornografia corrente? La misoginia, i corpi innaturali, le pratiche ripetitive. Più che brutto, un film porno convenzionale ènoioso e per molte donne vien meno alla sua funzione originaria, ovvero eccitare.
Comunemente lo sguardo pornografico è inteso come esclusiva declinazione al maschile del desiderio, benché in realtà questo sia più una categoria culturale che un effettivo stato delle cose (dal che deriva spontanea una domanda diretta agli uomini: ma voi vi sentite rappresentati dai porno che vedete?). Semplificando, ciò che si rigetta è solo  il modo in cui un genere viene espresso.

Per fare chiarezza torniamo al significato originario delle parole: la pornografia era inizialmente legata alla prostituzione – πóρνη: prostituta – ma nel corso dei secoli ha finito per associarsi a ogni rappresentazione tesa alla pura eccitazione sessuale, rispetto alla quale il termine erotico possiede una sfumatura più sentimentale, quella specie di emozione spirituale che accompagna l’amplesso.
Ora, è certamente legittimo per ogni persona ricercare da sé l’eccitamento fisico finché ciò non prevarica le libertà altrui; e pertanto la pornografia, come espediente fra altri per raggiungere questo scopo, è strumento del tutto lecito. Il problema, come si diceva sopra, è strutturare un genere che dovrebbe rappresentare i desideri di tutti, in modo da parlare solo a un numero ristretto di utenti. Giunge a proposito l’iniziativa de Le Ragazze del Porno, un progetto di crowdfunding per raccogliere il budget necessario a finanziare una decina di cortometraggi che raccontino la sessualità in modi nuovi e non più deleteri per il desiderio femminile (e maschile). Mostrare il piacere femminile con serenità, rivelare corpi reali, imperfetti, talvolta invecchiati: perché il sesso è meraviglioso, eccitarsi è sano e giusto, e  solo in un sistema culturale conservatore questi fenomeni possono essere descritti come sporchi e volgari.

Musa ispiratrice del progetto è stata Mia Engberg, una regista svedese che nel 2009 produsse Dirty Diaries, una raccolta antologica di cortometraggi pornografici diretti da 14 autrici, il cui corroborante manifesto vi invitiamo a leggere in rete. In Danimarca quel matto di Lars Von Trier ha perfino fondato una casa di produzione – Zentropa – interessata a finanziare pornografia femminile, mentre la Francia ha ricevuto il finanziamento da parte di Canal+ per la realizzazione del progetto X.Femmes.
Dato invece il problema della distribuzione di opere di tal senso in Italia, la ricerca da parte del gruppo italiano di un finanziamento collettivo si è orientata verso un’indipendenza produttiva che non costringa, a causa di scrupoli di profitto, a cercare di soddisfare un pubblico poco abituato alla descrizione del piacere della donna. L’osservazione più pretestuosa che si fa però in questi casi è che alle donne non piaccia il porno perché “non romantico”, concetto figlio della convinzione che il sesso senza amore non possa essere loro appannaggio: ma fra l’amplesso volto al matrimonio e alla procreazione e la fredda manipolazione di carni di plastica non si può aggiungere anche una via di mezzo? La risposta sta nelle emozioni provocate dal contatto fisico, sensazioni fisiche e mentali che l’entourage de Le Ragazze del Porno intende rappresentare sullo schermo, per raccontare un’esperienza che a prescindere dalle motivazioni sentimentali è di per sé fondamentale nella vita di ogni essere umano. Per chiunque sia interessato a questa scommessa, su cui noi ci sentiamo di voler dare tutta la nostra fiducia, qui la pagina per contribuire al crowdfunding e qui il sito ufficiale del progetto.

Da SoftRevolution
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Caste e Pure: sul Mito della Verginità Femminile

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La prima volta è importante per una ragazza: quando ero piccola lo dicevano le riviste, i libri, i telefilm adolescenziali, i melensi romanzetti rosa usati venduti a 200 lire ognuno che ingurgitavo quando sembrava non esserci nient’altro in casa. Se per il maschio era immenso trionfo farlo il prima possibile, essere stato il più precoce nel proprio gruppo di amici, la donna doveva valutare attentamente tempi, persone, situazioni. Ne andava della sua purezza.

Mi sono chiesta in che cosa, fisicamente, risiedesse questa mitologica innocenza da difendere a tutti i costi, oltre il semplice pezzo di pelle; per quale motivo il medesimo atto sessuale potesse culturalmente significare cose tanto diverse per chi vi partecipava. Purezza è sinonimo di un’esperienza inedita che manca, un ingresso nel mondo. Aspettarsi da una persona questa assenza di conoscenza si traduce nella pretesa di un vivere al di fuori della realtà senza esserne protagonisti, pena sentirsi offesi da questo altrui agire, voler sapere, capire letteralmente sulla propria pelle che tradizionalmente è un desiderio riservato alla parte maschile. Gli uomini devono conoscere la vita, toccarla subito col proprio corpo: e il sesso è il simbolo più forte di questa iniziazione. La donna sta a casa, non impara, non scopre, il suo corpo pertanto è immacolato. La conoscenza che può conseguire attraverso la propria carne va controllata, selezionata e codificata.

