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Indifferenza sociale

“Quando si soffre di solitudine, la percezione dell’oppressione rimane muta”
(Susan Griffin)

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30/06/08

(stanca)
le stanze della memoria hanno pareti mobili,
che si spostano ad ogni istante
lasciando le linee fragili di ciò che é già andato
cosìcché ogni visitatore possa avere la sensazione,
pur rimanendo immobile,
di star percorrendo un lungo corridoio;
si bussa a un stanza che già si é spostata oltre,
come un gioco di cubi
per smarrirsi in alloggi nuovi o dimenticati
a ritroso nel pensiero. dagli interstizi delle mattonelle arrivano voce confuse,
i riflessi dalle finestre contengono volti che svaniscono come impronte sul vetro
singhiozza il tetto,
si ricostruiscono case andate a pezzi .

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24/09/06

tranquilla.
tranquilla e quieta come cereali sul fondo della tazza di latte.
quieta.
il silenzio dei suoni di un sordo.
calma.
nessuna dichiarazione imprevista, cattiveria indiscreta ,rombo di cannoni o frasi spezzate.
buchi nel marciapiede, palazzi senza fondamenta, aculei contropelle.
quieta come mari addormentati sotto il sole
manicomi senza chiavi
eroi che tornano a casa e concludono le pagine del libro.

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bloc notes

Io non ho davvero nessun problema
ad ammettere che ho paura, vera paura, di rimanere sola.

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22/06/09

e alla fine, non ci sarà che la mia pelle.

Poiché ogni persona è divisa, nessuna comunicazione è reale. Nessun amore è reale, anche se su questo ci tornerò alla fine. Nessuna conoscenza è reale. Nessuno sa davvero niente dell’altro.
Io sono il metro di questa affermazione. Ho amato. Ho parlato. Ho dato in doni parti estese del mio corpo, lembi di pelle che potessero crescere sui corpi altrui. Ma non ho mai lasciato che nessuno sapesse fino in fondo chi ero. Non era cattiveria, indifferenza ,riservatezza, solo pensavo non si potesse. Penso ancora non si possa: Continua a leggere

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08/05/07 A O. che senza saperlo iniziò l’abitudine degli abbracci

All’inizio Orlando era un ragazzo di 17 anni con una grossa massa di riccioli castani e camicie a scacchi dentro calzoni grigi. Io avevo 15 anni, i capelli legati stretti sulla nuca come un ritratto anonimo, gli occhiali come carcere dello sguardo e un’ombra più appariscente della mia stessa carne. Un giorno all’autogestione in una stanzetta cullando con gli occhi da lontano il mio amore segreto, maglioni sgualciti e lana a brandelli, me lo ritrovai accanto a rollarsi una canna, un viso strano e buffo o era solo l’espressione, che misurava lo spazio consapevole con un gran sorriso, mentre fumava seduto su un banco. Era secco Orlando, veniva da O. e ogni mattina si faceva le sue mezz’ore sui Cotral per arrivare a scuola, e non passò molto tempo che fuggendo dalla classe ad ogni ora con una scusa a farmi un giro non mi ci scontrassi attaccando bottone. Continua a leggere

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