So che questa purezza è una paranoia mentale capace di avvelenare le scelte intime di ogni ragazza, soprattutto quando prova un’urgenza fisica in netto contrasto con la calma che dovrebbe contraddistinguere una decisione che, ci viene narrato, è quasi epocale. Del risveglio sessuale delle adolescenti si parla poco, e sempre col rischio di toni grotteschi che descrivono piccole Lolite ingorde e vanesie che si buttano via da ragazzine andando con chiunque finché il vero amore non le riconduce alla retta via. La masturbazione delle donne è un tabù come in generale ogni discorso sul desiderio femminile, come dimostra la trascuratezza del panorama pornografico indirizzato al solo sguardo maschile – che, credo, venga anch’esso in questo modo ingiustamente limitato.

Perché del desiderio e del piacere delle ragazze si parla così poco e così male? Probabilmente perché desiderio è sinonimo di una volontà che dal piano fisico a quello culturale si preferisce ignorare. Mi viene da pensare una cosa sola: che il sesso venga inteso come qualcosa che sporca la donna, che deve limitare al massimo questo sudiciume dal quale non può prescindere – prima eri pura, ora non lo sei più! – cercando di selezionare quegli elementi che possono diminuire la colpevolezza insita nell’atto di fare, e voler fare, sesso.

Allora lo fai per amore, con quello “giusto”, e non primariamente per un desiderio che ti impoverisce di fronte al mondo. Ma allora è la penetrazione che è considerata degradante? Poiché penetrare è atto di forza, dominio sull’altro, essere penetrati significa sconfitta, umiliazione? Un indizio c’è: interrogati talvolta ragazzi (eterosessuali) di fronte all’eventualità di un rapporto omosessuale, tutti, scherzando ma non troppo affermano, che se proprio devono vogliono fare la parte attiva. Quella passiva è indice di offesa subita. In fondo si pensa sempre che in un rapporto c’è chi domina e chi viene dominato; traslato sul piano fisico, c’è chi tocca e chi viene toccato. Pensiamo ai sinonimo mielosi che si trovano nei romanzetti rosa: e lui la fece suala prese, la possedette. Questa insistenza sul conquistare l’altro quasi fosse un terreno in una disputa, sul penetrarlo senza essere scalfiti, sembra nascondere una vera paura di essere toccati e cambiati, nonché conosciuti nelle proprie pieghe. Come in una guerra, chi rimane in trincea, dietro un muro, non rischia mai di perdere, né di essere ferito.

Quale gioia può rimanere però in un’esperienza divisa in termini attivi e passivi, dominio e sottomissione, purezza e sporcizia? Davvero possiamo attribuire a un sesso piuttosto che un altro determinati sentimenti basandoci unicamente sulla conformazione dei loro genitali? Penetrare, ed essere penetrati non sono eventi così facilmente riducibili a concetti elementari, parlano dell’incontro, dell’accoglienza, del dare e ricevere tradotti in migliaia di minimi gesti diversi; e non se ne potrà veramente discutere finché il racconto dell’innocenza femminile non sarà definitivamente sostituito dalla narrazione della vulnerabilità di tutte le persone di fronte a quell’evento sconvolgente, talvolta salvifico, talvolta traumatico, spesso meraviglioso, che è il contatto fisico.

 Da SoftRevolution

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Essere tettone e trovare reggiseni decenti nell’era contemporanea

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A causa di quello che gli scienziati definiscono miglioramento delle condizioni di vita umana, io e molte coetanee siamo entrate nella pubertà qualche anno prima rispetto alla media delle nostre madri. Personalmente l’esperienza si rivelò fisicamente sconvolgente, dato che nel giro di pochi mesi mi ritrovai, io che ero stata uno scricciolo minuscolo con due stecchini per gambe, ad esplodere in una formosità inimmaginabile per me ancora un po’ bambina.

Una decina di chili in poco tempo, le amate smagliature della pelle che si allargava sotto il nuovo peso e poi loro, il simbolo definitivo di un cambiamento irreversibile: le mie tette, imbrigliate prima in giocosi reggiseni color pastello che erano più uno scherzo frivolo che veri indumenti funzionali, poi, mano a mano che passavo dalla prima misura alla seconda, dalla seconda alla terza, poi la quarta, la necessità di cercare qualcosa che fungesse davvero.

Peccato che per tutta la mia adolescenza sia stata una pseudo barbona senza una lira e senza una paghetta, immaginarsi poi andare a comprare reggiseni seri. Fino ai vent’anni ho comprato, scroccato, riciclato reggiseni che ad occhi sembravano starmi bene, per poi in caso risistemarli tagliuzzando, annodando e usando spille che il più delle volte mi si aprivano nella schiena mentre camminavo. Fate bene a essere inorriditi: a ripensarci lo sono anch’io, ma si sa com’è, ero povera, ero grunge, ero giovvane.

Finita l’adolescenza e aperto un primo timido conto per qualche iniziale guadagno ottenuto lavorando qui e là, mi convinsi di poter fare il grande passo e comprarmi finalmente un vero Reggiseno di Marca per il mio ingombrante petto: eppure i risultati furono assai deludenti. Non reggevano, o stringevano, per quanto le commesse mi assicurassero che fosse proprio la mia misura, oppure erano bellissimi e inutili, delicati fronzoli che sarebbero atterrati sotto il peso di una piuma, figuriamoci dei miei seni. Così passai qualche anno un po’ soffrendo – per me vivere senza reggiseno è impensabile anche quando dormo – finché un giorno entrando in un negozio la commessa mi squadrò ancora vestita e disse che il mio errore era stato non azzeccare la coppa. La coppa? E che è?

Quel che non sapevo era che molte marche commerciali a prezzi accettabili non avevano una grande varietà di coppe; la quarta aveva per esempio sempre e solo la coppa C, la seconda la coppa B e così via. Io sono una coppa D, il che significa che per anni ho costretto le mie povere tette in una coppa più stretta semplicemente perché non c’era alternativa. Scoprire la mia diversità non è stato confortante perché ha voluto dire realizzare quanto fosse ostico nei negozi normali chiedere le mie vere misure, che spesso se disponibili lo sono solo in pochi colori e modelli, senza grande fantasia estetica; il che mi porta ad empatizzare enormemente con quelle ben più formose di me, e le difficoltà maggiori con cui si devono scontrare.

L’alternativa è acquistare su internet – ma ecco, personalmente preferirei provarli sempre – oppure spendere molto di più. Cercando e ricercando ho trovato un paio di marche affidabili da cui vado sicura di trovare senza spendere oltre i 30 euro, cose carine che mi stanno bene e mi piacciono, ma questo non garantisce il risultato. Una volta su due esco anche dai miei negozi preferiti a mani vuoti a causa della frase di rito Mi dispiace, Non abbiamo la sua coppa (la taglia c’è sempre, almeno fino alla quarta).

Ci sono molte cose che non capisco della lingerie intima che trovo nei negozi: se la scelta dei colori è appannaggio dei gusti di ognuna, qualcuno può spiegarmi il proliferare delle coppe imbottite in ogni misura a discapito dei reggiseni che ne sono privi? Per 10 imbottiti ne trovo 1 non imbottito, giuro. A parte la bruttezza di dover girare con due cosi la cui ovvia artificiosità si vede sotto i vestiti lontano un miglio, qual è il senso di fare una quinta imbottita quando trattasi di un petto già imponente?

Poi, il benedetto immaginario culturale italiano.È dall’infanzia che ci martellano con la fissa di seni enormi anche su corpi minuscoli, poi quando effettivamente una ci nasce deve penare per trovare un reggiseno decente? Sarà forse un sottile riferimento alla pretesa di aver tette grosse, si ma solo chirurgicamente ricostruite di modo da non aver bisogno di nulla per stare su?

In fondo, mi dicevo, è una questione di convenzioni. Le misure standard costano meno perché si adattano teoricamente alla maggior parte dei clienti, per cui se io coi fianchi larghi, le tettone e 156 cm devo penare per trovare jeans che mi contengano a cui non dover fare l’orlo perché troppo lunghi, o camicie che non esplodano a un mio respiro troppo profondo è colpa, o sfortuna, solo mia.

A prescindere dal fatto di credere che gli attuali parametri omologati vadano rivisti perché forse incongruenti con le reali necessità di chi acquista, anche questa mia convinzione è recentemente andata in frantumi dopo un mio soggiorno estivo a Londra. Primark, sezione intimo, una parete di reggiseni con tutte le combinazioni possibili di misure, coppe, colori e modelli sotto le 10 sterline. Di nuovo ero povera, e non potei svaligiare gli scaffali rischiando di non comprare niente da mangiare per cena; ma da allora talvolta vado indossando il mio bel reggiseno londinese misura 4D, di pizzo nero e rosa con ferretto, grata a un luogo che non mi fece sentire aliena per lo strano corpo che mi è stato regalato dal destino.

Da SoftRevolution

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